PENSIERO FILOSOFICO - LIBRI CONSIGLIATI

    

Benjamin Walter → Saggi


Benjamin, Walter (Berlino 1892 - Port Bou 1940)

Filosofo, sociologo e critico d'arte tedesco. Acuto studioso dell'avanguardia, svilupò un pensiero filosofico che raccoglieva l'eredità romantico-idealista, il materialismo storico marxista (fin dal 1924), elementi mistici di tradizione ebraica, influssi neokantiani ed ebbe rapporti con gli esponenti della scuola di Francoforte. Nei suoi studi sull'arte, valorizza l'arte allegorica come frattura tra linguaggio e mondo contro l'illusoria armonia dell'arte simbolica. Tra i suoi scritti: Origini del dramma barocco tedesco (1928); L'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica (1936); Angelus novus.

Saggi
Opera dello scrittore tedesco pubblicata nel 1955

Sono raccolti in due volumi, che comprendono anzitutto i quattro "studi" fondamentali di Benjamin: quello sulle Affinità elettive di Goethe, Le origini del dramma tedesco (Der Ursprung des deutschen Trauerspiels), L'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica (Das Kunstwerk im Zeitalter seiner technischen Reproduzierbarkeit) e Parigi la capitale del XIX secolo (Paris, die Hauptstadt des XIX Jahrhunderts); vi compaiono i vari scritti usciti sulle riviste tedesche Frankfurter Zeitung, Jdische Rundschau, Klner Zeitung, Argonauten, Neue Schweizer Rundschau, Literarische Welt, e altre, ma soprattutto il materiale pubblicato a cura dell' Institut fùr Sozialforschung di Francoforte, piccoli saggi su Proust, Robert Walser, Dostoevskij, Julien Green, Karl Kraus, Franz Kafka, recensioni e critiche su lavori di Gide, Gottfried Keller, Wieland, Stefan George, Brecht, Karl Wolfskehl, Max Kommerell, un gruppetto di scritti giovanili (su Hòlderlin, sul romanticismo, sul linguaggio, sulla critica d'arte in Germania), uno scritto sulla sua infanzia a Berlino (Berliner Kindheit um Neunzehnhundert), lo scritto filosofico intitolato Binario unico (Einbahnstrasse), una serie di pagine descrittive di Mosca, Napoli, Marsiglia, San Gimignano, e impressioni e riflessioni sulla sua vita. La raccolta è preceduta da una lunga introduzione di Theodor Wiesengrund Adorno, il quale delimita e definisce le caratteristiche filosofico-letterarie di Benjamin con l'estrema acutezza e pregnanza di linguaggio. Walter Benjamin, ebreo, aveva studiato a Monaco, e dopo la conoscenza e amicizia con Gerhard Scholem si era riavvicinato al sionismo e alla mistica ebraica; il suo pensiero filosofico si era quasi subito staccato dall'idealismo per aderire alla fenomenologia: nel 1924 egli passava al marxismo. La sua posizione di letterato essendo esistenzialmente incerta, tentò con il poderoso studio sull'origine del dramma tedesco di ottenere la libera docenza a Francoforte: ma essa gli venne negata, sicchè la sua vita rimase affidata, materialmente, a collaborazioni saltuarie e alla pubblicazione dei suoi libri. Nel 1933 emigrò dalla Germania nazista e nel 1935 divenne membro dell' Institut fùr Soziallforschung trasferitosi da Francoforte, il che gli concesse maggiore sicurezza economica. Allo scoppio della guerra si trovava a Parigi, dove fu internato: Horkheimer gli procurò il visto per gli USA. Ma il gruppetto di emigrati cui si unì venne fermato sui Pirenei, e Benjamin, nel timore di cadere nelle mani della Gestapo, si tolse la vita. Nel 1928 era riuscito a pubblicare il saggio sull'origine del dramma tedesco. In questo importantissimo contributo Benjamin risale agli esemplari barocchi del dramma tedesco: esso vi è analizzato non già nella sua genesi storico-letteraria, bensì nelle sue origini ideologiche, e l'analisi è genialissima. Tra i due culminanti poli dell'epoca, Calderòn e Shakespeare, Benjamin pone la mediocre produzione tedesca di un Martin Opitz, di un Andreas Gryphius, di un Daniel Casper von Lohenstein e