| UPANISHAD |
Serie di testi filosofico-religiosi, in lingua sanscrita, della
letteratura indiana, risalenti al periodo vedico più recente
Upanishad
Le Upanishad (o Sedute segrete), risalgono, almeno le più antiche, a un periodo
compreso tra l'VIII e il V secolo a.C. Alcune sono assai più recenti. Le
raccolte sono oltremodo varie: alcune comprendono solo 11 Upanishad, altre
arrivano a 108. Si tratta, in genere, di testi brevi, collegati in modo più o
meno stretto ai vari Veda, in cui vengono sviluppati i dati cosmogonici e
rituali dell'ideologia vedica, secondo le corrispondenze macrocosmo-microcosmo.
Il pensiero sviluppato nelle Upanishad è fondato sul superamento
dell'opposizione tra atman (il principio individuale, il S, l'Anima individuale)
e brahman (il principio assoluto, l'Anima universale). Scopo della meditazione e
dell'ascesi è appunto tale superamento, mediante l'identificazione dei due
principi. Come spiega il Pisani, per gli autori delle Upanishad, l'atman si
identifica con il brahman in quanto soggetto che "riconosce in sè l'essenza del
tutto", secondo la formula classica di quest'opera, che tutta la riassume: tat
tvam asi ("tu sei questo tutto"). L'atman viene definito solo negativamente:
"Non è questo, non è quello, è inafferrabile, infrangibile, indipendente, al di
là dei concetti di bene e di male". Si identifica così con il brahman: "Quelli
che hanno conosciuto il respiro del respiro, l'occhio dell'occhio, l'orecchio
dell'orecchio, l'animo dell'animo, costoro comprendono il brahman, antico,
primordiale". L'uomo riesce a liberarsi dal samsara, cioè dalla catena delle
esistenze, solo se riesce a identificarsi con l'essenza dell'universo, con
l'atman o con il brahman: "Non nasce e non muore il Savio, non egli da qualche
cosa ebbe origine come una qualche cosa; innato perpetuo eterno, questo Antico
non viene ucciso quando il corpo è ucciso. Se l'uccisore pensa di uccidere, se
l'ucciso ritiene di essere ucciso, ambedue costoro sono privi di discernimento:
non Costui uccide, nè viene ucciso. Più piccolo del piccolissimo, più grande del
grande, l'atman di ogni essere risiede nella parte più celata" (trad. di Pisani).
Soltanto la conoscenza suprema può portare l'uomo a superare gli istinti, che lo
legano al mondo dell'illusione, al velo di Maya. L'Upanishad più antica e
importante (in prosa) è quella detta Brhad-aranyaka-upanishad, collegata con il
Yajur Veda. Gli insegnamenti sono messi in bocca al filosofo Yainavalka che
espone alla moglie Maitreyi, anche per spiegarle i motivi della sua decisione di
intraprendere la vita dell'asceta, la tesi della soppressione del dualismo
atman-brahman: per illustrare il suo pensiero usa aforismi e parabole molto
belle: "Là dove c'è dualità, l'uno sente l'altro, l'uno vede l'altro, l'uno ode
l'altro, l'uno interpella l'altro, l'uno pensa l'altro, l'uno conosce l'altro.
Ma colui per il quale tutte le cose sono divenute Sè, chi e come potrebbe
sentire, chi e come potrebbe vedere, chi e come potrebbe udire, chi e come
potrebbe interpellare, chi e come potrebbe pensare, chi e come potrebbe
conoscere? Come potrebbe conoscere colui il quale conosce tutto ciò che esiste?
Come potrebbe conoscere il Conoscitore?". Nella Kena-Upanishad, pure in prosa (e
quindi arcaica) c'è una famosa allegoria, nella quale si mostra come il brahman
è superiore a tutti gli dei, che tentarono inutilmente di vincerlo e di
dominarlo. Il dio del fuoco, Agni, per ordine degli dei, che credevano che il
brahman fosse una specie di fantasma senza forza, si reca dal brahman il quale
gli chiede: "Chi sei?" "Io sono Agni, io sono Jatavedas". "Qual è la tua forza,
se tu sei il dio del fuoco?" "Potrei bruciare tutto ciò che esiste sulla terra".
