PENSIERO FILOSOFICO - LIBRI CONSIGLIATI

    

Giambattista Vico (1668-1744)  - La Scienza nuova


Pubblicata nel 1725, fu poi corretta, postillata e di nuovo pubblicata per altre otto volte, secondo il Niccolini; l'ultima edizione è del 1744; il titolo completo è Principj di una scienza nuova intorno alla comune natura delle nazioni per la quale si ritruovano i principj di altro sistema del diritto naturale delle genti. Il frontespizio dell'opera consiste in una "dipintura" allegorica, che il Vico chiarisce nell'introduzione: essa esprime il significato della Scienza nuova come indagine storica dello sviluppo dell'umanità regolato da leggi eterne. "Tutta la figura rappresenta i tre mondi secondo l'ordine col quale le menti umane della gentilità si sono al cielo elevate. Tutti i geroglifici che si vedono in terra dinotano il mondo delle nazioni, al quale prima di tutt'altra cosa applicarono gli uomini. Il globo ch'è in mezzo rappresenta il mondo della natura, il quale poi osservarono i fisici. I geroglifici che vi sono al di sopra significano il mondo delle menti e di Dio, il quale finalmente contemplano i metafisici". Nel primo libro si tratta "dello stabilimento dei principj". Dopo aver confrontato le tradizioni di vari popoli sull'origine dell'umanità e aver considerato come l'unica vera quella degli Ebrei, l'autore espone gli elementi, i principi e il metodo di questa scienza nuova. L'uomo, quando non conosce, fa di se stesso regola dell'universo e giudica le cose lontane e sconosciute sulla base di quelle che conosce. Questa tendenza è "fonte inesausta di tutti gli errori"; infatti tutte le nazioni, "o greche o barbare", pretendono di aver dato inizio alla civiltà e di conservare il ricordo dell'origine dell'umanità, e i loro dotti credono di possedere una sapienza antica come il mondo. La filosofia ha il compito di aiutare l'uomo a sollevarsi dalla corruzione in cui è caduto con il peccato originale e "considera l'uomo quale deve essere". Invece "la legislazione considera l'uomo qual è" e ha lo scopo di costruire una buona società; infatti la provvidenza divina "dalle passioni degli uomini tutti attenuti alle loro private utilità, per le quali vivevano da fiere bestie dentro le solitudini, ne ha fatto gli ordini civili per li quali viviamo in umana società": l'uomo possiede il libero arbitrio per trasformare le sue passioni in virtù, ma esso è debole, perciò "da Dio è aiutato naturalmente con la divina Provvidenza, e soprannaturalmente con la divina Grazia". Gli uomini che non possiedono il vero (la scienza), su cui si fonda la filosofia, si affidano al certo (di cui hanno coscienza), su cui si fonda la filologia, e che viene determinato dal senso comune (che esprime le umane necessità e utilità), da cui deriva il diritto naturale delle genti. Quando tra popoli lontani e tra di loro sconosciuti si manifestano idee uniformi, queste devono avere qualche cosa di vero. Le tradizioni volgari, nate in luoghi e tempi diversi, ma in modo eguale, "devon aver avuto pubblici motivi di vero". Dell'origine di queste tradizioni sono testimonianza le lingue; e la lingua di quella nazione che si è conservata priva di dominazioni straniere testimonia i "costumi dei primi tempi del mondo": per esempio, la legge delle Dodici Tavole "è un gran testimone dell'antico diritto natural delle genti del Lazio", come i poemi d'Omero per quelle della Grecia. I filosofi greci affrettarono lo sviluppo della loro nazione. E' naturale che vi sia una "lingua mentale comune a tutte le nazioni", che è propria di questa scienza. Il primo genere umano comparve sulla terra diviso in due specie: una di giganti "ferini", l'altra di giusta corporatura, "ebrei", che ebbero quindi un'origine diversa dai "gentili". Gli Egiziani dividevano il tempo precedente in tre età: degli dei, degli eroi, degli uomini, in cui avevano parlato tre lingue diverse: geroglifica, simbolica e volgare. Lo stesso Omero nomina una lingua più antica della sua, che chiama "lingua degli dei". Anche Varrone elenca 30.000 nomi di dei, corrispondenti ai bisogni della vita. Tutto questo dimostra che la civiltà cominciò dappertutto dalle religioni. La religione è l'unico mezzo per domare la violenza degli uomini; e siccome gli uomini ignoranti spiegano le cose attribuendo a esse la loro natura, attribuiscono "le cagioni delle cose ch'ignorano alla volontà di Dio" e diventano superstiziosi. "La meraviglia è figliuola dell'ignoranza" e "la fantasia tanto è più robusta quanto più è debole il raziocinio". I primi uomini, quindi, come i fanciulli sono naturalmente poeti. Dalla meraviglia deriva la curiosità, da cui viene la scienza. Gli uomini gentili personificarono in dei i fenomeni naturali: e i primi sapienti del mondo furono i poeti teologi che cantarono tali dei. La mente umana tende all'universalità: i fanciulli infatti estendono le idee e i nomi che hanno imparato per primi a tutte le cose e persone che conoscono in seguito e hanno memoria e fantasia vivissime e sono potenti imitatori; perciò "il mondo fanciullo fu di nazioni poetiche, non essendo altro la poesia che imitazione" e "l'arti del necessario, utile, comodo e 'n buona parte anco dell'umano piacere ... non sono altro ch'imitazioni della natura e poesie in certo modo reali". Negli uomini vi è prima la sensazione, poi la coscienza della sensazione, avvertita in modo "perturbato e commosso", poi la riflessione razionale. L'ordine delle idee deve seguire l'ordine delle cose; quindi siccome vi furono prima le selve, poi i tuguri, e in seguito i villaggi, le città, le accademie, bisogna riconoscere che gli uomini "prima sentono il necessario, di poi badano all'utile, appresso avvertiscono il comodo, più innanzi si dilettano del piacere quindi si dissolvono nel lusso" da cui consegue che la natura dei popoli dapprincipio "è crudele, poi severa, quindi benigna, appresso delicata, finalmente dissoluta". I governi devono conformarsi alla natura dei popoli: dato che ogni nazione comincia con il culto di qualche divinità, i primi legislatori furono i re in cui sacerdozio e regno dipendevano dalla loro sapienza, non filosofica, ma volgare. Nella loro storia i popoli cercano la libertà e l'uguaglianza (repubbliche aristocratiche, popolari, tirannie, anarchia), che trovano poi soltanto nella monarchia. La divina provvidenza ha ordinato nella natura umana un diritto naturale delle genti, ma mentre ha particolarmente aiutato gli Ebrei a rispettarlo da sempre, gli altri popoli giunsero a riconoscerlo molto più tardi e i filosofi lo immaginano molto più perfetto di quello che in realtà è.