le poco pregevoli figure di un Haugwitz e di un Hallmann, e la scelta è motivata appunto, per ragion di contrasto, onde far risaltare l'autentico. I due termini "lutto" (Trauer) e "gioco" (Spiel) che compongono il vocabolo, riconducono anche all'etimo ideologico: il Trauerspiel nasce come gioco luttuoso, o meglio come "allegoria del lutto", quando finisce la tragedia. Da Ziegler e Scheler in poi si sa che nel tragico non vi è lutto, questo nasce col dramma e contiene implicitamente un'ostentazione, un commento che già di per sè rappresentazione: di tristezza, appunto. Ciò è assolutamente estraneo alla tragedia, cui convengono soltanto "la parola e il silenzio". Al di sopra della dettagliata esposizione del dramma barocco tedesco Benjamin presenta a un estremo la fine della tragedia greca con i dialoghi platonici, e all'altro l'analogia tra il barocco e la letteratura contemporanea, con l'inizio del dramma espressionistico (1915) nelle Troiane di Werfel, in cui ritroviamo "la risonanza della lamentazione". La "rivendicazione attuale" (Cases) è forse tra le constatazioni più interessanti, insieme con la definizione e i limiti dell' "allegoria", contrapposta al "simbolo". La matrice ideologica si risolve e avvolge nella sua realtà mondana escludendo il mistero, e in essa si trastulla e si gonfia, apparendo con evidenza "decadente" e identica a quella della letteratura contemporanea. Nell'altro importante saggio sull'
Opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica, Benjamin parte da un'analisi di Marx sulla produzione capitalistica e si pone il problema della perdita della a lei congenita "aura" di "unicità", da parte dell'opera d'arte, attraverso l'infinita riproducibilità con mezzi tecnici: tale "aura" è indissolubilmente collegata al "tempo" e alle "circostanze" (quindi alla tradizione) in cui l'opera d'arte nasce. Tali elementi a essa connaturati vengono distrutti e vanificati dalla riproducibilità tecnica: l'esempio più lampante è dato dalla riproduzione fotografica e quindi del film. La totale assenza, nel film, di "aura", ossia di "distanza" e irripetibile "unicità" dell'attimo storico ch'è a base dell'opera d'arte fa s che la produzione filmica diventi quasi il prototipo del modo in cui viene oggi distrutta la conditio sine qua non dell'opera d'arte (teatrale o pittorica nello specifico, ma il processo può applicarsi anche alle altre arti). Questo fatto ha tuttavia la sua ragion d'essere nella massificazione della società, nella necessità cioè di "avvicinamento" e "moltiplicazione" dell'opera artistica a uso delle masse. La riproducibilità tecnica dell'opera d'arte muta, insomma, oggi, il rapporto tra massa e arte, a totale scapito di quest'ultima. Benjamin vede l'inizio di tale processo già nel dadaismo, in quanto quest'ultimo è stato il primo a procedere a un'artata distruzione dell'"aura" a favore della "riproduzione" (o meglio stravolgimento) dell'opera artistica. Il comportamento asociale dei fini dadaistici riduceva l'arte a un gioco, il più possibile irritante, deviante e scandalistico. Benjamin ravvisa nella crescente proletarizzazione dell'uomo e nella formazione di masse due volti di un medesimo fenomeno: a dare un'espressione a questo fenomeno ha provveduto il fascismo, "estetizzando" la politica. E' la forma di una medesima "violenza". Tutto ciò non può, secondo Benjamin, che condurre alla guerra, già del resto ampiamente estetizzata dal futurismo. In definitiva, sono le conseguenze estreme de l'art pour l'art. La qualità maggiore di Benjamin pensatore è la sua non-apoditticità, costituita dalla estrema abilità di suscitare pensieri, deduzioni e spunti nel lettore, incanalandone l'indagine sui sentieri più ricchi di densità storica, per una ininterrotta verifica e promozione delle idee.


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