Il brahman gli mise allora davanti un filo d'erba e gli disse: "Brucialo". Agni
si lanciò con tutto il suo slancio. Ma non potè bruciarlo. E così ritornò dagli
dei e disse loro: "Non ho potuto riconoscere chi sia questo fantasma". Neppure
il dio Vayu, un dio della forza, riuscì a farcela: non sollevò neppure lo stesso
filo d'erba. Indra corse dal brahman, ma questo si tenne nascosto. Indra vide
una donna molto bella e le chiese che cosa fosse quel fantasma. E la donna, Uma,
figlia di Himavant (una sposa di Shiva secondo la mitologia, ma l'incarnazione
della Sapienza, o Scienza del brahman, secondo i teologi) gli disse: "E' il
brahman. La vostra gloria deriva dalla vittoria del brahman". La conoscenza del
brahman è intuitiva: "E' il grido che si grida quando si accende il lampo dei
lampi" (cioè il grido di sorpresa che accompagna un lampo improvviso). E' il
grido che si lancia quando un ricordo improvviso ci attraversa l'anima.
La nascita delle creature dall'uomo cosmico
Dal quarto brahmana della Prima Lettura della Brhadaranyakaupanisad (che è
una delle più antiche Upanishad) riportiamo il brano in cui si narra un mito
cosmogonico: la descrizione dello sdoppiamento del Purusha o Uomo Universale in
uomo e donna, dai quali nacquero gli esseri viventi, e anche il fuoco e l'acqua.
Seguono considerazioni sul brahmanatman immanente a tutte le cose.
1. All'origine esisteva solo lo atman, sotto la forma di Purusha [Uomo cosmico
primordiale]. Guardandosi attorno egli non vide altro che se stesso. In primo
luogo pronunciò le parole: «Io sono questi» [so'ham]. Donde venne ad essere il
nome di «io» [aham]. Da questo deriva che, anche oggi, se si chiama qualcuno,
costui risponde in primo luogo: «Sono io». Indi dichiara un altro nome, che è il
suo. Dato che egli, anteriore ad ogni cosa [purva], ha arso [ush] tutti i mali,
per questo motivo egli è Purusha. In verità, colui il quale così conosce arde
chiunque desideri porsi prima di lui.
2. Egli ebbe paura: perchè colui che è solo ha paura. Indi considerò: «Di che
cosa debbo io avere paura, se nulla esiste fuori di me?». Allora la sua paura
svanì. Di che cosa infatti avrebbe dovuto avere paura? Si ha paura di un altro.
3. Egli non aveva piacere; perchè il piacere non appartiene a chi sta solo.
Desiderò quindi un secondo. Fino ad allora la sua estensione era tale quanto un
uomo ed una donna abbracciati. Li divise in due esseri: questi furono lo sposo e
la sposa. Tale è la ragione per la quale Yajñavalkya ha detto: «Noi due siamo
"ognuno per sè" una metà». Per questo motivo lo spazio «lasciato vuoto» viene
riempito dalla donna. Con essa si congiunse: da ciò nacquero gli uomini.
4. Ma allora essa considerò: «Come mai egli, avendomi generato, si è unito a me?
Suvvia, voglio nascondermi!». Essa divenne vacca, toro si fece lui, ed a lei si
congiunse. Nacquero i bovini. Ella si fece giumenta, lui stallone, essa asina,
lui asino: a lei si unì. Donde nacquero i solipedi. Essa divenne capra, egli
becco, essa si fece pecora, lui ariete: egli si unì ad essa, donde nacquero
capre e montoni. In tal modo produsse tutto ciò che va per coppie, fino alle
formiche.
5. Allora egli conobbe: «In verità io sono la creazione, io ho generato tutto
ciò che esiste». Da questo «evento» venne ad essere la creazione [srshti]. Colui
il quale così conosce è «presente» alla creazione di sè medesimo.
6. Indi egli soffregò in tale modo, e dalla sua bocca come matrice e dalle sue
mani egli generò il fuoco. Questa è la ragione per la quale bocca e mani sono
senza peli all'interno: perchè la matrice è internamente senza peli. «Quindi»
allorchè si dice: «Sacrifica a tale divinità, sacrifica a tale altra divinità» e
così per tutte le divinità singolarmente, si indica una creazione particolare di
lui: egli è, in verità, tutti gli Dei. Indi tutto ciò che vi è di umido egli lo
produsse dal suo seme: tale è il soma. Tutto ciò che esiste, invero, o è
nutrimento o è mangiatore: il soma è l'alimento, il fuoco il mangiatore. Questa
è una supercreazione [atisrshti] del brahaman; supercreazione, dato che egli ha
prodotto Dei superiori a lui, perchè egli, mortale (?) ha prodotto degli
immortali. Colui il quale così conosce appartiene a questa supercreazione.
