Pubblicata nel
1725, fu poi corretta, postillata e di nuovo pubblicata per
altre otto volte, secondo il Niccolini; l'ultima edizione è
del 1744; il titolo completo è Principj di una scienza nuova
intorno alla comune natura delle nazioni per la quale si
ritruovano i principj di altro sistema del diritto naturale
delle genti. Il frontespizio dell'opera consiste in una "dipintura"
allegorica, che il Vico chiarisce nell'introduzione: essa
esprime il significato della Scienza nuova come indagine
storica dello sviluppo dell'umanità regolato da leggi
eterne. "Tutta la figura rappresenta i tre mondi secondo
l'ordine col quale le menti umane della gentilità si sono al
cielo elevate. Tutti i geroglifici che si vedono in terra
dinotano il mondo delle nazioni, al quale prima di
tutt'altra cosa applicarono gli uomini. Il globo ch'è in
mezzo rappresenta il mondo della natura, il quale poi
osservarono i fisici. I geroglifici che vi sono al di sopra
significano il mondo delle menti e di Dio, il quale
finalmente contemplano i metafisici". Nel primo libro si
tratta "dello stabilimento dei principj". Dopo aver
confrontato le tradizioni di vari popoli sull'origine
dell'umanità e aver considerato come l'unica vera quella
degli Ebrei, l'autore espone gli elementi, i principi e il
metodo di questa scienza nuova. L'uomo, quando non conosce,
fa di se stesso regola dell'universo e giudica le cose
lontane e sconosciute sulla base di quelle che conosce.
Questa tendenza è "fonte inesausta di tutti gli errori";
infatti tutte le nazioni, "o greche o barbare", pretendono
di aver dato inizio alla civiltà e di conservare il ricordo
dell'origine dell'umanità, e i loro dotti credono di
possedere una sapienza antica come il mondo. La filosofia ha
il compito di aiutare l'uomo a sollevarsi dalla corruzione
in cui è caduto con il peccato originale e "considera l'uomo
quale deve essere". Invece "la legislazione considera l'uomo
qual è" e ha lo scopo di costruire una buona società;
infatti la provvidenza divina "dalle passioni degli uomini
tutti attenuti alle loro private utilità, per le quali
vivevano da fiere bestie dentro le solitudini, ne ha fatto
gli ordini civili per li quali viviamo in umana società":
l'uomo possiede il libero arbitrio per trasformare le sue
passioni in virtù, ma esso è debole, perciò "da Dio è
aiutato naturalmente con la divina Provvidenza, e
soprannaturalmente con la divina Grazia". Gli uomini che non
possiedono il vero (la scienza), su cui si fonda la
filosofia, si affidano al certo (di cui hanno coscienza), su
cui si fonda la filologia, e che viene determinato dal senso
comune (che esprime le umane necessità e utilità), da cui
deriva il diritto naturale delle genti. Quando tra popoli
lontani e tra di loro sconosciuti si manifestano idee
uniformi, queste devono avere qualche cosa di vero. Le
tradizioni volgari, nate in luoghi e tempi diversi, ma in
modo eguale, "devon aver avuto pubblici motivi di vero".
Dell'origine di queste tradizioni sono testimonianza le
lingue; e la lingua di quella nazione che si è conservata
priva di dominazioni straniere testimonia i "costumi dei
primi tempi del mondo": per esempio, la legge delle Dodici
Tavole "è un gran testimone dell'antico diritto natural
delle genti del Lazio", come i poemi d'Omero per quelle
della Grecia. I filosofi greci affrettarono lo sviluppo
della loro nazione. E' naturale che vi sia una "lingua
mentale comune a tutte le nazioni", che è propria di questa
scienza. Il primo genere umano comparve sulla terra diviso
in due specie: una di giganti "ferini", l'altra di giusta
corporatura, "ebrei", che ebbero quindi un'origine diversa
dai "gentili". Gli Egiziani dividevano il tempo precedente
in tre età: degli dei, degli eroi, degli uomini, in cui
avevano parlato tre lingue diverse: geroglifica, simbolica e
volgare. Lo stesso Omero nomina una lingua più antica della
sua, che chiama "lingua degli dei". Anche Varrone elenca
30.000 nomi di dei, corrispondenti ai bisogni della vita.
