Le parole d’ordine ai comitati rivoluzionari erano:
«trattandosi di sacerdoti, né pietà né prigionieri: bisogna
ammazzarli tutti»; «Per i preti non c’è alcuna possibilità
di salvezza. Tutti debbono essere uccisi»; «Vi abbiamo detto
che dovete ammazzarli tutti e per primi quelli ritenuti i
migliori e più santi»
Stando alla ricostruzione di monsignor Vicente Carcel Orti
(«Buio sull' altare, 1931-1939: la persecuzione della Chiesa
di Spagna», Città nuova, 1999) vennero uccisi per mano dei
social-comunisti 13 vescovi, 4184 sacerdoti e seminaristi,
2365 religiosi, 283 suore, oltre a decine di migliaia di
laici. La persecuzione colpì chiese, conventi, edifici sacri
che vennero chiusi, espropriati, presi d' assalto.
Intervista allo storico Vicente Cárcel Ortí a settant'anni
dalla fine della guerra civile
La Chiesa tra le due Spagne
Dalla seconda Repubblica alla dittatura di Franco attraverso
le atrocità della persecuzione religiosa di Maurizio Fontana
Settant'anni. La memoria di un pontificato - quello di Pio
XI - si lega anche al ricordo di uno dei passaggi più
dolorosi della storia recente: la persecuzione religiosa
della seconda Repubblica spagnola, la guerra civile e, meno
di due mesi dopo la morte di Achille Ratti, l'inizio della
dittatura di Francisco Franco il 1° aprile 1939. Anni dei
quali molte persone in Spagna portano ferite non rimarginate
e che ancora alimentano interpretazioni poco serene. "Questo
anche perché gli storici troppo spesso non sanno fare il
loro mestiere e offrono invece il loro contributo a
discutibili operazioni ideologiche. Invece di analizzare
fatti e documenti si manipolano i fatti a causa dei
quarant'anni di regime politico vissuto dalla Spagna fino al
1975".
A parlare è Vicente Cárcel Ortí, che da decenni
studia sulle fonti d'archivio la storia della Chiesa
contemporanea, soprattutto in Spagna. È un discorso che
coinvolge e appassiona il sacerdote spagnolo: "Bisogna avere
innanzitutto chiaro che il compito dello storico non è
giudicare, bensì studiare per comprendere e per aiutare gli
altri a capire. Pur cosciente del fatto che l'imparzialità
totale non esiste, lo storico deve fare lo sforzo di cercare
il massimo dell'obbiettività di fronte a una materia come
questa che, dopo settant'anni, suscita ancora tanta
polemica".
Cosa si deve fare per comprendere meglio ciò che è accaduto?
La storiografia tradizionale non serve più. I libri di
storia sono praticamente tutti scritti da autori di parte:
destra o sinistra che sia. Ma così si fa solo ideologia. Io
credo, invece, che si debba partire dalle fonti. Oggi questo
è possibile. Da poco più di due anni l'apertura dei
documenti dell'Archivio Segreto Vaticano relativi al
pontificato di Pio XI (8 febbraio 1922 - 10 febbraio 1939)
permette di analizzare con il massimo rigore i fatti
accaduti in Spagna dal 1931 fino al 1939. E i documenti
vanno letti senza preconcetti e senza manipolazioni.
Chiarisco subito: oggi conosciamo come si è evoluta la
storia della Spagna durante il regime militare di Francisco
Franco e in seguito, con l'avvento della democrazia. Non
possiamo però commettere l'errore di giudicare le scelte
fatte prima di questi eventi alla luce di ciò che è accaduto
dopo. Voglio essere ancora più chiaro: nel preciso momento
storico in cui la Santa Sede nel 1938 riconosceva il Governo
nazionale di Franco, questi rappresentava l'unica scelta in
quanto stava salvando la Chiesa spagnola dalla persecuzione
religiosa.
Per giudicare meglio quegli eventi, quali novità apportano i
documenti dell'Archivio Segreto Vaticano?
In questa documentazione vengono confermate notizie che già
conoscevamo, arricchite però con numerosi dettagli sul
carattere energico di Pio XI e sulla sua progressiva
ritrosia per la negoziazione diplomatica con i repubblicani
spagnoli. I documenti testimoniano inoltre la fedeltà del
segretario di Stato Eugenio Pacelli, la sua aperta
opposizione alla rottura con la Repubblica e, insime, le sue
numerose riserve sul riconoscimento ufficiale del regime di
Franco. Gli atti delle diverse riunioni plenarie della Sacra
Congregazione degli Affari Ecclesiastici Straordinari ci
mostrano infatti la chiara ostilità di Pacelli verso tutto
ciò che si richiamava all'ideologia nazista. Questo tema,
sebbene appaia secondario - per molti anni in parte taciuto
o chiaramente eluso - rappresenta invece un elemento
determinante per spiegare la diffidenza di Pio XI e del
futuro Pio XII verso la Spagna di Franco.
Può indicarci altri elementi innovativi di questi documenti?
