Gita al faro (To the
lighthouse)
Romanzo della scrittrice inglese
Virginia Woolf (1882-1941), pubblicato nel 1927.
L'autrice, che fondò assieme al marito, l'editore Leonard
Woolf, il famoso gruppo di Bloomsbury (un sodalizio
culturale di cui fecero parte gli uomini di lettere più
significativi dell'epoca), rivela in quest'opera il clima
tipico di ricerca letteraria, di sperimentazione stilistica
che era propria del gruppo. Anche se il romanzo ha un
impianto realistico e non psicologico, come nelle precedenti
fatiche narrative, ed è in pratica un ritorno alla
costruzione tradizionale del personaggio, troviamo ancora
quel clima di sperimentazione, specialmente per quanto
riguarda il tempo narrativo. In effetti Gita al faro, anche
se realistico, non ha una vera e propria azione, non si
muove su un piano strettamente cronologico, ma sul piano
della memoria: il tempo reale è compreso nelle
ventiquattr'ore di un giorno estivo, ma ciò che fa muovere
tutta la macchina del racconto è il tempo mentale, per cui
tutto viene dilatato fino all'esasperazione. Riemergono qui
quelle tecniche, allora di moda, adottate da scrittori della
coscienza come Proust e Joyce, e rielaborate da una fine
sensibilità moderna come quella della Woolf. Inoltre, un
altro aspetto non secondario è la visionarietà
misticheggiante della scrittrice, una vena che fa perno su
una ricerca dei motivi e delle ansie della sua epoca. In
sostanza il tema sempre ricorrente e mai abbandonato è
l'individuazione del significato della vita: spesso i suoi
principali personaggi (nel caso di Gita al faro, la signora
Ramsay), chiedono: "Ma che cosa ho fatto della mia vita?",
come se ogni momento dell'esistenza comportasse una
revisione della stessa per poter continuare a vivere. Motivo
che sarà addirittura ossessivo in Mrs. Dalloway. Gita al
faro inizia con un quadro familiare, un nucleo borghese, i
Ramsay; madre sui cinquant'anni, ancora affascinante, che dà
segrete emozioni a chi l'avvicina; un marito e padre un po'
filosofo: otto figli, uno diverso dall'altro, microcosmo di
caratteri in continua trasformazione. Il gruppo è in gita su
un'isoletta delle Ebridi. Attorno a loro girano altri
personaggi: una pittrice, la Briscoe, che cerca di superare
una crisi artistica, e due giovani innamorati, Minta e
Paolo. La signora Ramsay ha promesso al minore dei suoi
figli di portarlo a fare una gita al faro che vede brillare
ogni sera in lontananza. La promessa però viene contrastata
dall'intervento del padre che prevede per il giorno dopo un
temporale. Il contrasto è un pretesto per la Woolf: è qui
che inizia tutto uno scavo in profondità dei vari personaggi.
Si apre una discussione in cui interviene tutta la famiglia,
con motivazioni e dichiarazioni diverse. Il contrasto però
non ha tinte forti: è un continuo lampeggiare sotterraneo,
un accendersi e spegnersi attraverso i meandri della
coscienza di ognuno. Parole e silenzi si alternano proprio
come le improvvise illuminazioni e le conseguenti oscurità
del faro. Risultato: un trapelare di insoddisfazioni, di odi,
di slanci, di disprezzo, di aspirazioni. Da questa partita
casalinga emerge chiara e decisa la figura della signora
Ramsay, che ha una parola di comprensione e di apprezzamento
per tutti, e la serata ter-mina con il ritorno della
serenità familiare. Poi tutto passa rapidamente, come in un
film proiettato a velocità accelerata: di nuovo giorno, poi
di nuovo notte, poi i giorni si susseguono nell'accavallarsi
delle stagioni, degli anni, del-le tempeste naturali e degli
scontri familiari, finchè la storia si placa sulla morte,
una not-te, della signora Ramsay. In seguito muore la figlia
mentre sta dando alla luce un bambino e il figlio Andrea
viene ucciso in un'azione di guerra. La casa è in rovina,
tutto è decadenza, e quando ormai la fine è vicina,
un'esplosione della natura corrisponde al ritorno della
fa-miglia Ramsay. Essi scoprono che tutto è cambiato; solo
il faro in lontananza è lì, immobile, uguale a quello di una
volta. Ora la gita, progettata tanti anni prima, si potrà
fare. Giacomo, a cui nell'infanzia era stata promessa, vi si
dirige con il padre, un po' di malavoglia e con un grande
risentimento nei confronti del genitore che si è chiuso,
dopo la morte della moglie, in un egoistico dolore. Sulla
riva a guardarli c'è la pittrice, Briscoe, che assume in
queste ultime pagine la voce e il gesto di un coro greco e
ricorda la figura della splendida signora Ramsay, la sua
straordinaria capacità di trasformare le minuzie della vita,
i minimi particolari delle gioie dell'essere in profonde
emozioni, capaci di resistere all'usura del tempo e
all'inarrestabile dissoluzione di tutte le cose.
Virginia Woolf