Tutto questo dimostra che la civiltà cominciò dappertutto
dalle religioni. La religione è l'unico mezzo per domare la
violenza degli uomini; e siccome gli uomini ignoranti
spiegano le cose attribuendo a esse la loro natura,
attribuiscono "le cagioni delle cose ch'ignorano alla
volontà di Dio" e diventano superstiziosi. "La meraviglia è
figliuola dell'ignoranza" e "la fantasia tanto è più robusta
quanto più è debole il raziocinio". I primi uomini, quindi,
come i fanciulli sono naturalmente poeti. Dalla meraviglia
deriva la curiosità, da cui viene la scienza. Gli uomini
gentili personificarono in dei i fenomeni naturali: e i
primi sapienti del mondo furono i poeti teologi che
cantarono tali dei. La mente umana tende all'universalità: i
fanciulli infatti estendono le idee e i nomi che hanno
imparato per primi a tutte le cose e persone che conoscono
in seguito e hanno memoria e fantasia vivissime e sono
potenti imitatori; perciò "il mondo fanciullo fu di nazioni
poetiche, non essendo altro la poesia che imitazione" e "l'arti
del necessario, utile, comodo e 'n buona parte anco
dell'umano piacere ... non sono altro ch'imitazioni della
natura e poesie in certo modo reali". Negli uomini vi è
prima la sensazione, poi la coscienza della sensazione,
avvertita in modo "perturbato e commosso", poi la
riflessione razionale. L'ordine delle idee deve seguire
l'ordine delle cose; quindi siccome vi furono prima le selve,
poi i tuguri, e in seguito i villaggi, le città, le
accademie, bisogna riconoscere che gli uomini "prima sentono
il necessario, di poi badano all'utile, appresso
avvertiscono il comodo, più innanzi si dilettano del piacere
quindi si dissolvono nel lusso" da cui consegue che la
natura dei popoli dapprincipio "è crudele, poi severa,
quindi benigna, appresso delicata, finalmente dissoluta". I
governi devono conformarsi alla natura dei popoli: dato che
ogni nazione comincia con il culto di qualche divinità, i
primi legislatori furono i re in cui sacerdozio e regno
dipendevano dalla loro sapienza, non filosofica, ma volgare.
Nella loro storia i popoli cercano la libertà e
l'uguaglianza (repubbliche aristocratiche, popolari,
tirannie, anarchia), che trovano poi soltanto nella
monarchia. La divina provvidenza ha ordinato nella natura
umana un diritto naturale delle genti, ma mentre ha
particolarmente aiutato gli Ebrei a rispettarlo da sempre,
gli altri popoli giunsero a riconoscerlo molto più tardi e i
filosofi lo immaginano molto più perfetto di quello che in
realtà è.
Nel secondo libro si tratta della sapienza poetica,
antichissima, che fu una teologia, quella di Omero che non
si deve però confondere con la teologia naturale dei
filosofi e quella rivelata, ebraica e cristiana. Dopo il
Diluvio universale alcuni discendenti di Noè si corruppero e
mentre i Semiti mantenevano la rivelazione, Camiti e
Giapetidi divennero "bestioni" giganteschi. La prima
metafisica poetica nacque quando questi giganti, spaventati
dalle intemperie, incominciarono a modificare i loro costumi
ferini, nascondendosi nelle caverne, dando origine alle
famiglie e lavandosi, così che ripresero aspetto di uomini;
questo avvenne perchè essi avevano divinizzato tutto ciò che
faceva loro paura, a cominciare dal cielo tonante (Giove):
di qui derivarono le prime istituzioni, nello stesso tempo
religiose e civili. Da questa prima metafisica derivarono la
prima logica, la morale, la "iconomica", la fisica, la
cosmografia, l'astronomia, la cronologia, e la geografia
poetiche. La prima logica fu infatti poetica e fantastica,
non derivò da un processo razionale, ma dalla fantasia che
indica le cose attraverso la metafora: "Ch'i primi poeti
dieder a' corpi l'essere di sostanze animate, e sì ne fecer
le favole"; in tutte le lingue quasi tutti i vocaboli che
indicano cose inanimate sono presi da vocaboli indicanti
parti del corpo umano. Del resto anche in età molto più
evolute per indicare cose incorporee bisogna aiutarsi con la
fantasia. Il linguaggio dell'età divina fu fatto solo di
gesti, quello dell'età eroica fu simbolico, quello dell'età
razionale fu articolato e preciso. La prima morale, poetica,
fu fondata sulla sapienza religiosa che insegnò la virtù,
istituendo il rito nuziale, da cui vennero tutte le virtù
connesse (continenza, pudicizia, sentimenti familiari). La
prima "iconomica", cioè il primo ordinamento delle famiglie,
ha pure carattere poetico, ed è connessa con la
divinizzazione dell'acqua, da cui vennero il primo
dirozzamento dei corpi e le prime industrie. Nelle prime
famiglie vi fu molta severità dei padri verso i figli; con
la sepoltura e il culto dei morti iniziarono le memorie
familiari, con l'incendio delle selve per motivi religiosi
iniziò l'agricoltura, donde la proprietà e poi le città.