Per la loro ricchezza e abbondanza essi ci consentono
finalmente di uscire dalla discussione estenuante e sterile
sulle "colpe" e i "silenzi" del Papa e della Chiesa
spagnola. Ci consentono di seguire il processo di
maturazione del Pontefice e di evitare in tal modo alcune
contrapposizioni ingenue, come quella di opporre la linea
diplomatica della Chiesa a una malintesa posizione profetica
secondo la quale la coerenza cristiana si manterrebbe pura
soltanto sottraendola al confronto con le scelte del mondo.
Quali sono le fonti di maggiore interesse?
Certamente gli appunti che il cardinale Eugenio Pacelli
scriveva quotidianamente dopo i suoi incontri con il Papa.
Sono foglietti - i cosiddetti taccuini di Pacelli,
trascritti dal 10 agosto 1930 al 3 dicembre 1938 - che ci
rivelano molto su due personalità tanto distinte quanto
reciprocamente attratte. Lo stesso si potrebbe dire di altre
figure della Segreteria di Stato, per esempio Giuseppe
Pizzardo o anche Domenico Tardini. Vi sono poi i dispacci
inviati dalla nunziatura di Madrid da Federico Tedeschini,
Silvio Sericano, Ildebrando Antoniutti e Gaetano Cicognani:
un osservatorio privilegiato per comprendere non soltanto la
situazione della Spagna e le difficoltà dei vescovi che
vissero la tragedia della Chiesa prima, durante e dopo la
guerra, ma anche il loro conflitto interiore tra la fedeltà
alla patria e alla fede.
Proviamo allora, sulla base dei documenti, a ricostruire
quegli eventi
Innanzitutto va ricordato che la seconda Repubblica spagnola
venne proclamata il 14 aprile 1931 senza alcuna legittimità
politica. Le elezioni del 12 aprile furono infatti delle
semplici consultazioni amministrative peraltro vinte dai
candidati monarchici. Però a Madrid e in alcune grandi città
prevalsero i repubblicani. Re Alfonso xiii allora - per
evitare scontri e spargimenti di sangue - decise di
abbandonare immediatamente la Spagna lasciando campo libero
ai repubblicani.
Quale atteggiamento tiene Pio XI a riguardo?
L'autoproclamazione della Repubblica, in realtà fu una sorta
di colpo di Stato. Ciò nonostante Papa Pio XI afferma
immediatamente che la Repubblica va riconosciuta e dà
istruzioni precise ai vescovi di collaborare con i
repubblicani per il bene comune e della nazione. Tre giorni
dopo l'autoproclamazione repubblicana, il Papa decide di
riunire i cardinali membri della Sacra Congregazione degli
Affari Ecclesiastici Straordinari affinché, alla luce dei
fatti recenti, esprimano il loro parere sull'opportunità di
riconoscere la Repubblica e sulle istruzioni che si devono
dare al nunzio. Dagli atti della riunione plenaria del 23
aprile emerge che alcuni cardinali pongono la questione
della legittimità della Repubblica e manifestano dubbi su di
essa dal punto di vista strettamente giuridico; preferiscono
però concentrarsi sulla questione del riconoscimento
diplomatico della Repubblica. Per il cardinale Pacelli "la
Santa Sede è disposta ad assecondare il Governo provvisorio
nell'opera del mantenimento dell'ordine, nella fiducia che
anche il Governo vorrà da sua parte rispettare i diritti
della Chiesa e dei cattolici (...). Simile istruzione
converrebbe dare al nunzio e per di lui mezzo ai vescovi.
Non eventuali eccessivi entusiasmi né passi comuni; ma
rispetto dell'autorità costituita e richiamo al dovere di
assecondarla per il mantenimento dell'ordine". Il nunzio a
Madrid da quel momento cerca di evitare conflitti e
d'instaurare un rapporto di amicizia personale con i
dirigenti del nuovo sistema. In quei giorni sul diffusissimo
e autorevole giornale d'ispirazione cattolica "El Debate" si
legge: "Questo è il regime politico che noi dobbiamo
accettare lealmente e col quale collaborare".
Eppure già nel primo anno della Repubblica cominciano gravi
espressioni di anticlericalismo.
Infatti, nonostante l'atteggiamento della Chiesa, i
repubblicani - prima ancora di avere la piena legittimità
politica - cominciano a legiferare in modo anticlericale e
antireligioso. Lo scontro è quindi immediato. E contro tutte
queste leggi, il Papa ordina al nunzio di protestare. Tra i
documenti della nunziatura si rintracciano quasi cento note
diplomatiche di protesta. Il 25 agosto Pacelli scrive:
"Tutti questi signori hanno agito e fatto e legiferato e si
propongono di legiferare, senza sentire la Santa Sede; e si
dicono cattolici!". Di pari passo con certe chiusure della
legislazione comincia anche tra la gente un clima di aperta
ostilità alla Chiesa. Il 10 maggio del 1931 in diverse città
spagnole, a partire da Madrid, Valencia e Málaga, scoppiano
incendi, con saccheggi e distruzioni di chiese e di
conventi. La gravità - a parte il fatto in sé, che porta a
una prima distruzione del patrimonio artistico storico e
culturale della Chiesa spagnola - risiede proprio nella
passività del Governo repubblicano che non vuole intervenire
e non cerca neanche i responsabili.
