PENSIERO FILOSOFICO - LIBRI CONSIGLIATI

    

Giacomo Leopardi - Lo Zibaldone


Lo Zibaldone
Opera di Giacomo Leopardi (1798-1837)

Questa sorta di diario fu iniziato a Recanati nel luglio 1817 e finito nel dicembre del 1832 a Firenze: pubblicato per la prima volta in sette volumi nel 1898 da una commissione presieduta da Giosuè Carducci. Il suo vero titolo è Zibaldone di pensieri anche se l'opera è più nota con il solo nome di Zibaldone; in esso c'è un continuo dialogo del poeta con se stesso: sono pagine piene di ricordi e di poesie, in cui si parla in forma libera di letteratura, di filosofia, di politica e di religione: i frammenti hanno la data, quasi a tracciare lo sviluppo di quel pensiero travagliato: "In quelle pagine la vita vissuta si spoglia delle sue apparenze materiali, si depura in esperienza, diventa riflessione, dibattito, tentativo di filosofia" (Momigliano). Lo Zibaldone contiene dunque, col disordine inevitabile in un diario e con le incoerenze naturali in riflessioni che si svolgono in un lungo ordinario di anni, la poetica del Leopardi e la filosofia della sua vita; si ordina e si chiarisce come il diario contemplativo d'una sofferenza, che tende a purificarsi e a risolversi nel canto.

Dallo « ZIBALDONE »

[Pensieri vari e frammenti].

Dallo Zibaldone (cioè dal fitto diario intellettuale del poeta, al quale egli affidò dal 1817 al 1832 i suoi pensieri, ricordi, appunti, osservazioni, moti dell'animo) deriviamo alcuni passi, che ci sembrano indispensabili per la comprensione della poesia e dello spirito leopardiano

1.

Una delle pagine più implacabili dei pessimismo leopardiano; una pagina che di un giardino fiorito, cioè di una immagine di bellezza, fa una raccolta innumerevole di miserie e di piaghe. Ogni giardino è quasi un vasto ospitale. L'aspetto più tipico del passo è in quel martellare di piccoli membri, in quel susseguirsi fitto di osservazioni e di elementi, adunati con una apparente freddezza, con obbiettività di scienziato. Ma al di sotto delle parole avverti una sensibilità acutissima, quasi morbosa. Veramente l'anima del Leopardi era come un liuto sospeso, pronto a risuonare ad ogni vibrazione.

"Non gli uomini solamente, ma il genere umano fu e sarà sempre infelice di necessità. Non il genere umano solamente, ma tutti gli animali. Non gli animali soltanto ma tutti gli altri esseri al loro modo. Non gl'individui, ma le specie, i generi, i regni, i globi, i sistemi, i mondi.
Entrate in un giardino di piante, d'erbe, di fiori. Sia pur quanto volete ridente. Sia nella più mite stagion dell'anno. Voi non potete volger lo sguardo in nessuna parte che voi non vi troviate del patimento. Tutta quella famiglia di vegetali è in stato di souffrance, qual individuo più, qual meno. Là quella rosa è offesa dal sole, che gli ha dato la vita; si corruga, langue, appassisce. Là quel giglio è succhiato crudelmente da un'ape, nelle sue parti più sensibili, più vitali. Il dolce mele non si fabbrica dalle industriose, pazienti, buone, virtuose api senza indicibili tormenti di quelle fibre delicatissime, senza strage spietata di teneri fiorellini. Quell'albero è infestato da un formicaio, quell'altro da bruchi, da mosche, da lumache, da zanzare; questo è ferito nella scorza e cruciato dall'aria o dal sole che penetra nella piaga; quello è offeso nel tronco o nelle radici; quell'altro ha più foglie secche; quest'altro è róso, morsicato nei fiori; quello trafitto, punzecchiato nei frutti. Quella pianta ha troppo caldo, questa troppo fresco; troppa luce, troppa ombra; troppo umido troppo secco. L'una patisce incomodo e trova ostacolo e ingombro nel crescere, nello stendersi; l'altra non trova dove appoggiarsi, o si affatica e stenta per arrivarvi. In tutto il giardino tu non trovi una pianticella sola in istato di sanità perfetta. Qua un ramicello è rotto o dal vento o dal suo proprio peso; là un zeffiretto va stracciando un fiore, vola con un brano, un filamento, una foglia, una parte
viva di questa o quella pianta, staccata e strappata via. Intanto tu strazi le erbe co' tuoi passi; le stritoli, le ammacchi, ne spremi il sangue, le rompi, le uccidi. Quella donzelletta sensibile e gentile va dolcemente sterpando e infrangendo steli. Il giardiniere va saggiamente troncando, tagliando membra sensibili, colle unghie, col ferro" (Bologna, 19 aprile 1826).

