STORIA - FRANCOIS FEJTO

    

Requiem per un impero defunto


II grande storico ungherese ha tenuto due conferenze a Perugia e Firenze. La caduta dell'Impero asburgico, frutto di un odio anticattolico. Da Sarajevo a Sarajevo.

Requiem per un impero defunto

Prendendo spunto da una pagina di Goethe, Fejtö ha raccontato come gli nacque l'«audace» idea di scrivere un libro che fosse l'occasione per rivisitare criticamente ciò che in molti avevano detto circa la caduta dell'Impero asburgico. L'idea non era frutto di nostalgia, bensì del desiderio di cercare la verità «con rigore e passione». Il titolo stesso del libro è maturato al termine del lavoro. dopo aver accertato - documenti alla mano - che la distruzione della Duplice Monarchia rispondeva ad una precisa strategia politica.

Sebbene l'audace proposito gli fosse venuto in mente nel lontano '37, poco prima dell'Auschlus, Fejtö riuscì a portare a termine la sua ricerca verso la fine degli anni '80. L'idea del libro gli venne all'uscita dall'archivio di Vienna, imbattendosi in un gruppo di dimostranti nazisti che, nel pieno centro della capitale, stavano fracassando le vetrine di alcuni negozi gestiti da ebrei. Intuì l'esistenza di una connessione fra quelle drammatiche scene, che annunciavano il trionfo del nazismo in Europa, e la scomparsa dell'Impero asburgico.

La tesi sostenuta da Fejtö è decisamente controcorrente. Soprattutto se paragonata ai luoghi comuni che fanno capolino dai nostri beneamati "sussidiari", e che i ben più seriosi manuali di storia tramandano di generazione in generazione. La storiografia ci ha sempre insegnato che la responsabilità della Prima Guerra mondiale fu unicamente della Germania e dell'Austria. In realtà, una delle conclusioni cui giunge Fejtö è che, per quanto le responsabilità di entrambe siano innegabili, non deve essere sottovalutato il ruolo del sistema di equilibri europeo, la cui eccessiva rigidità non permise di risolvere i conflitti di interesse e i rapporti di forza, se non mediante il ricorso alla guerra. Le responsabilità dell'Impero austro-ungarico nello scoppio della guerra non erano tali da giustificarne la distruzione. Anche perchè questo Stato «aveva governato, e amministrato efficacemente, per quattro secoli il centro Europa». La sua distruzione fu, secondo Fejtö, «un errore grandissimo, di cui oggi possiamo misurare le conseguenze». La storia di questo secolo ormai agli sgoccioli è tutta racchiusa nella parabola che va da Sarajevo a Sarajevo.

Ma la distruzione dell'Impero asburgico non era tra gli obiettivi iniziali dell'Intesa. Lo divenne in seguito, a cavallo tra il 1916 e il 1917. La Francia si distinse in modo particolare nel propugnare la fine dell'Austria-Ungheria, poichè delle tre forze cattoliche esistenti allora in Europa era quella che mostrava più evidenti segni di crisi rispetto alla Spagna ed al Vaticano. La critica che Fejtö rivolge ai suoi colleghi storici, è proprio quella di non essersi accorti della carica ideologica che animava i diplomatici e chi si trovò a decidere in quel frangente. La massoneria francese, maggioritaria nel Parlamento dell'epoca, era decisamente intenzionata a creare delle società democratiche e anticlericali in Europa.

Gli studenti sottopongono allo storico gli interrogativi emersi dalla lettura del libro. Uno di questi riguarda le ripercussioni della fine dell'Impero. Puntuale la risposta: «L'effetto più deleterio di questa distruzione è stato il voler generalizzare il principio dello Stato-nazione in uno spazio geografico dove gli Stati-nazione, come appunto Francia e Italia, non potevano esistere, perchè ogni provincia era già multinazionale. Era assurdo quindi sostituire uno Stato multinazionale con degli stati più piccoli che non potevano vivere bene. In quelle condizioni, ogni nazione per poter avere un proprio Stato indipendente sarebbe stata costretta ad affermarsi a scapito delle altre». E, ancora: «Non si può fabbricare una nazione con dei trattati. Una nazione nasce perchè ha in comune un territorio, una storia, una tradizione che si crea con il tempo e non si può fabbricare. La Jugoslavia è stato un mostro che è rimasto in vita solo con la dittatura, militare prima, comunista poi».



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