Quando parliamo di repubblicani a chi facciamo riferimento
specifico?
Con le elezioni politiche del 1931 il Governo repubblicano è
completamente contrassegnato dalla sinistra, anzi,
dall'estrema sinistra: soltanto il presidente Alcalá Zamora
e il ministro dell'interno sono cattolici. Ci sono i
comunisti, i socialisti più radicali, i marxisti, e poi vari
gruppi estremisti come gli anarchici. Nell'ombra poi agisce
la massoneria che non si sporca le mani nelle operazioni di
devastazione, ma si adopera per indirizzare le idee e
affermare la necessità di eliminare la Chiesa dalla Spagna.
Alla fine del 1931 viene approvata la Costituzione e l'anno
successivo è contrassegnato da un altro significativo atto
contro la Chiesa cattolica.
La Costituzione - di stampo marcatamente anticlericale -
viene approvata nel dicembre del 1931. Il primo obiettivo
viene raggiunto nel 1932 con la soppressione della Compagnia
di Gesù.
Di fronte a certi eventi come emerge la personalità di Pio
XI?
Pio XI ha una personalità forte, molto chiara e molto
diretta. È un decisionista. Non vuole perdere altro tempo.
Negli appunti di Pacelli si trovano registrati diversi
momenti di forte tensione del Papa il quale sembra anche
disposto a rompere completamente i rapporti con la
Repubblica. Scrive Pacelli il 6 maggio 1932: "Il Santo Padre
ha difficoltà per la permanenza del nunzio in Spagna. Si ha
l'aria di avere relazioni diplomatiche normali con uno Stato
che ci ha calpestato brutalmente. È pensiero tormentoso. Ma
forse col richiamo del nunzio potrebbe venire peggio".
Nel 1933 la dialettica fra la Santa Sede e la Repubblica
comincia a farsi serrata...
Sì, perché nel 1933 viene promulgata la Legge sulle
confessioni e le congregazioni religiose, ed è chiaramente
un modo per colpire direttamente la Chiesa cattolica dato
che in Spagna - dove non c'è ufficialmente libertà di culto
- di fatto non esiste confessione diversa dalla cattolica (a
parte i pochissimi protestanti, tollerati). Insomma la
legge, di fatto, è una finzione giuridica. Una legge
gravissima che infligge un colpo mortale alla Chiesa. È a
questo punto che giunge da parte di Pio XI il primo
pronunciamento ufficiale sulla situazione politica spagnola:
la lettera enciclica Dilectissima nobis. È il 3 giugno 1933.
Qui egli afferma: "La Chiesa sta subendo in Spagna una
persecuzione". È la prima volta che si usa questa parola in
un documento così importante del magistero pontificio.
In questo stesso anno sembra però arrivare una svolta
positiva.
Accade che le elezioni politiche portano a un ribaltamento
degli equilibri: vince il centrodestra, ma con una
maggioranza non autosufficiente: per formare un governo deve
allearsi con elementi repubblicani moderati. Cosicché per la
Chiesa la situazione di tensione sembra allentarsi anche se
non si risolvono i problemi di fondo.
E nel 1934 i repubblicani cercano di impostare nuovi
rapporti con la Santa Sede.
Il nuovo ministro degli Esteri Leandro Pita Romero manifesta
volontà di collaborazione. Sembra davvero una finestra
aperta verso un futuro più sereno. Lo stesso ministro si
autonomina ambasciatore plenipotenziario al fine di condurre
personalmente i negoziati. Pita viene ricevuto con tutti gli
onori in Vaticano il 10 giugno 1934. Anche se Pacelli e Pio
XI non si fidano dell'ambasciatore. Su un appunto del 17
luglio 1934 troviamo scritto: "Le trattative sembrano al
Santo Padre un perditempo e un creare un equivoco". Ciò
nonostante il Papa e il segretario di Stato vogliono
ascoltare proposte e richieste. E il ministro presenta
progetti ritenuti inaccettabili. Mesi di negoziazioni con
Pacelli, con Tardini, con Pizzardo non portano a nulla. Alla
fine, il 28 agosto 1934, il Papa rompe gli indugi e mette un
punto. Scrive Pacelli: "Il Santo Padre, il quale ha voluto
occuparsene personalmente, non vuol negare che
l'Ambasciatore mostra qualche buona volontà, ma il suo
progetto uti iacet non è accettabile. Aspettiamo che venga
un momento in cui si possa contare sulle loro possibilità.
Non vogliamo domandare loro l'impossibile. Ma è più
impossibile per noi andare contro la legge di Dio. Egli
manda una benedizione, se la desidera. Questo non significa
che da parte nostra si rompano le trattative. Siamo pronti a
continuare e discutere. Vi sono ostacoli insormontabili, ma
questa condizione di cose non è stata creata dalla Santa
Sede. Loro continuano a parlare e a dire inesattezze. Noi
dovremo difenderci. Mai eccederemo nella difesa".
Nel frattempo il Governo moderato di centrodestra promette
una revisione della Costituzione...
Che però non si farà mai.
Quindi non si arriva a un accordo?