Nel secondo libro si tratta della sapienza poetica, antichissima, che fu una teologia, quella di Omero che non si deve però confondere con la teologia naturale dei filosofi e quella rivelata, ebraica e cristiana. Dopo il Diluvio universale alcuni discendenti di Noè si corruppero e mentre i Semiti mantenevano la rivelazione, Camiti e Giapetidi divennero "bestioni" giganteschi. La prima metafisica poetica nacque quando questi giganti, spaventati dalle intemperie, incominciarono a modificare i loro costumi ferini, nascondendosi nelle caverne, dando origine alle famiglie e lavandosi, così che ripresero aspetto di uomini; questo avvenne perchè essi avevano divinizzato tutto ciò che faceva loro paura, a cominciare dal cielo tonante (Giove): di qui derivarono le prime istituzioni, nello stesso tempo religiose e civili. Da questa prima metafisica derivarono la prima logica, la morale, la "iconomica", la fisica, la cosmografia, l'astronomia, la cronologia, e la geografia poetiche. La prima logica fu infatti poetica e fantastica, non derivò da un processo razionale, ma dalla fantasia che indica le cose attraverso la metafora: "Ch'i primi poeti dieder a' corpi l'essere di sostanze animate, e sì ne fecer le favole"; in tutte le lingue quasi tutti i vocaboli che indicano cose inanimate sono presi da vocaboli indicanti parti del corpo umano. Del resto anche in età molto più evolute per indicare cose incorporee bisogna aiutarsi con la fantasia. Il linguaggio dell'età divina fu fatto solo di gesti, quello dell'età eroica fu simbolico, quello dell'età razionale fu articolato e preciso. La prima morale, poetica, fu fondata sulla sapienza religiosa che insegnò la virtù, istituendo il rito nuziale, da cui vennero tutte le virtù connesse (continenza, pudicizia, sentimenti familiari). La prima "iconomica", cioè il primo ordinamento delle famiglie, ha pure carattere poetico, ed è connessa con la divinizzazione dell'acqua, da cui vennero il primo dirozzamento dei corpi e le prime industrie. Nelle prime famiglie vi fu molta severità dei padri verso i figli; con la sepoltura e il culto dei morti iniziarono le memorie familiari, con l'incendio delle selve per motivi religiosi iniziò l'agricoltura, donde la proprietà e poi le città. Quando tra gli uomini evoluti entrarono quelli che ancora erano rimasti "bestioni", nacque la distinzione tra servi e padroni, da cui poi, civilizzati anche i servi, nacquero le lotte sociali, che portarono prima alle repubbliche aristocratiche, poi a quelle popolari, e poi alle monarchie assolute, che pareggiarono tutti. Tutta questa evoluzione delle istituzioni Vico la ricava esaminando la storia romana, in cui vede attuarsi la provvidenza.