Quando tra gli uomini evoluti entrarono quelli che ancora
erano rimasti "bestioni", nacque la distinzione tra servi e
padroni, da cui poi, civilizzati anche i servi, nacquero le
lotte sociali, che portarono prima alle repubbliche
aristocratiche, poi a quelle popolari, e poi alle monarchie
assolute, che pareggiarono tutti. Tutta questa evoluzione
delle istituzioni Vico la ricava esaminando la storia romana,
in cui vede attuarsi la provvidenza.
Il terzo libro tratta della "riscoverta del vero Omero". In
Omero è raccolta la sapienza volgare e civile della Grecia
antica. Vico pone la questione omerica negando che sia unico
l'autore dei due poemi, riconoscendo la sua poesia come il
canto di un intero popolo nella età infantile. I due poemi
risultano dai canti di diversi poeti che cantavano storie
tradizionali del popolo: "E la cecità e la povertà d'Omero
furono de' rapsodi, i quali, essendo ciechi, onde ogniun di
loro si disse "omèro", prevalevano nella memoria, ed essendo
poveri, ne sostentavano la vita con andar cantando i poemi
d'Omero per le città della Grecia, de' quali essi erano
autori, perch'erano parte di que' popoli che vi avevano
composto le loro istorie ... In cotal guisa si dimostra
l'Omero autor dell' Iliade avere di molt'età preceduto
l'Omero autore dell' Odissea. Si dimostra che quello fu
dell'oriente della Grecia verso settentrione, che cantò la
guerra troiana fatta nel suo paese; e che questo fu
dell'occidente di Grecia, verso mezzod, che canta Ulisse,
ch'aveva in quella parte il suo regno". Il poema eroico dei
Romani fu la legge delle Dodici Tavole, che non ebbe un
unico legislatore, ma derivò dalla sapienza giuridica
volgare.
Il quarto libro delinea le età della storia universale:
quella divina, quella eroica, quella umana e ragionevole:
nella prima i costumi erano tutti pervasi di religione e di
pietà, nella seconda di collera e di puntiglio, nella terza
del sentimento morale e civile del dovere. Da questi
caratteri derivarono tre tipi di governo (nella prima
teocrazie paterne, nella seconda aristocrazie eroiche, nella
terza democrazie e monarchie civili) e tre tipi di lingue (divina
e muta, eroica e simbolica, umana e articolata), di
scrittura (geroglifica, eroica simbolica, volgare e
convenzionale) di giurisprudenza (scienza degli auspici;
legata alle formule legali e alle cerimonie giudiziarie,
fondata sull'equit e sulla ragionevole interpretazione delle
leggi), di autorità o fonti di diritto e di giudizi. Il
libro si conclude con la tesi che il diritto romano antico
era una severa poesia.
Il quinto libro sostiene la teoria dei ricorsi, cioè il
ritorno alla barbarie dopo il compimento dell'età umana. Il
Vico cioè osserva la barbarie medievale succeduta all'impero
romano, e la giudica età divina, da cui derivò il diritto
feudale, che caratterizzò una età eroica: "Ora, con tal
ricorso di cose umane civili ... si rifletta su i confronti
che ... si son fatti circa i tempi primi e gli ultimi delle
nazioni antiche e moderne, e si avrà tutta spiegata la
storia ... si avrà la storia ideale delle leggi eterne,
sopra le quali corron i fatti di tutte le nazioni, ne' loro
sorgimenti, progressi, stati, decadenze e fini ... Laonde
non potemmo fare a meno di non dar a quest'opera l'invidioso
titolo di "Scienza nuova"". La conclusione dell'opera è una
chiara e precisa ricapitolazione. Questa Scienza nuova è il
capolavoro di Vico.
Giambattista Vico
Il rapporto uomo - storia
Vita di Giovambattista Vico