No, perché il Papa continua a non fidarsi dell'ambasciatore
e del Governo repubblicano. Il 29 gennaio 1935 Pacelli
scrive: "Non possiamo proporre noi il modus vivendi; saremmo
in contraddizione con quanto abbiamo fatto finora. Piuttosto
i cardinali spagnoli suggeriscano al Governo di proporre
qualche progetto, eventualmente corretto". L'8 marzo 1935,
commentando il rapporto del nunzio di Madrid sulla riforma
della Costituzione, il Papa ordina a Pacelli: "Telegrafare
al nunzio per spiegazioni. All'ultima ora viene una riforma
della Costituzione su tali basi. Noi siamo turlupinati". E
dieci giorni dopo Pacelli scrive: "Il Santo Padre è deciso
di non farne nulla; non vuole sporcarsi le mani". Tuttavia,
in seguito a un nuovo intervento del cardinale Francisco
Vidal y Barraquer, Pio XI decide il 22 marzo: "Rispondere
che, tutto ben considerato, trattandosi da una parte di una
Costituzione che essi dicono di non poter cambiare, mentre è
una Costituzione in linea religiosa vessatoria e
persecutrice, teme il Santo Padre che questo modus vivendi
non sia che una preparazione; quanto più avremo ora
concesso, tanto meno avremo in mano per un futuro
concordato. I vescovi, il clero, i cattolici facciano quello
che possono per la difesa della Chiesa e fidiamoci un po'
della misericordia di Dio. Finché le cose stanno così, non
si vede come si possa fare un modus vivendi". Ancora il 16
luglio il Papa autorizza Pacelli a comunicare
all'ambasciatore Pita che "le trattative sono non rotte, ma
soltanto sospese, finché la Costituzione potrà essere
riformata. Questa è stata sempre la mente della Santa Sede".
Infine il 26 novembre 1935 il Papa commenta con Pacelli:
"Vedere se si possa entrare in prodromi di trattative per un
modus vivendi, ma colla promessa che non si domandi più di
quello che non vogliamo dare, e noi non vogliamo dare più di
quello che possiamo per non rimanere poi a mani vuote. Essi
hanno difficoltà, ma le abbiamo anche noi. Debbono aver meno
di quello che hanno coloro che fanno un concordato in
regola".
Facciamo un piccolo passo indietro e torniamo al 1934 che,
purtroppo, porta con sé i primi morti della persecuzione.
È vero. I risultati delle elezioni del 1933 non vengono
accettati dalle sinistre che provocano la prima rivoluzione
di stampo stalinista nella regione più conflittuale della
Spagna, le Asturie, regione di miniere di carbone. È
l'ottobre 1934 e in una settimana vengono trucidati una
quarantina di ecclesiastici, tra i quali nove fratelli delle
scuole cristiane (canonizzati nel 1999) impegnati come
maestri dei bambini dei minatori locali. La Rivoluzione
delle Asturie è uno snodo importante: secondo
l'intellettuale Gregorio Marañón, è il primo tentativo di
instaurare un sistema sovietico nella Spagna repubblicana. È
opinione di intellettuali spagnoli di quel tempo, come
Salvador de Madariaga, che dopo i fatti delle Asturie la
sinistra spagnola abbia perso qualsiasi autorità morale per
condannare la ribellione del 1936.
Ormai la rivoluzione è nell'aria...
È vero. E il Governo non ha la forza per fronteggiarla
adeguatamente. Anche perché le forze rivoluzionarie crescono
sempre più, tanto che riescono a bloccare l'attività del
Governo, a farlo cadere e a obbligare il presidente della
Repubblica a indire nuove elezioni per il 16 febbraio 1936.
È una data fatidica.
Ancora una volta le elezioni segnano per i cattolici
l'inizio di un periodo più buio. Di nuovo la sinistra
sconfitta reagisce portando per le strade violenza e
distruzione.
Tutte le sinistre hanno capito che la loro divisione
favorisce le destre. Si compatta perciò il Fronte popolare,
ovvero l'unione di tutti i partiti di sinistra e di estrema
sinistra più gli anarchici e gli extraparlamentari.
Ricordiamo che ancora oggi non si conoscono i risultati di
quelle elezioni. Sembra ci sia stata una vittoria delle
destre, peraltro mai documentata. Fatto sta che gli
esponenti del Fronte popolare, così come era successo per la
proclamazione della Repubblica nel 1931, cantano comunque
vittoria senza trovare opposizione nella destra e nei
moderati.
Il Governo del Fronte popolare comincia il 18 febbraio.
Da quel giorno s'inaugura una spirale di violenza sempre più
intensa contro tutto ciò che ha un legame con la Chiesa. Una
testimonianza impressionante di questi fatti si ritrova in
una relazione del nunzio Federico Tedeschini, di cui ho
curato l'edizione critica che è in corso di pubblicazione.
In più di trecento pagine egli descrive, giorno per giorno,
tutti i fatti accaduti in Spagna: atrocità, violenze,
profanazioni e distruzioni. In questo crescendo di
disumanità il Papa - sperando forse di ottenere un po' più
di rispetto per la Chiesa - decide di far rimanere a Madrid
il nunzio Tedeschini appena creato cardinale. Tutto inutile.
