LETTERATURA - JONATHAN SWIFT

    

I Viaggi di Gulliver


Swift, Jonathan
(Dublino 1667 - 1745)

Nato in Irlanda da genitori inglesi, nel 1695 venne ordinato sacerdote. Dopo il 1714 lasciò Londra, in cui si era trasferito, e si ritirò a Dublino, come decano della cattedrale di S. Patrizio e incitò gli Irlandesi a lottare contro i soprusi inglesi nelle Lettere di un drappiere (1724). Tra il 1720 e il 1726 si dedicò alla sua opera principale, I viaggi di Gulliver. Attraverso gli incontri del protagonista, Swift fa una satira feroce dell'umanità e, in particolare, della società inglese dei suoi tempi.

I Viaggi di Gulliver (Gulliver's Travels, 1726)

"Mio padre possedeva un modesto fondo nella contea di Nottingham, e io sono il terzo di cinque figli. All'età di anni quattordici egli m'inviò al Collegio Emanuele di Cambridge, ove rimasi per tre anni, dedicandomi strettamente agli studi: ma essendo il costo della retta troppo oneroso per le nostre povere sostanze (sebbene vivessi piuttosto magramente), fui destinato quale apprendista presso il dottor Giacomo Bates, eminente chirurgo di Londra, col quale rimasi per anni quattro; e inviandomi talora mio padre piccole somme di danaro, le investii per apprendere l'arte di navigare e altre cognizioni matematiche, utili a chi voglia darsi ai viaggi: come sempre ritenni sarebbe stata un giorno la mia sorte."

E' il suo libro più famoso. Scritto in forma di romanzo d'avventura è in realtà una spietata satira della razza umana, della civiltà e dei rapporti anglo-irlandesi (i connazionali sono i selvaggi Yahoo).
Swift fa del suo protagonista un medico di bordo e poi un capitano di varie navi e lo fa partire quattro volte, quanti sono i libri in cui si articola il romanzo. L'espediente del naufragio di cui si fa uso ogni volta era abbastanza consueto nella letteratura di viaggi, e nella realtà stessa.
Lemuel Gulliver, medico su una nave mercantile, fa naufragio sull'isola di Lilliput, dove tutto, a cominciare dagli abitanti, è grande un quindicesimo delle persone e degli oggetti quali li conosciamo noi. Nella seconda parte invece Gulliver visita Brobdingnag, (il paese dei giganti) dove il rapporto è rovesciato e dove il medico diventa trastullo della figlia del re, che lo tiene tra i suoi balocchi. Nella terza parte Gulliver visita Laputa e il continente che ha come capitale Lagado, dove la satira si rivolge contro filosofi, storici e inventori. Nell'isola di Glubdubdrib, poi, Gulliver evoca le ombre dei grandi dell'antichità e dalle loro risposte ne scopre i vizi e le meschinità; mentre presso gli Struldbrug, immortali, si accorge che la massima infelicità dell'uomo sarebbe la prospettiva di non porre mai fine al tedio di vivere. Nella quarta parte, infine, la virtuosa semplicità dei cavalli Houyhnhnm è messa a contrasto con la nauseabonda brutalità degli Yahoo, bestie dall'aspetto umano.

Non esiste in tutta la letteratura occidentale una condanna dell’intera umanità paragonabile a quella contenuta nei Viaggi di Gulliver: la sua critica dei valori, dalla religione alla scienza, dalla politica alla cultura, è spinta fino a minacciare le radici stesse dell’esistenza.
Ma il genio di Swift ha dato a quest’amarissima opera un assoluto equilibrio d’insieme, costruendola come un prodigioso giocattolo meccanico: il suo terribile significato allegorico è accessibile solo a chi può e vuole intenderlo, e non danneggia mai la componente immaginativa del racconto nè le sue suggestive costruzioni fantastiche. Tale perfezione narrativa spiega come la più elaborata e crudele delle satire contro l’umanità abbia potuto avere la fortuna che ha avuto come libro di amena lettura e sia persino divenuta, con gli opportuni tagli, un classico per l’infanzia.

«Furono dunque ingaggiati cinquecento tra carpentieri ed ingegneri per allestire il più grande traino che avessero mai costruito: un'armatura in legno alta dal suolo otto centimetri, lunga due metri e larga uno e venti, che scorreva su ventidue ruote. Me la portarono di fianco per tutta la mia lunghezza, ma la difficoltà maggiore consisteva nel sollevarmi e depormi sopra il veicolo...»



Jonathan Swift


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