STORIA - REGINE PERNOUD

    
Luce del Medioevo

[Régine Pernoud, Luce del Medioevo, a cura di M. Respinti, presentazione di L. Negri, contributi di M. Introvigne, M. Respinti, M. Tangheroni, Milano, Gribaudi, 2002, 271 p.]

Edito per la prima volta a Parigi nel 1945, Lumière du Moyen âge suscitò immediatamente l’attenzione del mondo accademico contemporaneo per il grande respiro storiografico dell’opera e, soprattutto, per l’accuratezza con la quale l’autrice proponeva il suo originale approccio al medioevo. Merito che le valse, l’anno successivo alla pubblicazione, l’ambito riconoscimento del Prix Femina de critique et histoire.

Posta di fronte ad un’Europa collassata sotto le macerie della seconda guerra mondiale, in un momento in cui si avvertiva l’apparente fallimento di un’intera società e di tutte le sue speranze, la Pernoud rivalutò con spirito divulgativo e con un’attenzione quasi amorevole quei mille anni fino ad allora considerati, nella mentalità comune e in parte ancora nella letteratura scientifica, un’oscura parentesi, svelandone invece la ricchezza, la complessità e l’enorme creatività. Fu soprattutto questo recupero di un passato “luminoso”, questo riscatto per un’epoca disillusa ed avvilita, che decretò in certa misura il successo dell’opera presso il grande pubblico.

Luce del Medioevo, uscito in Italia solo trentadue anni dopo la pubblicazione parigina grazie alla traduzione di Marco Tangheroni, è rivolto ad un pubblico non specializzato. L’intento divulgativo dell’opera non ne inficia tuttavia la scientificità.

Régine Pernoud, formata all’École nationale de Chartes (l’istituto di formazione paleografica e diplomatistica più prestigiosa di Francia) e raffinatasi in lunghe e proficue esperienze d’archivio che la portarono a ricevere nel 1949 l’incarico di Direttrice degli archivi nazionali di Francia al Museo della Storia di Francia, affianca a una coinvolgente capacità narrativa una rigorosa preparazione critica e metodologica, facendosi interprete di una storiografia incline a non lasciarsi trascinare nella ragnatela dei conformismi dogmatici propri delle vulgate tradizionali.

Il quadro d’insieme offertoci dalla studiosa francese descrive, infatti, un Medioevo molto diverso dall’immaginario comune, proponendo un vero e proprio ribaltamento di prospettiva. Come l’autrice scrive nella premessa alla prima edizione, «il termine stesso di “Medioevo” è, da solo, un malinteso» poichè «raccogliere mille anni sotto una denominazione così vaga non può essere, checché se ne dica, altro che un errore storico».

Una battaglia, quella intrapresa dalla storica d’Oltralpe, che è innanzitutto il tentativo di riequilibrare l’approccio storico all’età medievale, sceverandolo dai cascami di antichi e radicati pregiudizi ed insistendo, per esempio, su un più adeguato utilizzo di una terminologia specifica. In una delle interviste riportate nell’edizione Gribaudi la medievista francese afferma, infatti, che «nulla ha contribuito a far misconoscere il Medioevo più che la confusione inevitabile, dal momento che si continuava a servirsi degli stessi termini per capire realtà assai diverse». La “Leggenda nera” di un’epoca segnata dalla grettezza dello spirito e dalla violenza generalizzata delle istituzioni viene dunque smentita passo dopo passo, sfruttando un continuo richiamo a fonti letterarie coeve, già da sole testimoni efficaci di una concezione del mondo tutt’altro che arretrata.

Il lettore è così accompagnato attraverso l’esposizione dei principali aspetti del cosmos medievale, dall’organizzazione sociale alla vita rurale e urbana, dai vincoli feudali ai rapporti internazionali, passando per le istituzioni cardine come la Chiesa e la monarchia, l’insegnamento delle arti e delle scienze, la vita quotidiana e la mentalità. Emergono, così, i tratti di una realtà profondamente cristiana, vivace, complessa, una società in cui l’uomo diventa conduttore di forze, modificando a suo vantaggio un intero continente, mentre tutt’intorno fioriscono le innovazioni tecniche e le espressioni artistiche si elevano ai vertici insuperati delle cattedrali. «Ho scoperto – osserva l’autrice – personaggi di altissima umanità, ho preso coscienza di un’armonia il cui segreto sembrava custodito da ogni sigillo, da ogni segno tracciato».

