TALMUD

Opera religiosa, giuridica e morale della tradizione ebraica.



Talmud


Ebraismo

Dopo la Bibbia, il Talmud è il documento più importante della letteratura e della legge ebraica: ebbe e ha tuttora sulla vita religiosa e sociale dell'ebraismo grandissima influenza. Nel Talmud (Studio), che esiste in due versioni, la prima palestinese (codificata attorno al IV secolo), la seconda babilonese (codificata attorno al VI secolo), confluiscono la Mishnah (codificata già nel II secolo), raccolta sistematica di decisioni legali-religiose, fondate sull'insegnamento contenuto nella Bibbia, e la Ghemarah, che è aggiunta e commento alla Mishnah. Si tratta nell'insieme di una vera e propria enciclopedia della cultura e del pensiero ebraico postbiblico, fiorita in Palestina e in Babilonia. Mishnah significa "ripetizione" (orale), in contrasto con Mikrah (lettura), termine con cui viene anche chiamata la Bibbia; altra denominazione che le viene attribuita , è in aramaico, Matnitak (dal verbo tenà, "ripetere", da cui il nome di "tannaiti" dato ai suoi compilatori). I compilatori della Ghemarah vennero invece chiamati amorei. La Mishnah è divisa in sei parti, dette "ordini", ognuna delle quali contiene un numero di trattati, a loro volta divisi in capitoli e ulteriormente suddivisi in paragrafi e sentenze. Per dare un'idea degli argomenti trattati dalla Mishnah e quindi dal Talmud, ecco i titoli dei sei ordini: Sementi, diviso in 11 trattati, dedicati ai prodotti della terra e problemi relativi; Festa, diviso in 12 trattati e dedicato alle varie ricorrenze, prima delle quali il Sabato, che, secondo il concetto ebraico, è la festa per eccellenza; Donne, in 7 trattati, dedicati alle leggi sul matrimonio; Danni, diviso in 10 trattati, che parlano della proprietà (, in pratica, un codice di procedura civile e penale); Cose sacre, composto da 11 trattati, dedicati ai sacrifici; Purificazioni, in 12 trattati, che discutono del modo di purificare, oltre al corpo, gli oggetti che siano venuti a contatto con cose ritenute impure. Secondo la tradizione, anche la legge orale, contenuta nel Talmud, venne data sul monte Sinai a Mosè, insieme con i dieci comandamenti, e venne poi trasmessa oralmente durante tutti i secoli nei quali Israele risiedette nella sua terra. L'inizio della codificazione coincise con la distruzione del secondo Tempio a opera di Tito ed è legato, innanzi tutto, con la scuola di Yavne, fondata da rabb Yohanan ben Za-kay, continuata da Rabban Gamliel (il maestro di Paolo, come si legge negli Atti degli Apostoli) e da suo figlio Shim'on. Più tardi (dal 90 al 130 d.C.) assunsero grandissima importanza le scuole di rabbì Gamliel II, di rabbì El'azar ben Hyrkanos e di rabbì Achibà. A essi è dovuta la raccolta delle Halahot (ossia norme o decisioni giuridiche) che da essi vennero catalogate. Il ciclo di questi grandi tannaiti si chiude con rabbì Yehudà ha-Nassì, detto semplicemente dagli studiosi Rabbenù (il nostro maestro) che raccolse tutto il materiale elaborato fino a quel momento e conferì alla Mishnah l'aspetto che essa ha tuttora. Fu su questo testo che gli amorei studiarono, ed è di questo testo che ricercarono e determinarono le fonti esaminandone criticamente il contenuto, risolvendo le effettive o apparenti contraddizioni contenute in esso e in altre tradizioni tannaitiche, fissando nuove norme relative a casi fino ad allora non contemplati. Il periodo che segue (e che termina verso il 500 d.C.) vede lo sviluppo degli amorei, o compilatori della Ghemarah che, come si è detto sopra, è commento, discussione e ampliamento della Mishnah. Nascono così in Palestina le scuole di Cesarea, Tiberiade, Usha, mentre in Babilonia fioriscono quelle di Nehardea, di Sura e di Pum-Bedita. Gli insegnanti di queste scuole si contano a centinaia; ci limiteremo a ricordare Zav Abba Arika, fondatore della scuola di Sura che, con Shemuel (detto l'Astronomo), fu discepolo di rabbì Yehudah ha-Nassì, entrambi famosi per la loro conoscenza della legge: le loro opinioni erano tanto spesso contrastanti che il Talmud sottolinea in alcune decisioni il fatto che i due maestri fossero d'accordo. Mentre le persecuzioni di Costantino