Il Papa è costretto a chiedere al nunzio di scrivere
continue note diplomatiche e lettere di protesta.
Come si arriva all'apice dello scontro, alla divisione della
Spagna in due parti contrapposte?
Nel luglio del 1936 il capo dell'opposizione al parlamento,
José Calvo Sotelo, viene ucciso da corpi armati dello Stato.
L'esasperazione giunge al massimo livello e si scatena
quello che viene chiamato l'alzamiento nacional, ovvero la
ribellione militare contro la Repubblica. Dopo quel gesto
estremo molti mettono in dubbio la legittimità stessa di un
Governo che ha ordinato la soppressione del capo
dell'opposizione, ha aperto le carceri e liberato
delinquenti comuni che impugneranno le armi insieme ai
miliziani "rossi". Interessante notare come si tratti di un
movimento civile e militare insieme. Una parte del popolo,
infatti, si unisce alla ribellione e si nutre di sussulti e
di tentazioni molto comuni nell'Europa di quegli anni: è il
momento dell'ascesa dei totalitarismi, con le democrazie che
manifestano debolezza e con i cosiddetti uomini forti che
suscitano fascino e alimentano entusiasmi nelle masse:
Hitler in Germania, Mussolini in Italia e Stalin nell'Unione
Sovietica.
La dittatura appare quindi come una soluzione?
Diciamo che in quel momento di totale caos politico la
scelta autoritaria appare ancora come una soluzione
rassicurante. Ma attenzione: al momento dall'alzamiento
Francisco Franco ancora non c'è. Non figura neanche tra i
firmatari del primo documento del Comitato di Difesa
Nazionale che il 30 luglio 1936 chiede - vanamente - un
riconoscimento alla Santa Sede.
È allora che inizia la vera persecuzione religiosa?
Nonostante certe cautele della Chiesa, subito dopo il
sollevamento militare, inizia la caccia al religioso da
parte dei repubblicani: è la vera e propria persecuzione
religiosa che avrà termine solo alla fine della guerra.
Mentre la Spagna si divide in due la persecuzione imperversa
nella parte repubblicana sulle persone e sulle cose: chiese,
conventi e anche cimiteri, dove vengono riesumati i cadaveri
di religiosi e di religiose per poterli profanare e per
poter infierire su di essi. È un massacro: si tratta infatti
del tentativo di eliminazione totale di una parte intera
della popolazione spagnola, quella costituita dagli
ecclesiastici e dai religiosi, uomini e donne. Ecco perché i
repubblicani non si accontentano di preti, frati e suore, ma
vanno a colpire anche i monumenti, i luoghi simbolici e gli
edifici sacri. Una barbarie unica.
E il Governo non riesce a controllare certi accanimenti?
Non solo non riesce, ma quasi li incentiva, li promuove. In
un rapporto del ministro repubblicano della Giustizia Manuel
de Irujo, resoconto di sei mesi di rivoluzione, si legge:
"Abbiamo distrutto tutto, non rimane più nulla". In molti
libri di storia si è detto che le violenze occorse nella
zona repubblicana furono in gran parte frutto di iniziative
popolari incontrollate e seguirono di molto i massacri
perpetrati fin dai primi giorni dell'alzamiento dei
militari. Ma il rapporto del ministro Irujo smentisce
categoricamente queste affermazioni, dichiarando apertamente
che "la sistematica distruzione di chiese, altari e oggetti
di culto non è certo un'opera incontrollata. La fucilazione
di sacerdoti non può avere alcuna spiegazione possibile e
pone il Governo della Repubblica davanti al dilemma della
sua complicità o della sua impotenza, con la conseguenza che
né l'una né l'altra delle conclusioni possibili possono
giovare alla politica esterna della Repubblica e
all'apprezzamento della sua causa davanti al mondo civile".
Quali sono le decisioni e i gesti di Pio XI dopo lo scoppio
della guerra?
Nei suoi appunti Pacelli l'11 agosto commenta: "Ho per la
terza volta sottoposto al Santo Padre l'idea, proposta da
molti, di una funzione espiatoria o riparatrice per i
dolorosi fatti di Spagna. Ha approvato l'articolo ufficiale
apparso ieri sera sull'Osservatore Romano e preparato dalla
Segreteria di Stato: "La Santa Sede e la situazione
religiosa di Spagna"". Questo articolo riporta la celebre
nota ufficiale della Santa Sede sulla situazione della
persecuzione religiosa in Spagna. La nota viene ritenuta
durissima dall'ambasciatore della Repubblica. È una denuncia
pubblica al mondo a soli venti giorni dall'inizio della
guerra, è redatta da Pacelli - se ne può vedere la minuta -
ed è approvata espressamente dal Papa. Il 15 agosto per la
prima volta tra il Papa e il Segretario di Stato si parla
dell'opportunità di una lettera pontificia per la Spagna.
Scrive Pacelli: "Visto che anche questa metà di mese è
passata senza risultato, che gli aiuti negati formalmente,
ma in realtà inviati minacciano di prolungare la lotta,
ricordandoci che siamo il Padre non solo di tutti i
credenti, ma anche di tutti i redenti, diciamo a tutti i
nostri figli di Spagna: cessate dal sangue, dall'uccidervi
tra voi, perché per il Padre è troppo straziante il vederlo.