Il terzo libro tratta della "riscoverta del vero Omero". In Omero è raccolta la sapienza volgare e civile della Grecia antica. Vico pone la questione omerica negando che sia unico l'autore dei due poemi, riconoscendo la sua poesia come il canto di un intero popolo nella età infantile. I due poemi risultano dai canti di diversi poeti che cantavano storie tradizionali del popolo: "E la cecità e la povertà d'Omero furono de' rapsodi, i quali, essendo ciechi, onde ogniun di loro si disse "omèro", prevalevano nella memoria, ed essendo poveri, ne sostentavano la vita con andar cantando i poemi d'Omero per le città della Grecia, de' quali essi erano autori, perch'erano parte di que' popoli che vi avevano composto le loro istorie ... In cotal guisa si dimostra l'Omero autor dell' Iliade avere di molt'età preceduto l'Omero autore dell' Odissea. Si dimostra che quello fu dell'oriente della Grecia verso settentrione, che cantò la guerra troiana fatta nel suo paese; e che questo fu dell'occidente di Grecia, verso mezzod, che canta Ulisse, ch'aveva in quella parte il suo regno". Il poema eroico dei Romani fu la legge delle Dodici Tavole, che non ebbe un unico legislatore, ma derivò dalla sapienza giuridica volgare.

Il quarto libro delinea le età della storia universale: quella divina, quella eroica, quella umana e ragionevole: nella prima i costumi erano tutti pervasi di religione e di pietà, nella seconda di collera e di puntiglio, nella terza del sentimento morale e civile del dovere. Da questi caratteri derivarono tre tipi di governo (nella prima teocrazie paterne, nella seconda aristocrazie eroiche, nella terza democrazie e monarchie civili) e tre tipi di lingue (divina e muta, eroica e simbolica, umana e articolata), di scrittura (geroglifica, eroica simbolica, volgare e convenzionale) di giurisprudenza (scienza degli auspici; legata alle formule legali e alle cerimonie giudiziarie, fondata sull'equit e sulla ragionevole interpretazione delle leggi), di autorità o fonti di diritto e di giudizi. Il libro si conclude con la tesi che il diritto romano antico era una severa poesia.

Il quinto libro sostiene la teoria dei ricorsi, cioè il ritorno alla barbarie dopo il compimento dell'età umana. Il Vico cioè osserva la barbarie medievale succeduta all'impero romano, e la giudica età divina, da cui derivò il diritto feudale, che caratterizzò una età eroica: "Ora, con tal ricorso di cose umane civili ... si rifletta su i confronti che ... si son fatti circa i tempi primi e gli ultimi delle nazioni antiche e moderne, e si avrà tutta spiegata la storia ... si avrà la storia ideale delle leggi eterne, sopra le quali corron i fatti di tutte le nazioni, ne' loro sorgimenti, progressi, stati, decadenze e fini ... Laonde non potemmo fare a meno di non dar a quest'opera l'invidioso titolo di "Scienza nuova"". La conclusione dell'opera è una chiara e precisa ricapitolazione. Questa Scienza nuova è il capolavoro di Vico.

Giambattista Vico
Il rapporto uomo - storia 
Vita di Giovambattista Vico



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