|
Andria
Commedia composta
nel 166 durante i Ludi Megalenses
Il vecchio Simone vuol sposare il proprio figlio Panfilo con Filumena,
figlia del vecchio Cremete: il matrimonio si può dire combinato, ma Panfilo
non ne vuol sapere perchè ha una relazione con Glicerio, creduta sorella di
una forestiera venuta da Andro in Atene per morirvi poco dopo. Inoltre quel
matrimonio dispiace pure a Carino, innamorato di Filumena. Mentre i due
vecchi padri tentano nuovamente di accordarsi e le nozze sembrano imminenti,
giunge da Andro un parente della donna morta e rivela che Glicerio era solo
la sorella adottiva di quella, raccolta infatti ancor bambina durante un
naufragio: inoltre è riconosciuta come la figlia di Cremete e quindi può
sposare liberamente Panfilo: in tal modo anche Filumena potrà sposare Carino.
Terenzio preferisce la contaminatio già praticata da Nevio, Plauto ed Ennio,
perchè nell'arte quello che vale è lo stile più del contenuto: le due
commedie menandree Andria e Perinthia, di cui si è servito in questo lavoro
teatrale, pur essendo simili per trama, se ne differenziano per oratione
acstilo (dialogo e stile).
Fedele al modello greco, Terenzio è soprattutto poeta umano; infatti nel
prologo di questa commedia si difende contro gli ipercritici, che gli fanno
colpa di servirsi della contaminatio. Commedia molto delicata, con caratteri
ben evidenti, con un dialogo realistico, con figure da piccolo dramma
borghese. L'argomento è stato ripreso da Thornton Wilder con il breve
romanzo LadonnadiAndro (Thewomanof Andros), comparso nel 1930 e pubblicato
in Italia nel 1944.
L'eunuco
Commedia
rappresentata nel 161 a.C.
Deriva da due commedie di Menandro, l' Eunuchus e il Chòlacs (L'adulatore);
Cesare, cercando di reprimere gli entusiasmi di coloro, che chiamavano
Terenzio il Menandro latino, lo definì dimidiatus Menander; comunque questa
commedia piacque molto al pubblico romano tanto che fruttò al poeta 8000
sesterzi e fu recitata due volte in un giorno. Si tratta di due fratelli,
Fedria e Cherea, il primo innamorato di Taide, schiava del soldato Trasone,
il secondo di Panfila, finita anch'essa per vari motivi in proprietà di
Trasone. Ora Cherea avendo saputo che suo fratello ha incaricato il servo
Parmenone di donare a Taide un eunuco, si traveste da eunuco per
intrattenersi con la giovine Panfila; nel frattempo Trasone si reca alla
casa di Taide per reclamare Panfila e si dispone a una specie di comico
assedio ma deve poi arrendersi dinanzi all'atteggiamento delle due donne e
di Cremete, fratello di Panfila. Ma alla fine Panfila potrà sposare Cherea e
Fedria Taide, mentre Trasone potrà frequentare i due giovani. Nel prologo
scritto per la prima rappresentazione, Luscio accusa di plagio Terenzio per
aver desunto i personaggi del parassita e del soldato dal Colax di Nevio e
di Plauto; ma Terenzio ribatte di avere attinto al Colax di Menandro.
Commedia ricca di intreccio, con figure ricche di vita psicologica, anche se
si fa ancora uso del "riconoscimento"; c'è sempre una delicata ironia e
anche una melanconica serietà.
Formione
Commedia
rappresentata nel 161 a.C. durante i Ludi Romani
Deriva dall' Epidicazòmenos ("Colui che cita in giudizio") di Apollodoro di
Caristo. Cremete ha una moglie e un figlio ad Atene e una moglie e una
figlia a Lemno: queste vengono in Atene alla ricerca del vecchio, di cui non
hanno più notizie da tempo: qui però muore la moglie, mentre la fanciulla
Fanio è oggetto di attenzione da parte di Antifone, nipote di Cremete: anzi
il giovane vuole approfittare dell'assenza momentanea del padre Demifone (fratello
di Cremete) per sposare la fanciulla, e a questo scopo si fa citare in
giudizio da Formione, suo parassita, per sposare la ragazza, come prescrive
la legge. Si fa il matrimonio, nonostante l'opposizione di Demifone, il
quale aveva promesso al fratello Cremete di dare in moglie al proprio
figliolo la figlia che Cremete aveva a Lemno; ma Demifone ora propone a
Formione di sposare la fanciulla con il compenso di dieci mine; con questi
denari Formione vuole favorire l'amore di Fedria, figlio di Cremete, con una
suonatrice di cetra. Si scopre intanto la storia del matrimonio di Antifone
con Fanio. Formione, costretto a ridare il denaro ricevuto, svela tutto
l'imbroglio alla moglie di Cremete, la quale nella sua bontà, favorisce
l'amore del figlio Fedria, che può avere la sua amata. Nel prologo di questa
commedia Terenzio insiste moltissimo sul tono nuovo della sua arte, dato da
tenuitas e da levitas, criticando lo stile di Luscio e la sua cieca
pedanteria di traduzione letterale. Anche qui l'intreccio è molto complesso
e la mancanza di v irtus comica si risolve in un'approfondita psicologia dei
personaggi, in un'introspezione sottile, con un contrasto fra le varie
figure, tali da acquisire una vita psicologica più ricca. La commedia di
Terenzio fu imitata dalle Fourberies de Scapin di Molière.
