LETTERATURA - CHRISTOPHER MARLOWE

    

Tamerlano il Grande


Christopher Marlowe (Canterbury 1564 - Deptford 1593)

Drammaturgo inglese. Fu il maggiore rappresentante degli university wits, gruppo di intellettuali che parteciparono attivamente alla vita londinese. Nella tragedia Tamerlano il Grande (1587) descrisse l'esaltata aspirazione a una potenza illimitata. Seguirono La tragica storia del dottor Faust (1588) ed Edoardo II (1591), il suo capolavoro. Marlowe fu coinvolto spesso in risse, una delle quali lo portò a una morte violenta.


Tamerlano il Grande

Dramma in due parti di cinque atti ciascuna del drammaturgo e poeta inglese Christopher Marlowe (1564-1593), scritto tra il 1587 e il 1588

Il drammaturgo elisabettiano, assassinato in giovane età durante una rissa in una taverna, ebbe fama di spirito maledetto: morì mentre il Consiglio Privato della Corona stava istruendo contro di lui un processo per blasfemia. Il teatro di Seneca, che tanta importanza ebbe per tutto il teatro elisabettiano, esercitò un influsso particolarmente rilevante sul colto Marlowe, che aveva frequentato l'università di Cambridge stringendovi amicizia con un gruppo di giovani futuri drammaturghi, che diverranno noti come University Wits (ingegni dell'università). Nei suoi drammi, di cui Tamerlano è la prima opera di rilievo, campeggia un protagonista, al tempo stesso schiavo e simbolo di una passione dominante, una libido che finirà col trascinare l'eroe alla sua tragica fine, ma che fa sì che la sua personalità soverchi e lasci nell'ombra gli altri personaggi e la sua vicenda si identifichi con la trama. Solo nell'Edoardo II questa tendenza si allenta e si ha una struttura più corale, forse per influsso dei primi drammi storici shakespeariani. Da alcuni critici è stata avanzata l'ipotesi che questi drammi siano stati scritti per il più famoso attore del momento, un "mattatore" di nome Edward Alleyn. Anche se questa supposizione non può essere in alcun modo provata con certezza, è tuttavia vero che le opere del teatro elisabettiano nascono piuttosto come copioni che come testi destinati alla stampa, elaborati concretamente sul palcoscenico, durante le prove, anzichè scritti dal drammaturgo nell'isolamento del suo studio. Tamerlano, pastore scita messosi a capo di una banda di predoni, incomincia la sua scalata verso il potere e il dominio col tentare di impadronirsi del regno di Persia, alleandosi con Cosroe, fratello del re, per poi ucciderlo a tradimento. Questo è solo l'inizio della incalzante serie di conquiste a cui la sfrenata ambizione spinge Tamerlano; soltanto la presenza di una donna al suo fianco ne addolcisce di quando in quando i lineamenti sempre guerrescamente corrucciati. Ma anche la conquista della bella Zenocrate, figlia del re d'Egitto, catturata col suo seguito mentre era in viaggio per raggiungere il promesso sposo, e quando ancora Tamerlano è un semplice predone, avviene con lo stesso atteggiamento con cui l'uomo, che si sente segnato dal fato, si impadronirà più tardi di regni e imperi. Marlowe attribuisce anche alla personalità di Tamerlano quel fascino, quella attrattiva propria del condottiero vittorioso, quella sicurezza dell'uomo che sa di essere padrone del proprio destino, che fa sì che gli avversari gli cedano prima ancora di venire a battaglia con lui. La sicurezza di poter far sua Zenocrate fa usare a Tamerlano, nel brevissimo corteggiamento, piuttosto il tono di compiaciuta ammirazione di chi già possiede un gioiello che quello di chi cerca di conquistarlo. Gli splendidi versi, pieni di immagini di luce, che le dedica, sono già un omaggio alla propria regina: "Zenocrate più amabile dell'amore di Giove, / più splendente che l'argenteo Rodope, / più bella della più bianca neve sui monti sciti, / la tua persona è di maggior valore a Tamerlano / che il possesso della corona di Persia, / che stelle benigne mi hanno promesso alla mia nascita. / Cento Tartari saranno il tuo seguito, / montati su destrieri più veloci di Pegaso ... / Da cervi bianchi come il latte su una slitta d'avorio / tu sarai condotta tra laghetti gelati, / e scalerai le cime maestose delle montagne di ghiaccio / che dalla tua bellezza saranno subito offuscate". Trascinato dalla sua sete di conquista e animato da feroce crudeltà, Tamerlano conquista l'impero turco, facendone prigioniero l'imperatore Bajazet: questo e l'imperatrice vengono sottoposti durante la prigionia ad atroci tormenti, tanto che scelgono il suicidio come liberazione. Egli passa poi alla conquista dell'Egitto e di Damasco, e solo l'intercessione di Zenocrate salva la vita al re di quel paese. La morte di lui, che avviene subito dopo quella dell'amata Zenocrate, riscatta alla fine la crudeltà e la smisurata brama di potere di Tamerlano, che lascia il figlio Emiro erede delle sue conquiste e anche del suo destino. Il brevissimo epitaffio pronunciato da Emiro, che conclude la tragedia, è celebrazione di un eroe.

Teatro Elisabettiano


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