II grande storico ungherese ha tenuto due conferenze a
Perugia e Firenze. La caduta dell'Impero asburgico, frutto
di un odio anticattolico. Da Sarajevo a Sarajevo.
Requiem per un impero defunto
Prendendo
spunto da una pagina di Goethe, Fejtö ha raccontato come gli
nacque l'«audace» idea di scrivere un libro che fosse
l'occasione per rivisitare criticamente ciò che in molti
avevano detto circa la caduta dell'Impero asburgico. L'idea
non era frutto di nostalgia, bensì del desiderio di cercare
la verità «con rigore e passione». Il titolo stesso del
libro è maturato al termine del lavoro. dopo aver accertato
- documenti alla mano - che la distruzione della Duplice
Monarchia rispondeva ad una precisa strategia politica.
Sebbene l'audace proposito gli fosse venuto in mente nel
lontano '37, poco prima dell'Auschlus, Fejtö riuscì a
portare a termine la sua ricerca verso la fine degli anni
'80. L'idea del libro gli venne all'uscita dall'archivio di
Vienna, imbattendosi in un gruppo di dimostranti nazisti che,
nel pieno centro della capitale, stavano fracassando le
vetrine di alcuni negozi gestiti da ebrei. Intuì l'esistenza
di una connessione fra quelle drammatiche scene, che
annunciavano il trionfo del nazismo in Europa, e la
scomparsa dell'Impero asburgico.
La tesi sostenuta da Fejtö è decisamente controcorrente.
Soprattutto se paragonata ai luoghi comuni che fanno
capolino dai nostri beneamati "sussidiari", e che i ben più
seriosi manuali di storia tramandano di generazione in
generazione. La storiografia ci ha sempre insegnato che la
responsabilità della Prima Guerra mondiale fu unicamente
della Germania e dell'Austria. In realtà, una delle
conclusioni cui giunge Fejtö è che, per quanto le
responsabilità di entrambe siano innegabili, non deve essere
sottovalutato il ruolo del sistema di equilibri europeo, la
cui eccessiva rigidità non permise di risolvere i conflitti
di interesse e i rapporti di forza, se non mediante il
ricorso alla guerra. Le responsabilità dell'Impero
austro-ungarico nello scoppio della guerra non erano tali da
giustificarne la distruzione. Anche perchè questo Stato «aveva
governato, e amministrato efficacemente, per quattro secoli
il centro Europa». La sua distruzione fu, secondo Fejtö, «un
errore grandissimo, di cui oggi possiamo misurare le
conseguenze». La storia di questo secolo ormai agli
sgoccioli è tutta racchiusa nella parabola che va da
Sarajevo a Sarajevo.
Ma la distruzione dell'Impero asburgico non era tra gli
obiettivi iniziali dell'Intesa. Lo divenne in seguito, a
cavallo tra il 1916 e il 1917. La Francia si distinse in
modo particolare nel propugnare la fine
dell'Austria-Ungheria, poichè delle tre forze cattoliche
esistenti allora in Europa era quella che mostrava più
evidenti segni di crisi rispetto alla Spagna ed al Vaticano.
La critica che Fejtö rivolge ai suoi colleghi storici, è
proprio quella di non essersi accorti della carica
ideologica che animava i diplomatici e chi si trovò a
decidere in quel frangente. La massoneria francese,
maggioritaria nel Parlamento dell'epoca, era decisamente
intenzionata a creare delle società democratiche e
anticlericali in Europa.
Gli studenti sottopongono allo storico gli interrogativi
emersi dalla lettura del libro. Uno di questi riguarda le
ripercussioni della fine dell'Impero. Puntuale la risposta:
«L'effetto più deleterio di questa distruzione è stato il
voler generalizzare il principio dello Stato-nazione in uno
spazio geografico dove gli Stati-nazione, come appunto
Francia e Italia, non potevano esistere, perchè ogni
provincia era già multinazionale. Era assurdo quindi
sostituire uno Stato multinazionale con degli stati più
piccoli che non potevano vivere bene. In quelle condizioni,
ogni nazione per poter avere un proprio Stato indipendente
sarebbe stata costretta ad affermarsi a scapito delle altre».
E, ancora: «Non si può fabbricare una nazione con dei
trattati. Una nazione nasce perchè ha in comune un
territorio, una storia, una tradizione che si crea con il
tempo e non si può fabbricare. La Jugoslavia è stato un
mostro che è rimasto in vita solo con la dittatura, militare
prima, comunista poi».