E invitare tutto il mondo a pregare per la cessazione della
strage fraterna. Telegrafare a Mons. Sericano quali sono le
previsioni o a Mons. Hurley". Dieci giorni dopo, Pacelli
scrive il commento più lungo sulle cose della Spagna:
"Domandare a don Carmelo - Carmelo Blay era l'agente dei
Vescovi presso il Collegio Spagnolo a Roma - se vi sono
altri vescovi a Roma, oltre quello di Vich. (...) E
domandare loro: il Santo Padre sentirebbe volentieri da lui,
come dai suoi confratelli, che cosa pensano che si possa
utilmente fare dal Santo Padre di fronte al mondo cattolico.
Indire in tutto il mondo quelle preghiere che già si fanno
in molti luoghi? E confortarlo e dargli una benedizione
speciale. Indire preghiere: ma come? in qual senso? La prima
cosa da fissare: a chi ci rivolgiamo?". Nello stesso
documento Pacelli annota un progetto di lettera del Santo
Padre per dare una notizia al mondo intero: "Cominciare col
dire avremmo creduto di poter risparmiare di scrivere per
quello che sarà l'oggetto della presente. Avevamo sperato
perché avevamo creduto che una guerra civile, come quella
che vediamo nella Spagna, non fosse possibile. Ma quello che
credevamo impossibile, è divenuto il fatto lagrimevole.
Abbiamo allora creduto che fosse un fatto tanto breve di
durata quanto era stato violento a scatenarsi, ma anche
questo non si è mostrato rispondente alla realtà".
Il 14 settembre 1936 Pio XI riceve a Castel Gandolfo un
gruppo di esuli spagnoli.
Sì, e pronuncia un discorso molto lungo nel quale parla
della persecuzione. Dato interessante è che, nonostante si
registrino già circa 3.500 ecclesiastici trucidati, il Papa
nel discorso fa riferimento anche agli uccisori, ai
repubblicani, un riferimento che inizia con queste parole:
"E gli altri dove sono? Gli altri sono figli nostri anche se
loro non ci riconoscono come padre, noi li amiamo con amore
di padre perché sono figli nostri". È un discorso bellissimo
che ha una vastissima diffusione e ripercussione nella
stampa mondiale: si tratta del primo pronunciamento della
Santa Sede sulla situazione spagnola. In Spagna però Franco
cancella questo discorso con la censura governativa. Nessuno
viene a sapere che il Papa ha pronunciato queste parole.
Questa ampia allocuzione pontificia è un testo fondamentale
per la storia della persecuzione religiosa spagnola perché
in essa, per la prima volta, si parla di martirio in
riferimento alle vittime della medesima.
Perché i vescovi spagnoli aspettano un anno prima di
pronunciarsi?
Perché non vedono chiara la situazione nei primi mesi e
perché il Vaticano aspetta ancora. Ma il 1° luglio 1937 i
vescovi pubblicano una lettera collettiva di informazione al
mondo per smentire la propaganda della Repubblica. Si badi
bene: sono già stati massacrati oltre 6.500 ecclesiastici e
praticamente distrutte tutte le chiese che si potevano
distruggere e si assiste a un pericolo reale di
annientamento totale della Chiesa e di tutto ciò che ha
riferimento con la Chiesa (opere d'arte, libri, documenti, e
così via). La lettera dei vescovi viene interpretata come un
appoggio morale alla causa nazionale contro quella
repubblicana. Del resto i vescovi in quel momento di
persecuzione totale vedono nei nazionali l'unica possibilità
di salvezza per la Spagna che rischia di finire nelle mani
del comunismo stalinista. A questo proposito il cardinale
Vicente Enrique y Tarancón, che poi sarà arcivescovo di
Madrid fino al 1983, nelle sue memorie scrive: "In quei
momenti la Chiesa aveva il dovere di essere belligerante,
cioè di schierarsi perché c'erano due Spagne: la rossa che
ti ammazza e l'altra che ti salva". Storicamente è
importante ricordarlo e soprattutto sottolineare che in quel
preciso momento non si poteva conoscere l'evoluzione
politica successiva. Se in quel momento i militari ribelli
alla Repubblica offrivano una possibilità di salvezza, cosa
doveva fare la Chiesa, allearsi col persecutore? Con chi la
stava annientando?
In definitiva, a partire dal 1° luglio 1937 la Chiesa si
lega moralmente ai nazionali.
Ma bisogna dire che lo fa come gesto disperato, come unica
opzione possibile per la sopravvivenza e, lo ripetiamo,
senza poter sapere quale sarebbe stata l'evoluzione politica
successiva. Il tono della lettera è abbastanza moderato in
considerazione delle tragiche circostanze in cui fu scritta.
Giudicata alla luce e con la mentalità di un tempo di duro
confronto e di lotta, si tratta di un documento spiegabile e
comprensibile. In esso la guerra non viene mai chiamata
"crociata" e l'unica volta che compare questa parola è per
negare tale carattere alla contesa.