7. Tutto questo mondo era ancora immanifesto [avyakrta]. Egli con nome e forma
lo rese manifesto: «Questo si chiama così ; questo ha tale forma». Egualmente
ancor oggi con il nome e con la forma si determina ogni cosa: «Questo ha un tale
nome, questo ha una tale forma». In questo mondo egli stesso è penetrato fino
alla punta delle unghie, come il rasoio racchiuso nella sua guaina, o il
visvambhara nel suo nido, non lo si vede: allorchè respira lo si chiama respiro,
allorchè parla lo si chiama voce, allorchè guarda lo si chiama occhio, allorchè
ode, orecchio, allorchè pensa lo si chiama mente. Questi però sono soltanto nomi
dei suoi atti [karmanamani]. Colui il quale li consideri isolatamente, costui
non conosce, perchè egli si manifesta solo parzialmente con questo e con quello.
Bisogna riconoscere «in primo luogo» lo atman, perchè in lui è l'unità di tutte
le cose. In ogni cosa è lo atman, che bisogna rintracciare, perchè mediante lui
si conosce il tutto. Allorchè colui il quale così conosce ritrova lo atman
seguendone la traccia, costui egualmente troverà fama e gloria.
8. Più amato di un figlio, più caro della ricchezza, più caro e più intimo di
qualunque cosa è questo atman. Se, di un uomo che parla di un altro come più
caro a lui che se stesso [atman], si dicesse: «Egli perderà ciò che gli è caro»,
sarebbe possibile fare che così sia. Lo atman [se stesso] essere considerato
come la cosa cara «per eccellenza». Colui il quale considera lo atman come la
cosa «veramente» cara, a costui non sfuggirà certamente ciò che gli è caro.
9. A questo proposito si dice: «Se gli uomini pensano che, mediante la
conoscenza del brahman, diventeranno il Tutto, che cosa è dunque ciò che il
brahman ha conosciuto, per cui esso è diventato questo Tutto?».
10. In verità il brahman era in origine tutto questo universo: questi conobbe se
stesso [atman]: «Io sono brahman», disse, ed esso era il Tutto. Indi ognuno
degli Dei che si andava svegliando al pensiero [pratyabudhyata] lo divenne; così
pure gli rshi e cos' gli uomini. Ciò intuendo lo rshi Vamadeva disse: «Io ero
Manu, io ero Surya». Egualmente ancor oggi colui il quale così conosce: «Io sono
brahman», costui è il Tutto, e gli Dei stessi non possono impedirglielo, perchè
egli diventa il Sè [atman] di loro stessi. Colui il quale venera una divinità
considerando che essa sia altra «da sè, dall'atman»: «Altri è il dio ed altri
sono io», costui non sa. Per gli Dei egli è come una bestia. Come innumerevoli
animali alimentano l'umanità, così pure di ogni uomo singolo si nutrono gli Dei.
Se, quando un solo animale viene sottratto, ne consegue una situazione
spiacevole, immaginiamoci poi quando si tratta di molti! Questa è la ragione per
cui dispiace agli Dei che gli uomini sappiano questo.
11. In verità in origine non esisteva altro che il brahman, esso tutto solo:
intanto che rimaneva solo non si poteva manifestare [ = moltiplicare]. Egli creò
allora una forma superiore a se stesso, il Potere [kshatra], quei Poteri che
sono, fra gli Dei, Indra, Varuna, Soma, Rudra, Parjanya, Yama, Mrtyu, Isana.
Poichè nulla vi è di superiore allo kshatra, i brahmana durante il compimento
del rajasuya [sacrificio regale], sono seduti su un gradino inferiore agli
kshatriya [nobiltà militare]. Il brahmana tributa questo omaggio allo kshatra
[sovranità], ma la matrice della sovranità è il Brahman. Questa è la ragione per
la quale pur avendo la supremazia, il re ha ricorso ai Brahman [casta
sacerdotale] come alla sua matrice. Colui il quale fa violenza ad un brahmana
ferisce la propria matrice: egli diventa peggiore, poichè ha offeso ciò che vi è
di migliore «in lui stesso».