Per ciascun ambito che tocca, la Pernoud non tenta una descrizione onnicomprensiva – impresa impossibile e comunque estranea al fine dell’opera –, ma fornisce una chiave ermeneutica con la quale accostarsi allo studio del Medioevo. Penetrando così le fondamenta stesse dell’agire e del pensare dell’uomo medievale, la storica francese ne rivela gli aspetti più sorprendenti ed inattesi.

La più classica immagine di una collettività tripartita (clero, nobiltà e terzo stato) e iniquamente diseguale nella rigidità delle distinzioni sociali viene, per esempio, bollata come «superficiale», dato che «descrive il raggruppamento, la suddivisione, la distribuzione delle forze, ma non dice nulla sulla loro origine, sul loro dinamismo e sulla struttura profonda della società», scrive la Pernoud nel capitolo dedicato all’organizzazione sociale.

La figura maggiormente adeguata a comprendere il mondo medievale sarebbe invece quella dell’organizzazione familiare: «questa è la “chiave” del Medioevo, ed è la sua caratteristica più originale». «É un’epoca – sostiene l’autrice – in cui tutti i rapporti si rifanno al modello familiare, quelli del feudatario con il suo vassallo o quelli dell’artigiano con il suo apprendista». Tutte le relazioni interpersonali sono valutate e costruite intorno a questo concetto cardine, dal “fuoco” del villaggio alla grande rete di legami vassallatici, fino alla struttura stessa della società, intesa a tutti i livelli come «comunità di beni e sentimenti» e guidata non più da un capo assoluto ma da un «gestore interessato alla prosperità della casa».

Analogamente il vincolo feudale, ennesimo capo d’accusa di cui si è abusato – e si abusa tuttora – per etichettare un’intera epoca, viene riproposto in un’ottica del tutto differente, che ha il pregio di considerare, innanzitutto, l’humus in cui esso è germogliato. La reciproca relazione di fedeltà fondata da una parte sulla garanzia di protezione e dall’altra sull’omaggio rispondeva, secondo la Pernoud, all’esigenza più elementare di stabilità, in un periodo nel quale paura e insicurezza dominavano l’orizzonte politico-sociale.

Discostandosi, dunque, dalla “tirannia” di categorie affrettate e imprecise, Luce del Medioevo tratteggiava, giá molti anni fa, i lineamenti di un mondo caratterizzato da un insospettabile dinamismo, da una fluidità creativa e certamente da un’inesplorata ricchezza culturale. L’opera, ben lungi dall’essere esaustiva e definitiva, aprì tuttavia nuove possibilità interpretative, ponendo le premesse per una rivalutazione storiografica complessiva che redimesse il medioevo dalle “tenebre” nelle quali era stato sbrigativamente imprigionato. Cosa che, in effetti, si è in seguito verificata.

Se Régine Pernoud ha avuto un merito, questo è stato certamente di spianare la strada ad una storiografia non cristallizzata da preconcetti fuorvianti – al di là delle differenti inclinazioni ideali che avrebbe espresso –, di non lasciarsi coinvolgere in facili schematismi, optando sempre per una continua e appassionata messa in discussione delle fonti e delle interpretazioni. In tal senso, potremmo anche dire che questa studiosa ha anticipato un atteggiamento che la storiografia francese successiva avrebbe fatto proprio e che avrebbe ottenuto un enorme successo (anche in termini di vendite), soprattutto con apprezzati autori quali Georges Duby e Jacques Le Goff: quello teso a riproporre gli esiti della ricerca scientifica in opere di divulgazione per il grande pubblico.

In conclusione, è forse utile riportare una considerazione che la stessa autrice fece circa il proprio saggio: «Fare libri è un lavoro senza fine […]. Considerando la presente opera a quarant’anni o quasi di distanza, il sentimento dell’autore è un po’ questo… Un lavoro senza fine»

(Premessa all’edizione italiana del 1981).


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