Una Spagna divisa in due, violenze e atrocità. Quali sono in
questi anni i rapporti della Santa Sede con i due Governi
durante la persecuzione?
La Santa Sede nonostante lo scoppio della guerra mantiene i
rapporti diplomatici con la Repubblica e non riconosce
ancora il Governo nazionale. Il movimento militare sceglierà
come capo il 1° ottobre 1936 il generale Franco, ma nei mesi
più duri della persecuzione (dal 18 luglio alla fine di
settembre) egli non è capo del Governo, non ha neanche una
struttura statale alle spalle: è solo un militare dalle mire
ancora non chiare. Infatti il problema del Papa è proprio
capire chi è Franco. Non lo sa ancora nessuno. Anche quando
i vescovi in qualche modo riconoscono il regime - un anno
dopo l'inizio della guerra - egli ancora mantiene un
atteggiamento prudente.
In sintesi: il Papa da subito protesta aspramente contro le
persecuzioni ma per prudenza aspetta a compiere passi
ufficiali di schieramento.
Sì, ed è una situazione che durerà fino al maggio 1938, cioè
fino all'arrivo a Madrid del nunzio Gaetano Cicognani. Nel
dicembre del 1936 - mentre la guerra è in pieno svolgimento
e ci sono in corso proposte di non intervento e di
mediazione - Pio XI dice a Pacelli: "L'autorizzo a trattare.
Dire all'Ambasciatore di Francia che la Santa Sede è
desiderosa di contribuire ad una cosa che tenda a far
cessare tale guerra, ma intende di avere anche le garanzie
le più sincere che questo non intervento da parte di tutte
le Potenze è inteso nel senso vero di non intervento né
ufficiale né privato, né diretto né indiretto, né attivo né
permissivo. Se noi abbiamo queste garanzie, perché dobbiamo
negare il nostro concorso a questa azione pacificatrice? Ma
neanche Noi possiamo esporre la Santa Sede alla triste
figura fatta finora: hanno creduto una cosa e ne hanno fatto
un'altra. E quali garanzie vi sono per la religione nelle
parti soggette ai rossi? Tutto è ivi distrutto! Chi ci
assicura contro le falsità e lo spirito diabolicamente
mendace di questi rossi? Domani ci possiamo trovare di
fronte ad aver cooperato al trionfo dei rossi. Il Santo
Padre offre volentieri quanto precede. L'armistizio non
servirebbe che ai rossi. Il Generale Franco non lo
accetterebbe, essendo pienamente sicuro del suo trionfo"
(udienza dell'11 dicembre 1936). Pio XI non vuole allearsi
con nessuno, vuole mantenersi indipendente: quando gli
ambasciatori di Francia e Gran Bretagna giungono in Vaticano
per chiedere un intervento del Papa, lui mostra, sì, di
voler cercare una mediazione, ma non vuole collegarla né con
le forze dell'Asse Roma-Berlino né con Londra o Parigi. "Il
Papa - dirà Pacelli agli ambasciatori - non ha interessi
politici da difendere ma pensa soltanto alla salvezza delle
anime, alla salvezza della Chiesa".
Questo è il periodo in cui da parte della Chiesa maturano le
scelte che maggiormente sono al centro dei dibattiti e delle
polemiche. Gli archivi recentemente aperti hanno fatto
conoscere notizie nuove in merito?
Oltre le cose già dette, una scoperta importante che emerge
dagli archivi è certamente quella relativa a due vescovi: il
cardinale di Tarragona Francisco Vidal y Barraquer e il
vescovo di Vitoria Mateo Múgica, che non firmano la lettera
collettiva dell'episcopato e che fino a ora erano
considerati gli emblemi dell'antifranchismo. I due vescovi,
ambedue in esilio - il primo scappato dalla persecuzione, il
secondo espulso - non firmano, è vero, ma i documenti
dimostrano che essi sono d'accordo pienamente col contenuto
della lettera, anche se non la ritengono opportuna in quanto
credono che provocherà una persecuzione ancora più intensa.
Nelle loro missive personali a Pacelli si legge che i due
vescovi desiderano la vittoria di Franco, che addirittura
pregano perché egli vinca e, anzi, chiedono a Pacelli se é
opportuno fare manifestazioni pubbliche di simpatia verso
Franco. Pacelli consiglia invece prudenza. Per anni è stato
strumentalizzato il fatto che il cardinale Vidal e il
vescovo Múgica non firmarono la lettera collettiva dei loro
confratelli e ciò è servito a qualcuno per sconfessare il
carattere "collettivo" di quel documento. Nessuno, però,
ricorda che altri dodici vescovi non lo poterono firmare
perché erano stati uccisi dai repubblicani, alcuni in modo
atroce e dopo aver subito supplizi inenarrabili e
amputazioni di parti del corpo.
Ci furono tentativi del Papa per mitigare gli orrori della
guerra?
Alla fine di luglio del 1937 - mentre mantiene i rapporti
diplomatici con la Repubblica - il Papa invia in Spagna
monsignor Ildebrando Antoniutti per verificare la
possibilità di avviare relazioni ufficiose col Governo
nazionale. Pio XI per due anni cerca diverse mediazioni,
compie molti interventi per far sì che la guerra finisca
quanto prima, per attutire gli orrori, per salvare le città;
interviene anche personalmente presso Franco per chiedere
grazie per condannati a morte o riduzioni di pene o indulti.