12. Esso [il brahmanatman] non si manifestava ancora. Egli creò il vis [la casta
agricola-allevatrice] donde quelle classi di Dei che si designano per gruppi:
Vasavah, Rudrah, Adityah, Visvedevah, Marutah.
13. Esso ancora non si manifestava. Produsse allora la classe degli sudra [la
casta dei non ariani], cioè Pusan [dio della fecondità]. Questa terra in verità
è Pushan, perchè essa alimenta [pushyati] tutto ciò che esiste.
14. Esso non si manifestava ancora. Allora, al disopra di se stesso, diede luogo
ad una forma superiore: il Dharma [la Legge universale]. Il Dharmaè la sovranità
della sovranità. Questa è la ragione per cui nulla esiste di superiore al
Dharma. Uno più debole, invero, bilancia uno più forte di lui mediante il
Dharma, come mediante il potere regale. Ciò che è Dharmaè verità «per
eccellenza». Perciò di uno che dice il vero, dicono che dica il giusto [Dharma],
e di uno che dica il giusto dicono che dica il vero. Queste due cose [il giusto
ed il vero] non sono che una cosa sola.
15. In tal modo esistono brahman, kshatra, vis e sudra [nomi delle quattro caste
indiane]. Quindi, mediante Agni, [il dio Fuoco], Brahman venne ad essere fra gli
Dei e come brahmana fra gli uomini, mediante lo kshatriya «venne ad essere»
kshatriya, mediante il vaisya vaisya, mediante lo sudra sudra. Questa è la
ragione per la quale si desidera un luogo in Agni fra gli Dei e nel brahmana fra
gli uomini, perchè in queste due forme si è inverato Brahman. Colui il quale
abbandoni questo mondo senza aver intuito il proprio luogo «,di se stesso come
essere assoluto, quindi come Brahman», costui non ne fruisce, perchè lo ignora;
per lo stesso motivo il Veda non recitato o un rito non compiuto «non consegue
nulla». Egualmente colui il quale, senza conoscere così, compia un atto di
grande merito, il merito che ne risulta finisce per esaurirsi; bisogna,
pertanto, che egli consideri lo atman come il suo «vero» posto. Colui il quale
considera lo atman come il suo «vero» posto, di costui il merito dovuto alle
azioni non si consuma mai. Qualunque cosa egli desideri, la trae da questo
atman.
16. Quindi questo atman è il luogo di tutti gli esseri esistenti [bhuta] ed è il
mondo degli Dei, per quanto si sacrifica e per quanto si liba. È il luogo degli
rshi per quanto viene recitato, ed è il luogo dei Mani per le offerte fatte ai
Mani e per i voti di una posterità; è il luogo degli uomini per quanto di
elemosine, di vestimenti e di cibi si dà, ed il luogo del bestiame per l'acqua
ed il foraggio che loro si dona; è il luogo degli animali e degli uccelli, fino
alle formiche, per l'asilo che loro procurano le dimore degli uomini. E come si
desidera l'incolumità per la propria sede, egualmente tutti gli esseri viventi,
da tutte le parti, desiderano l'incolumità per colui che così conosce. Tutto
ciò, invero, è stato conosciuto ed indagato.
17. All'origine vi era soltanto lo atman, esso solo. Esso desiderò: «Possa io
avere una sposa, e quindi generare, e quindi aver ricchezza e compiere azioni».
Di tale grandezza è questo desiderio, che non si potrebbe trovare desiderio che
lo superi. Questo è il motivo per cui ancor oggi chi è solo desidera: «>Possa io
avere una sposa, e generare, e possedere ricchezze, e compiere azioni!». E,
fintanto che gli manca uno solo di questi oggetti, egli si sente incompleto:
ecco la sua pienezza. Il pensiero è il suo atman, la parola la sua sposa, lo
spirito vitale la sua progenie, la vista i beni terrestri - perchè solo mediante
la vista si scoprono - l'udito i beni celesti - perchè solo mediante l'udito si
riceve l'insegnamento - lo atmanstesso è la sua attività, perchè è mediante lo
atmanche si agisce. Quintuplice è il sacrificio, quintuplice è la vittima,
quintuplice è l'uomo: tutto ciò che esiste è quintuplice. Colui il quale così
conosce ottiene tutto.
da: Upanishad antiche e medie a cura di P. Filippani-Ronconi - trad. di P.
Filippani-Ronconi Torino, Boringhieri, 1968