I fratelli
Commedia presentata
nel 160a.C. in occasione dei giochi per i funerali di Lucio Emilio Paolo
E' la "contaminazione" di una omo-nima commedia di Menandro e dei
Commo-rientes (La morte comune) del greco Difilo. Due fratelli, Demea e
Micione, hanno un carattere assai diverso; il primo, rigido e severo,
sposato con due figlie, vive in campagna, l'altro invece è scapolo e di idee
molto avanzate. Dei due figli di Demea, Ctesifone è educato dal padre con
molta severità, Eschino dallo zio con molta liberalità: sarà quindi Eschino
a procurare al fratello un'amica, e così lo stesso Demea accetterà il metodo
educativo di Micione, inducendo il fratello a sposarsi. E' una commedia che
mette a fuoco l'eterno problema del rapporto tra figli e padri, e della
scelta fra un'educazione rigida e una permissiva. Terenzio pone il problema,
senza risolverlo: gli sono sufficienti gli spunti drammatici che ne derivano.
I fratelli è considerato un capolavoro per la coerenza dell'azione e la
pienezza dei caratteri.
Il punitore di se stesso
Commedia
rappresentata nel 163 a.C. durante i Ludi Megalenses
Il titolo deriva da un originale menandreo. Il vecchio Menedemo vuol punire
se stesso con un lavoro continuo, duro e faticoso, ritirandosi in campagna,
inutilmente rimproverato dall'amico Cremete: vuole fare ammenda per aver
costretto, a seguito dei continui rimproveri, il proprio figlio Clinia (innamorato
della bella ma povera Antifila) a emigrare e a militare in Asia. Ma Clinia
ritorna e, all'insaputa del padre, viene ospitato da Clitifone, figlio di
Cremete, assieme alla bella Antifila. Quando Menedemo ne viene a conoscenza,
se ne rallegra e pur di non perdere più il figlio è disposto persino a
finanziare i suoi amori: inoltre Cremete e sua moglie riconoscono in
Antifila la figlia, esposta da bambina e venduta date le loro precarie
condizioni economiche.
Alla fine i due giovani si sposano, dopo l'infelice parentesi di Clitifone
con una prostituta, presentata dal servo come amica di Clinia per
giustificare il suo amore verso Antifila. E' una commedia stataria, cioè di
carattere opposto a quella di movimento, detta motoria, con la contaminatio;
infatti è il risultato di due commedie mescolate fra loro; a discolpa
dell'accusa di non essere l'autore della commedia, Terenzio Afro dichiara
diplomaticamente che tale biasimo equivale a una lode, in quanto lo
riconosce così gradito a quei grandi cittadini, cui tutti debbono
riconoscenza. E' in questa commedia che si legge il famoso verso homo sum:
humani nil a me alienum puto, pieno di sensi nuovi e rivelatore di spiriti
futuri.
La suocera
Commedia dello
scrittore latino Publio Terenzio Afro (sec. II a.C.)
Fu rappresentata la prima volta nel 165 a.C. senza successo e poi nel 160:
si ispira a una commedia di Menandro, Epitrèpontes (L'arbitrato),
contaminata da una commedia dello stesso titolo di Apollodoro. Commedia
borghese, senza alcuna intenzione di far ridere, con personaggi considerati
per se stessi, capaci di buone azioni, e quindi non molto accetta al mondo
romano. L'argomento è questo: il giovane Panfilo, figlio di Lachete e
Sostrata, è stato costretto dal padre a sposare, contro sua voglia, Filumena,
figlia di Fidippo, vicino di casa, mentre è ancora innamorato di Bacchide,
una cortigiana: ma la moglie sta conquistandoselo con la sua gentilezza e
affabilità. Per la partenza del marito a causa di una eredità, Filumena, che
è rimasta in compagnia della suocera, abbandona il tetto coniugale e si
rifugia nella casa paterna, non comparendo più in pubblico: la colpa viene
riversata naturalmente sulla suocera Sostrata, che non ha saputo essere
affettuosa verso la nuora. Quando Panfilo ritorna e apprende dai genitori la
fuga della moglie, corre subito dai suoceri, proprio nel momento in cui
Filumena sta dando alla luce un bambino. Persuaso di non essere il padre del
bimbo, Panfilo si allontana dalla casa della moglie, senza dire nulla ai
genitori per non arrecare loro dispiacere, e questi pensano che il figlio
sia fuggito perchè ancora innamorato di Bacchide. Tanto Fidippo, quanto
Lachete cercano di avere notizie precise di Panfilo recandosi da Bacchide,
in quanto ritengono che la causa della freddezza del giovane Panfilo sia
dovuta a lei; ma questa non ne sa niente e afferma che i rapporti con il
giovane sono rotti da parecchio tempo; anzi si recherà lei stessa da
Filumena a spiegare ogni cosa. Durante l'incontro tra le due donne, Mirrina,
che è la madre di Filumena, riconosce al dito di Bacchide l'anello della
propria figlia, anello che Bacchide rivela d'aver avuto in dono da Panfilo
circa nove mesi prima: dunque il fanciullo è proprio figlio di Panfilo. E
così ritorna la pace fra i due sposi. Di questa commedia ci sono giunti due
prologhi di cui uno, lacunoso, senza tratti polemici: i personaggi sono
sempre ben delineati, gentili. Regna anche qui la finezza, la liberalità, la
cortesia. La lingua è quella degli homines nobiles. E' stata definita una
commedia borghese.
|