Pierre Gaxotte (1895-1982) docente di storia in prestigiosi
licei francesi e giornalista de "Le Figaro" è stato
segretario di Charles Maurras. Membro dell'Academie
Française è soprattutto noto per le sue opere storiche Le
siècle de Louis XIV, Histoire de l'Allemagne, La France de
Louis XIV, Frèdèric II e, soprattutto per La rivoluzione
francese.
«Quando
lo schema dei teorici vuole imporsi alla natura, il
risultato è sempre la rovina e la miseria».
Quella sulla Rivoluzione francese fu la prima delle sintesi
storiche pubblicate da Gaxotte. Il libro uscì nel 1928, con
una dedica a Georges Dumézil. E stato poi oggetto di
regolari ristampe. Nel 1947 e nel 1970 ci furono delle
edizioni rivedute, ma la linea interpretativa
originariamente adottata rimase la stessa. Gaxotte dava una
forma divulgativa aggiornata e in fin dei conti omogenea
alle tesi della scuola reazionaria sulla storia della
Rivoluzione. Anche nell'ultima edizione il libro continua
poi a recare le tracce del periodo in cui è apparso per la
prima volta: per più di un aspetto fa pensare a realtà della
Terza Repubblica e soprattutto a un quadro storico dominato
sullo sfondo dall'ancora recente novità della Rivoluzione
bolscevica. Danton si trova a rappresentare "un tipo moderno
di politicante scaltro, scettico e gaudente, che ama il
potere e se ne sa servire". La Gironda è assimilata al
radicalismo parlamentare. Al giacobino del 1793 è attribuita
la qualifica di "socialista"; ma la Montagna sarebbe andata
a poco a poco verso il "comunismo dittatoriale" sotto
l'influenza degli Enragés.
Lo scivolamento a sinistra non si è fermato alla
"Rivoluzione "borghese""; ancora nell'edizione del 1947 si
menzionava a questo punto la " Rivoluzione "proletaria" "
come ulteriore stadio pure raggiunto; del resto il capitolo
XII, che tratta della situazione generale sotto il potere
giacobino, si intitola semplicemente: Il terrore comunista.
Le difficoltà economiche del paese dopo Termidoro sono messe
totalmente sul conto del regime precedente: "Il comunismo
aveva lasciato dietro di sé solo rovine".
La Révolution francaise di Gaxotte non ha un apparato di
note e non si basa in alcun modo sulla consultazione di
fonti inedite. Numerosi sono tuttavia gli autori citati
direttamente nel corso dell'esposizione, e i più citati non
sono necessariamente poi quelli più seguiti sulle questioni
di fondo. Mathiez è nominato otto volte, più di Bainville
(2) e Cochin (3) messi insieme; nell'edizione del 1947 era
tenuto presente Labrousse; nel 1970 sono stati accolti
elementi ricavati dai lavori di G. Lefebvre, Soboul e Cobb.
Il debito di Gaxotte verso Cochin in particolare è molto più
ampio di quello che il numero dei rimandi espliciti fa
apparire. Lo stesso Maurras non è mai neppure menzionato:
eppure la sua influenza resta chiaramente sensibile su vari
punti; essa è assai probabile perfino nel ricorso - che in
apparenza ha un tutt'altro colore - a una precisa citazione
di Jaurès. Fra gli storici i cui giudizi sono apertamente
ripresi e condivisi, ai primi posti occorre mettere Taine e
Albert Sorel; fra i politici e gli osservatori dell'epoca,
Malouet, Mallet du Pan e Rivarol.
Dell'Antico Regime, Gaxotte offre un'immagine globalmente
positiva; l'edificio, che "cinquanta generazioni" avevano
costruito in "oltre quindici secoli", dava un'idea di
agiatezza ("était cossu"). Il capitolo sugli avvenimenti che
vanno dalle elezioni per gli Stati generali all'ottobre 1789
ha un titolo eloquente, che ricorda l'interpretazione di
Taine: L'anarchia. Scomparso Mirabeau, che del resto appare
come un profeta inascoltato, la Rivoluzione procede di
aberrazione in aberrazione. Avanza guidata dalla formula:
niente nemici a sinistra. Ad ogni tappa, la tendenza
politica dominante si illude di rappresentare il punto
finale di arrivo. Ma la Rivoluzione non si ferma prima di
aver sviluppato i suoi principi fino alle loro estreme
conseguenze. Alla fine, " stretta da difficoltà
insormontabili ... ucciderà se stessa uccidendo
Robespierre".
Ai maggiori personaggi sono consacrati nel libro dei
ritratti variamente lunghi. Il più lungo è proprio quello di
Robespierre, e trabocca di velenosa perfidia. Quanto a
Marat, se nell'edizione del 1970 non è più " sifilitico fino
al midollo", ha però sempre un gusto esasperato "della
battaglia e del crimine". Il rivoluzionario che in assoluto
ha diritto al trattamento migliore è Carnot, la cui figura è
tutta proiettata sullo sfondo dell'Antico Regime:
"Quarantenne, figlio di un notaio, cavaliere dell'ordine
militare di San Luigi, usciva dal corpo degli ingegneri
militari, che rappresentava l'élite intellettuale del
vecchio esercito". Il collega di Robespierre svanisce dietro
l'erede di Vauban, realmente evocato poco dopo.
Nell'economia generale dell'opera, gli anni che vanno dalla
caduta di Robespierre all'ascesa di Bonaparte al potere
occupano uno spazio molto ridotto (circa un sesto del
totale). Alla fine Gaxotte sembra ridurre la Rivoluzione e
la stessa età napoleonica a un'inutile peripezia sulla via
della Restaurazione: "I dottrinari del 1789 avevano voluto
rigenerare l'umanità e ricostruire il mondo. Per sfuggire ai
Borboni, i dottrinari del 1799 erano ridotti a consegnarsi a
una sciabola". Sono le ultime parole del libro. Ma Gaxotte,
prima, ha mostrato di capire anche le ragioni reali della
scelta compiuta dai " dottrinari " del 1799: Bonaparte "
salvò della Rivoluzione tutto ciò che di essa poteva essere
salvato: la mistica, il personale, la politica estera, il
cosmopolitismo, l'organizzazione sociale".
Il libro ha avuto una grande diffusione in passato e
continua a trovare lettori ancor oggi. E scritto in uno
stile chiaro, elegante, a tratti anche vigoroso. Gaxotte
guarda alla Rivoluzione con gli occhi di un avversario che
si vuole lucido, ma che tuttavia rimane legato a tutta una
serie di mitologie prodotte dalla sua parte politica. Nelle
sue scelte positive, si muove fra il dispotismo illuminato e
l'accettazione di una rappresentanza nazionale cònsultiva
secondo il programma che attribuisce a Mirabeau. Ostile agli
aristocratici emigrati, mostra poi di apprezzare l'azione
svolta sotto il Direttorio dall'ispiratore del nuovo stato
maggiore monarchico, d'André, che "aveva cercato di por fine
alla Rivoluzione per vie pacifiche e costituzionali" e "non
c'era riuscito per l'eterna debolezza dei moderati, sempre
divisi, sempre timidi, sempre rivali". Nei suoi giudizi
negativi, Gaxotte tende a riflettere, anche con l'aiuto di
testimoni a lui vicini per sensibilità politica,
l'atteggiamento di un saggio rentier che ha dovuto subire
gli avvenimenti. E, nel riflettere questo tipo di
atteggiamento, trova molte volte un tono persuasivo di
sincerità.