portavano alla decadenza delle scuole palestinesi, che probabilmente nel V secolo terminavano la loro opera, in Babilonia continuavano più che mai fiorenti gli studi della Ghemarah, che con Zav Ashì (352-427) avrebbe assunto la fisionomia che ha tuttora; a essa vennero apportate, tra il 500 e il 540, alcune aggiunte, con commenti e decisioni, da parte dei saborei (interpreti). Il complesso delle redazioni della Mishnah e della Ghemarah che ebbe luogo in Palestina viene chiamato Talmud jerushalmi (Talmud di Gerusalemme) . Si tratta di un'opera inorganica e slegata, forse in conseguenza delle difficoltà politiche in cui versavano gli Ebrei; forse per lo stesso motivo questo Talmud è ricco più di passi relativi alla haggadah, passi cioè di argomento non giuridico, che di passi relativi alla halahah, quelli giuridici. Invece, il Talmud redatto in Babilonia (o Talmud bavlì) è assai più completo e organico di quello palestinese: è tre volte più voluminoso del primo, anche se contiene solo la Ghemarah relativa a 36 trattati e mezzo, mentre in quello palestinese la Ghemarah si riferisce a 39 trattati. La Mishnah è scritta in un tardo ebraico, mentre la Ghemarah è in aramaico (quella babilonese in un dialetto aramaico orientale). Per molto tempo, il Talmud palestinese è stato giudicato di minor valore del Talmud babilonese perchè più conciso, mentre il secondo risultava più dotto, pieno com'è di norme giuridiche (halahoth), sottili e acute. La critica tende ora invece a rivalutare quello palestinese che, nel campo haggadico conterrebbe il materiale più antico. Esso inoltre rappresenta la viva testimonianza dell'esistenza di un'attiva vita ebraica in Palestina, anche dopo la distruzione del secondo Tempio, argomento di alto interesse attuale, nella polemica discussione della permanenza di un gruppo ebraico in Palestina attraverso i secoli. Interessante notare l'esistenza di alcuni dei maestri citati in entrambe le raccolte del Talmud, essendo le due correnti di scuole strettamente legate tra loro: anzi, dopo le persecuzioni in Palestina, parecchi maestri emigrarono in Babilonia, dove continuarono il loro lavoro. Specie nel Medioevo, ma disgraziatamente anche in tempi assai più recenti, il Talmud fu considerato con sospetto e diffidenza da parte dei non Ebrei, che lo ritenevano l'emblema dell'isolamento e del separatismo in cui vivevano gli Ebrei. Esso fu addirittura bruciato sulla pubblica piazza in parecchi Paesi cristiani (a Parigi nel 1242, a Roma nel 1553, a Cremona nel 1559 ecc.) e certo all'intolleranza dei Paesi cristiani si deve la rarità e l'incompletezza dei manoscritti talmudici, tanto che la tradizione testuale risale solo alla fine del XIII secolo. Un fascino eccezionale si sprigiona da questa straordinaria raccolta, fascino che trova la sua personificazione nei maestri famosi che vivono al limite tra storia e leggenda: di rabbì Achivah, per citarne uno, viene descritta la salita in cielo (insieme con altri tre compagni) da cui ridiscende incolume; ma rabbì Achivah è altresì forse il pi autorevole fondatore della halahah, cioè della tradizione giuridica. Molti altri esempi del genere si potrebbero trarre da questa trattazione che è tutt'altro che organica, priva di qualsiasi legame logico, ma che, come si è detto sopra, è una miniera inesauribile di storia, di leggenda, di norme giuridiche.
Tanto inesauribile è la miniera che, come è noto, il Talmud è stato oggetto di uno studio particolarissimo da parte di generazioni e generazioni. Depositari dunque di una cultura che era sorta in Palestina, e in Babilonia, gli Ebrei della diaspora presero a studiare il Talmud con proverbiale accuratezza; e via via che negli Ebrei dell'Europa occidentale l'interesse per questo testo si andava affievolendo, esso diventava retaggio dell'Europa orientale dove in speciali scuole dette yeshivot venivano preparati all'interpretazione del Talmud generazioni di giovani. Solo la rivoluzione bolscevica fece scomparire i centri talmudici russi mentre gli ultimi centri in Polonia, Lituania ecc. furono spazzati via dalle persecuzioni hitleriane; oggi esistono nuovi centri di studio del Talmud in Israele, negli Stati Uniti e in Canada.
 