"Certamente queste piante vivono; alcune perché le loro infermità non sono mortali, altre perché ancora con malattie mortali, le piante, e gli animali altresì, possono durare a vivere qualche poco di tempo. Lo spettacolo di tanta copia di vita all'entrare in questo giardino ci rallegra l'anima, e di qui è che questo ci pare essere un soggiorno di gioia. Ma in verità questa vita è trista e infelice, ogni giardino è quasi un vasto ospitale (luogo ben più deplorabile che un cemeterio), e se questi esseri sentono o, vogliamo dire, sentissero, certo è che il non essere sarebbe per loro assai meglio che l'essere "(Bologna, 22 aprile 1826).

2.

Tra le memorie hanno per il Leopardi una particolare efficacia poetica quelle della fanciullezza. Quasi tutte le sensazioni pìù vive che noi proviamo nell'età matura non derivano dalle immagini presenti ma dal ricordo delle immagini fanciullesche, dai moti che dapprima quelle cose o quelle immagini destarono nel nostro cuore, Non vi sarebbe alcuna sensazione vaga, remota, indefinita, suggestiva tra gli uomini (cioè alcuna sensazione poetica) se gli uomini fossero a un tratto privati dei primi ricordi. La poesia è la ricerca perpetua di un momento brevissimo, di quell'età in cui i colori stessi delle cose apparvero più nuovi e più vividi.
Al fascino delle "ricordanze" sono dedicati moltissimi pensieri dello Zibaldone, in particolare i quattro che seguono.

La sensazione presente non deriva immediatamente dalle cose, non è un'immagine degli oggetti, ma della immagine fanciullesca; una ricordanza, una ripetizione, una ripercussione o riflesso della immagine antica. E ciò accade frequentissimamente (così io, nel rivedere quelle stampe piaciutemi vagamente da fanciullo, quei luoghi, spettacoli, incontri ec., nel ripensare a quei racconti, favole, letture, sogni, ec., nel risentire quelle cantilene udite nella fanciullezza o nella prima gioventù ec.). In maniera che, se non fossimo stati fanciulli, tali quali siamo ora, saremmo privi della massima parte di quelle poche sensazioni indefinite che ci restano, giacché non le proviamo se non rispetto e in virtù della fanciullezza (16 gennaio 1821).

Per la copia e la vivezza delle rimembranze sono piacevolissime e poeticissime tutte le immagini che tengono del fanciullesco e tutto ciò che ce le desta. E son piacevoli per la loro vivezza anche le ricordanze d'immagini e di cose che nella fanciullezza ci erano dolorose o spaventose. E per la stessa ragione ci è piacevole nella vita anche la ricordanza dolorosa, e quando bene la cagion del dolore non sia passata (25 ottobre 1821).

