LETTERATURA - JUNICHIRO TANIZAKI

    

Libro d'ombra


Un breve, ma affascinante e sorprendente trattato sulla bellezza delle cose e delle persone quando sono in penombra.

«V’è forse, in noi Orientali, un’inclinazione ad accettare i limiti, e le circostanze, della vita. Ci rassegniamo all’ombra, così com’è, e senza repulsione. La luce è fievole? Lasciamo che le tenebre c’inghiottano, e scopriamo loro una beltà. Al contrario, l’Occidentale crede nel progresso, e vuol mutare di stato. È passato dalla candela al petrolio, dal petrolio al gas, dal gas all’elettricità, inseguendo una chiarità che snidasse sin l’ultima particella d’ombra».

“In modo speciale, poi, i Cinesi pregiano la giada. Solo uomini dell'estremo oriente possono amare una pietra così; il suo fondo, dalla luminescenza torbida e neghittosa, sembra contenere l'aria cristallizzata dei secoli. Non ha, la giada, né i colori puri del rubino o dello smeraldo, né la fulgidezza del diamante. Che cosa vi troviamo allora di tanto attraente? E' difficile spiegarlo, ma, quando la osservo, sento che la giada è inconfondibilmente Cinese, e mi sembra di vedere tutto il lungo passato di una civiltà, ispessito e coagulato in quel suo interno opaco e nuvoloso.”

Tanizaki in Giappone è famoso per le sue trasgressioni e per le sue apologie della donna, vissuta come riferimento sessuale, in maniera non tradizionale.
E’ un libro che tratta di estetica e di filosofia dell’estetica.
Tanizaki mette a confronto il punto di vista giapponese, che trova nell’ombra e nelle sue infinite sfumature tutta la bellezza, vissuta nell’equilibrio dei sensi, e quello occidentale, fatto di luce abbagliante e frastornante, che privilegia la vista a discapito degli altri sensi.

Questo “Elogio dell’ombra” (così doveva essere tradotto il titolo, se Borges non avesse scritto una raccolta di poesie intitolata nello stesso modo) vuole mettere in risalto la diversità delle estetiche orientale ed occidentale ma non per contrapporle, magari una a detrimento dell’altra, ma per capirle meglio, cercando di ricollocarle nel proprio contesto – in assenza del quale spesso molti oggetti vengono snaturati, abbruttiti.
Lo scrittore parte polemizzando contro gli eccessi dell’illuminazione elettrica, in un paese smanioso di imitare quasi con fanatismo gli Stati Uniti (parliamo del giappone del 1935). L’atmosfera della casa giapponese tradizionale, tutta un gioco di penombre con la sfilza di paraventi e pannelli scorrevoli, viene quasi violentata ed avvilita dall’avvento della lampadina, per non parlare di tutti quegli oggetti d’arredo e perfino gli abiti, o addirittura l’ideale femminino (celato nella casa come in uno scrigno), creati proprio per risaltare in quella penombra e che alla luce fredda che snida ogni atomo di buio perdono tutto il loro fascino.
Ma allo scrittore preme anche sottolineare quanto una cultura tenda a privilegiare un senso piuttosto che un altro (gli occidentali senz’altro la vista), appiattendo tutto il resto e lo fa attraverso la descrizione di tanti piccoli piaceri, come quello di sorbire un brodo in una ciotola di legno laccato, o di quanto sia preziosa una patina, troppo spesso scambiata dagli Occidentali per semplice sporco.
Secondo Tanizaki il buio all’interno di un grande ambiente, come una costruzione tradizionale giapponese, è ben diverso da quello che c’è in un piccolo ambiente.
L’autore descrive la grande importanza che ha avuto la foglia d’oro nella decorazione dei luoghi sacri. In particolare insiste su come la stretta relazione fra la fiamma delle lanterne e i riflessi sui particolari dorati, abbia nei secoli evocato il sacro ed il magico nell’anima degli uomini.
Dal sacro al profano, Tanizaki arriva a fare l’apologia del piacere dell’evacuare ogni mattina in un tradizionale, pur se scomodo, gabinetto giapponese, da cui poter ammirare, sempre nella penombra, le meraviglie del paesaggio e percepire le essenze vegetali, e le diverse condizioni meteorologiche.


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