Queste pagine del Talmud, sul dolore come mezzo di liberazione ed espiazione, aiutarono milioni di Ebrei, attraverso i secoli, a superare con coraggio e fermezza le sciagure e le persecuzioni.

Lo studio della Legge e il dolore umano. Dolore per amore di Dio. Il dolore mezzo di liberazione

Disse Rabbà, e secondo altri Rab Hisdà: Se un uomo vede che gli sopraggiungono delle sofferenze, esamini il suo operato, secondo quanto fu detto: «Vogliamo esaminare la nostra condotta e indagare e vogliamo tornare al Signore» (Lam. 3, 40). Se ha esaminato e non ha trovato (nulla), egli deve attribuire (le sofferenze) all'aver trascurato la Legge, secondo quanto fu detto: «Beato l'uomo che Tu ammonisci, oh Signore, e lo ammaestri per mezzo della Tua Legge» (Sal. 94, 12). Se poi ha attribuito (le sofferenze all'aver trascurato la Legge), e non ha trovato (che ciò corrispondesse alla realtà), allora si tratta di sicuro di sofferenze per amore, secondo quanto fu detto: «Colui che il Signore ama, Egli lo castiga» (Pr. 3, 12).

Disse Rabbà a nome di Rab Sehoràh a nome di Rab Hunà: Ognuna in cui il Santo, Egli sia benedetto, si compiace, Egli lo colpisce a mezzo di sofferenze, come è detto: «E il Signore si compiacque in lui e lo colpì a mezzo di malattie» (Is. 53, 10). Si potrebbe supporre (che fossero sofferenze per amore) anche nel caso che non fossero state accettate come tali, ed è perciò che s'insegna: «Se egli rende se stesso come un sacrificio per una colpa commessa» (Is. 53, 10); come il sacrificio per la colpa viene offerto volontariamente, così anche le sofferenze (possono essere considerate come espressione d'amore da parte di Dio) se volontariamente (accettate). E se le accetta (con amore), quale sarà la sua ricompensa? «Egli vedrà discendenza e vivrà a lungo» (Is. 53, 10). E non solo questo, ma il suo studio diventa suo possesso stabile, secondo quanto fu detto: «,Le cose di cui il Signore si compiace prosperano nella sua mano» (Is. 53, 10).