Memorie della mia vita. — Cangiando spesse volte il luogo della mia dimora, e fermandomi dove più dove meno o mesi o anni, m'avvidi che io non mi trovava mai contento, mai nel mio centro, mai naturalizzato in luogo alcuno, comunque per altro ottimo, finattantoché io non aveva delle rimembranze da attaccare a quel tal luogo, alle stanze dove io dimorava, alle vie, alle case che io frequentava; le quali rimembranze non consistevano in altro che in poter dire: qui fui tanto tempo fa; qui, tanti mesi sono, feci, vidi, udii la tal cosa; cosa che del resto non sarà stata di alcun momento; ma la ricordanza, il potermene ricordare, me la rendeva importante e dolce. Ed è manifesto che questa facoltà e copia di ricordanze annesse ai luoghi abitati da me, io non poteva averla se non con successo di tempo, e col tempo non mi poteva mancare. Però io era sempre tristo in qualunque luogo nei primi mesi, e coll'andar del tempo mi trovava sempre divenuto contento ed affezionato a qualunque luogo (Firenze, 23 luglio 1827). Colla rimembranza egli mi diveniva quasi il luogo natio.

Un oggetto qualunque, per esempio un luogo, un sito, una campagna, per bella che sia, se non desta alcuna rimembranza, non è poetica punto a vederla. La medesima, ed anche un sito, un oggetto qualunque, affatto impoetico in sé, sarà poetichissimo a rimembrarlo. La rimembranza è essenziale e principale nel sentimento poetico, non per altro, se non perché il presente, qual ch'egli sia, non può esser poetico; e il poetico, in uno o in altro modo, si trova sempre consistere nel lontano, nell'indefinito, nel vago (14 dicembre 1828).

3.

Il gusto del vago, dell'indefinito, del remoto, che ricorre in tutta la poesia del Leopardi.
La poesia è evocazione, rimembranza, ritorno alle sensazioni prime dell'animo; consiste tutta in quel vago immaginare che è proprio della giovinezza, nei sogni luminosi ed amplissimi, nel vagheggiamento interiore dei cieli e degli oggetti. Perciò la predilezione per alcune parole, alle quali il poeta riconosceva una suggestione loro propria, una natura di per sé poetica.

Le parole lontano, antico e simili sono poeticissime e piacevoli, perché destano idee vaste e indefinite e non determinabili e confuse (28 settembre 1821).

Le parole notte, notturno, ecc., le descrizioni della notte ecc., sono poeticissime, perché, la notte confondendo gli oggetti, l'animo non ne concepisce che un'immagine vaga, indistinta, incompleta, sì di essa che di quanto ella contiene. Così oscurità, profondo ecc. ecc. (28 settembre 1821).

4.

Molte pagine dello Zibaldone ci riportano all'atmosfera dei vari Canti, potrebbero servire di illuminazione per la sostanza lirica dell'uno o dell'altro componimento. Così la prosa che segue, che fu scritta due mesi dopo la composizione del canto A Silvia, in cui è descritta con accenti di una commozione e trepidazione grandissima quella bellezza, quel candore, quella luce, quell'innocenza, che è propria di una giovinetta negli anni che furono di Silvia, quando lieta e pensosa saliva verso il limitare di giovinezza, contenta di quel vago avvenire che appariva alla sua mente. Nessun altro scrittore ha descritto con un tale incanto quella meraviglia della natura che è la bellezza femminile ancora intatta nel suo boccio, non tocca ancora dalla delusione, dal dolore; nessuno ci ha fatto sentire come il Leopardi la fugacità di quel fiore, l'incombere grave della sventura, del male. Come sempre il poeta perviene da una singola immagine ad una significazione più ampia, alla consapevolezza di se stesso, della sorte umana. Questa pagina è degna di stare accanto alla lirica immortale di Silvia, costituisce il commento più degno a quei versi.