Questa situazione perdura fino al maggio del 1938, ovvero
quasi alla fine della guerra, e quando la Repubblica ha già
perso credito a livello internazionale, quando c'è l'invio
del nunzio Cicognani. Per il Natale del 1938, Pio XI tramite
il nunzio chiede a Franco una tregua di almeno 48 ore. Ma la
tregua non arriva e la guerra si chiude con la vittoria di
Franco il 1° aprile 1939.
Alla fine della guerra Pio XII pronuncia un discorso dove
dice: "Finalmente è tornata la pace".
In realtà noi sappiamo che non sarebbe stato così, ma lo
sappiamo oggi. Inizia infatti l'instaurazione di un regime
militare, pienamente riconosciuto pochi anni dopo da
moltissimi Governi nonché dalle Nazioni Unite e dall'Unione
Sovietica, e con il quale la Santa Sede, gli Stati Uniti e
altre nazioni concluderanno accordi e firmeranno trattati.
Ma questa è un'altra storia che potremmo conoscere e
spiegare meglio quando avremo a disposizione i documenti del
pontificato di Pio XII (1939-1958).
È nel contesto della guerra civile che dobbiamo parlare
della persecuzione religiosa e dei martiri beatificati?
Certamente, ma dobbiamo dire che la persecuzione iniziò
praticamente nel maggio del 1931, poi ci furono anche i
martiri della rivoluzione delle Asturie nel 1934. Dobbiamo
distinguere i morti se non vogliano fare confusione. Tutte
le persone morte meritano il massimo rispetto, ma non tutti
i morti sono uguali. Chi muore in un incidente stradale non
può essere equiparato a chi è vittima, per esempio, di un
attentato terroristico. Purtroppo nelle guerre ci sono i
caduti che muoiono sui campi di battaglia. Ci sono poi le
vittime della repressione politica, cioè persone che vengono
uccise per motivi ideologici: nella guerra di Spagna la
repressione fu durissima da parte di tutti e due gli
schieramenti. Ci sono infine coloro che vengono uccisi per
motivi religiosi, per motivi di fede: questi sono i martiri,
da non confondere né con i caduti né con la vittime della
repressione politica, perché i martiri non impugnarono mai
le armi, non fecero la guerra contro alcuno, non
manifestarono mai le loro idee politiche né fecero parte di
gruppi o movimenti politici; morirono perdonando e
perdonarono amando a imitazione di Cristo in croce. Non
furono uccisi per le loro idee politiche ma per la loro fede
cristiana, altrimenti non si spiega perché furono invitati,
prima di morire e come condizione per salvare la propria
vita, a rinunciare alla loro fede, a bestemmiare, a sputare
sul Crocifisso o sulle effigi mariane. Altrimenti non si
spiega perché tanto accanimento anche contro i simboli della
religione: chiese, conventi, immagini e oggetti sacri. Lo
Stato democratico ha il diritto di ricordare e onorare i
caduti in guerra e le vittime della repressione politica sia
dalla parte nazionale che dalla parte repubblicana. Ma la
Chiesa ha il diritto e il dovere di mantenere viva la
memoria di coloro che diedero la loro vita con il martirio
per difendere la propria fede e, quindi, non beatifica i
martiri dell'una o dell'altra parte, ma semplicemente coloro
che furono trucidati in odium fidei, in odium Ecclesiae,
senza alcun rancore verso i persecutori e senza alcuna
intenzione politica perché i martiri non hanno colore
politico.
Infine, come storico, cosa ci può dire del pregiudizio che
ha fin qui impedito di far luce su alcune pagine della
storia recente europea e che ha cercato di occultare la
persecuzione religiosa in Spagna?
La persecuzione religiosa nella Spagna degli anni Trenta è
stata la pagina più vergognosa della seconda Repubblica
spagnola e ha lasciato nella memoria una traccia difficile
da cancellare. Questa Repubblica è diventata un mito per una
certa sinistra che vive ancorata in un passato ormai
tramontato e non riesce a fare i conti con la propria
storia. Essa invece ha accusato di oscurantismo e di
revisionismo il Vaticano quando ci fu la beatificazione dei
498 martiri spagnoli. Qualcosa di simile accadde l'11 marzo
2001 in occasione della beatificazione di 233 martiri di
Valencia, trucidati in odio alla fede dai socialcomunisti e
dagli anarchici durante la guerra civile. In quell'occasione
alcuni giornali parlarono addirittura di "implicita
legittimazione del franchismo e dell'orrore fascista". Ma un
editoriale del "Wall Street Journal" parlò di "un colpo da
maestro", che da una prospettiva storica segnava forse
"l'inizio della verità dei fatti". Quali? Quelli che abbiamo
descritto, cioè circa settemila ecclesiastici e parecchie
migliaia di cattolici trucidati durante la guerra spagnola,
senza contare il sinistro anticipo nelle Asturie. La cosa
strana invece è che, a decenni di distanza, il ricordare
queste vicende abbia provocato scandalo.