A questo proposito, c'è divergenza di opinione tra R. Jaaqòb bar Idà e R. Ahà bar Haninà. Uno dice che sofferenze d'amore sono quelle che non portano con sè il trascurare lo studio della Legge, come è detto: «Beato l'uomo che Tu ammonisci, oh Signore, e lo ammaestri con la Tua Legge» (Sal. 94, 12). L'altro dice che sofferenze per amore sono quelle che non portano con sè il trascurare la preghiera, come è detto: «,Benedetto Iddio che non fece cessare la mia preghiera, nè la Sua carità da me» (Sal. 60, 20). Disse loro R. Abbà, figlio di R. Hijjà bar Abbà: Così disse R. Hijjà bar Abbà in nome di R. Johanàn: Le une e le altre sono sofferenze d'amore, come fu detto: «Colui che il Signore ama, lo castiga». E allora che cosa sta a indicare: «Lo ammaestri secondo la Tua Legge?» Non leggere: «Lo ammaestri», ma «Ammaestraci»; cioè: Tu ci insegni questa cosa con la Tua Legge, attraverso una deduzione a minori ad maius dalla legge concernente il dente e l'occhio: il dente e l'occhio sono parti singole del corpo umano, eppure lo schiavo riacquista la libertà a mezzo di esse, tanto più a mezzo delle sofferenze, che disfanno tutto il corpo dell'uomo (si acquista la libertà). Il che corrisponde a quanto aveva detto R. Shimòn ben Laqish perchè fu R. Shimòn ben Laqish a dire: Fu detta la parola: «patto» riguardo al sale, e la stessa parola: «patto» ricorre ove si tratta di sofferenza. La parola: «patto» fu detta a proposito del sale, come sta scritto: «E non farai cessare il sale del patto del tuo Dio» (Lev. 2, 13); la stessa parola: «patto» ricorre a proposito delle sofferenze, come è scritto: «Queste sono le parole del patto» (Deut. 28, 69). Come nel patto che riguarda il sale, il sale rende saporita la carne, cosi nel patto a proposito delle sofferenze, le sofferenze annullano tutti i peccati dell'uomo.

Tre doni di Dio. Dolore e carità come mezzi di espiazione

Fu insegnato: R. Shimòn ben Johaj dice: Tre bei doni diede il Santo, Egli sia benedetto, a Israele, e tutti e tre li diede soltanto a mezzo di sofferenze. Essi sono: la Legge, la Terra d'Israele, e il mondo avvenire. Da dove risulta che ciò vale per la Legge? Da quanto fu detto: «Beato l'uomo che Tu ammonisci, o Signore, e che ammaestri con la Tua Legge» (Sal. 94, 12). A proposito della Terra d'Israele, sta scritto: «Come un uomo castiga il figlio, così il Signore tuo Dio ti castiga»(Deut. 8, 5), e subito dopo sta scritto: «Chè il Signore tuo Dio ti fa entrare in una bella terra». In quanto al mondo avvenire, sta scritto: «Invero il precetto è un lume e la Legge è luce, e via di vita il castigo ammonitore» (Pr. 6, 23).

Un tale recitava davanti a R. Johanòn: Chiunque si occupa della Legge e di opere di carità e chi seppellisce i suoi figli, gli vengono perdonati tutti i suoi peccati. R. Johanòn gli disse allora: Siamo d'accordo per quanto concerne la Legge e le opere di carità, perchè sta scritto: «A mezzo della carità e della verità viene perdonato ogni peccato» (Pr. 16, 6). «Carità sono le opere di carità, secondo quanto fu detto: «Chi tende verso la giustizia e la carità, troverà vita, giustizia e onore» (Pr. 21, 21); «verità» è la Legge, secondo quanto fu detto: «Acquista verità, ma non venderla» (Pr. 23, 23), ma da dove risulta (che il perdono è; accordato anche a) chi seppellisce i suoi figli? Insegnò un anziano a nome di R. Shimòn ben Johaj: Questo risulta da «peccato-peccato»: in un testo sta scritto: »A mezzo della carità e della verità viene perdonato ogni peccato»; e in un altro testo si dice: gli retribuisce il peccato dei padri nel seno dei loro figli» (Ger. 33, 18).

Disse R. Johanòn: Piaghe e privazioni di figli non sono castighi per amore. Le piaghe non sono (punizione d'amore)? Eppure fu insegnato: Chiunque è colpito da uno dei quattro fenomeni delle piaghe non altro che un altare di espiazione. Orbene sono un altare di espiazione, ma non sono castighi d'amore! Ma se preferisci, dico: Una cosa vale per noi (palestinesi) e un'altra per essi (babilonesi); oppure si può dire: Una cosa vale, ove si tratti di piaghe coperte, nell'al-tro caso ove si tratti di piaghe visibili.

da: Talmud babilonese. Trattato delle benedizioni a cura di E. Zolli - trad. di E. Zolli - Bari, Laterza, 1958
 

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