"Una donna di venti, venticinque o trenta anni ha forse più d'attraits, più d'illècebre, ed è più atta a spirare, e maggiormente a mantenere, una passione. Così almeno è paruto a me sempre, anche nella primissima gioventù: così anche ad altri che se ne intendono. Ma veramente una giovine dai sedici ai diciotto anni ha nel suo viso, ne' suoi moti, nelle sue voci, salti, ecc. un non so che di divino, che niente può agguagliare. Qualunque sia il suo carattere, il suo gusto; allegra o malinconica, capricciosa o grave, vivace o modesta, quel fiore purissimo, intatto, freschissimo di gioventù, quella speranza vergine, incolume che gli si legge nel viso e negli atti, o che voi nel guardarla concepite in lei e per lei; quell'aria di innocenza, d'ignoranza completa del male, delle sventure, de' patimenti, quel fiore insomma, quel primissimo fior della vita; tutte queste cose, anche senza innamorarvi, anche senza interessarvi, fanno in voi un'impressione così viva, così profonda, così ineffabile, che voi non vi saziate di guardar quel viso; ed io non conosco cosa che più di questa sia capace di elevarci l'anima, di trasportarci in un altro mondo, di darci un'idea d'angeli, di paradiso, di divinità, di felicità. Tutto questo, ripeto, senza innamorarci, cioè senza muoverci desiderio di posseder quell'oggetto. La stessa divinità che noi vi scorgiamo, ce ne rende in certo modo alieni, ce lo fa riguardare come di una sfera diversa e superiore alla nostra, a cui non possiamo aspirare. Laddove in quelle altre donne troviamo più umanità, più somiglianza con noi; quindi píù inclinazione in noi verso loro, e più ardire di desiderare una corrispondenza seco. Del resto, se a quel che ho detto, nel vedere e contemplare una giovane di sedici o diciotto anni, si aggiunga il pensiero dei patimenti che l'aspettano, delle sventure che vanno ad oscurare e a spegner ben tosto quella pura gioia, della vanità di quelle care speranze, della indicibile fugacità di quel fiore, di quello stato, di quelle bellezze; si aggiunga il ritorno sopra noi medesimi; e quindi un sentimento di compassione per quell'angelo di felicità, per noi medesimi, per la sorte umana, per la vita (tutte cose che non possono mancar di venire alla mente), ne segue un affetto il più vago e il più sublime che possa immaginarsi" (Firenze, 30 giugno 1828).

5.

Qui lo scrittore accenna a quella limpidità e felicità piena dello spirito che era da lui raggiunta e assaporata nel momento del canto, a quel miracolo interiore che era costituito dall'idillio.

Memorie della mia vita. — Felicità da me provata nel tempo del comporre, il miglior tempo ch'io abbia passato in mia vita, e nel quale mi contenterei di durare finch'io vivo. Passar le giornate senza accorgermene, e parermi le ore cortissime, e meravigliarmi sovente io medesimo di tanta facilità di passarle (30 novembre 1828).

6.

Nello Zibaldone e negli Appunti si rinvengono spesso dei veri e propri idilli prosastici, le tracce di quello smemorarsi del poeta nelle visioni della sera e del borgo, di quegli abbandoni dell'animo alla suggestione dei rumori lontani, delle figure appena intraviste. Tra questi idilli prosastici trascriveremo quello più compiuto, e liricamente più significativo: una contemplazione fissata sulla carta con una sorta di prosa elementare, tale che sembra attendere un nulla per tradursi in poesia e collocarsi vicino ai canti migliori.

Io ero malinconichissimo, e mi posi a una finestra che metteva sulla piazzetta. Due giovanotti, sulla gradinata della chiesa abbandonata, erbosa, sedevano scherzando sotto al lanternone, si sballottavano. Comparisce la prima lucciola ch'io vedessi in quell'anno: uno dei due s'alza, gli va addosso. Io domandava fra me misericordia alla poverella, l'esortava ad alzarsi...; ma la colpì e gittò a terra, e tornò all'altro. Intanto la figlia del cocchiere, alzandosi da cena e affacciatasi alla finestra per lavare un piattello, nel tornare dice a quei dentro: — Stanotte piove da vero. Se vedeste che tempo! Nero come un cappello. — E poco dopo sparisce il lume di quella finestra. Intanto la lucciola era risorta. Avrei voluto ec.; ma quegli se n'accorse, tornò: — Porca buzzarona! —un'altra botta la fa cadere, già debole com'era; ed egli col piede ne fa una striscia lucida fra la polvere... finché la cancella.
Veniva un terzo giovanotto da una stradella in faccia alla chiesa, prendendo a calci i sassi e borbottando. L'uccisore gli corre a dosso, e ridendo lo caccia a terra e poi lo porta ec. S'accresce il giuoco, ma con voce piana come pur prima ec., ma risi un po' alti. Sento una dolce voce di donna che non conoscea né vedea: — Natalino, andiamo ch'è tardi. — Per amor di Dio, che adesso adesso non faccia giorno! — risponde quegli. Sentivo un bambino, che certo dovea essere in fasce, e in braccio alla donna, e suo figlio, ciangottare con una voce di latte suoni inarticolati e ridenti, e tutto di tratto in tratto e da sé, senza prender parte ec.
Cresce la baldoria. — C'è più vino da Girolamo? — Passava uno, a cui ne domandarono. Non c'era. La donna venia ridendo dolcemente, con qualche paroletta : — Oh che matti! —; e di quando in quando ripetea pazientemente e ridendo l'invito di andarsene, e invano. Finalmente una voce di loro : — Oh ecco che piove! — Era una leggera pioggetta di primavera; e tutti si ritirarono; e s'udiva il suono delle porte e i catenacci. E questa scena mi rallegrò moltissimo (12 maggio 1819).

7.

[Protesta contro to stato della società presente.]

Riportiamo dello Zibaldone uno dei passi in cui il Leopardi fu maggiormente volto agli aspetti e problemi della convivenza umana. La datazione (febbraio 1821) conferma che alle meditazioni intorno al sormontare nella società mercantile moderna dell'individualismo, intorno alla necessità di superare la lotta omnium contra omnes, per approdare ad una colleganza fraterna contro la Natura, il Leopardi non pervenne solo negli ultimi anni; che la Ginestra non costituisce perciò un frutto estremo e marginale della produzione leopardiana, ma la conclusione consapevole di un impegno umano continuo.

Quanto più si trova nell'individuo il se stesso, tanto meno esiste veramente la società. Così se l'egoismo è intero, la società non esiste se non di nome. Perché ciascuno individuo, non avendo per fine se non se medesimo, non curando affatto il ben comune, e nessun pensiero o azione sua essendo diretta al bene o piacere altrui, ciascuno individuo forma da se solo una società a parte, ed intera, e perfettamente distinta, giacché è perfettamente distinto il suo fine; e così il mondo torna qual era da principio, e innanzi all'origine della società, la quale resta sciolta quanto al fatto e alla sostanza, e quanto alla ragione ed essenza sua. Perciò l'egoismo è sempre stato la peste delta società e quanto è stato maggiore, tanto peggiore è stata la condizione della società.
L'egoismo è inseparabile dall'uomo, cioè l'amor proprio; ma per egoismo s'intende più propriamente un amor proprio mal diretto, male impiegato, rivolto ai propri vantaggi reali e non a quelli che derivano dall'eroismo, dai sacrifizi, dalle virtù, dall'onore, dall'amicizia ec. Quando dunque questo egoismo è giunto al colmo, per intensità e per universalità; e quando a motivo e dell'intensità, e massime dell'universalità, si è levata la maschera (la quale non serve più a nasconderlo, perché troppo vivo, e perché tutti sono animati dallo stesso sentimento), allora la natura del commercio sociale (sia relativo alla conversazione, sia generalmente alla vita) cangia quasi intieramente. Perché ciascuno pensando per sé (tanto per sua propria inclinazione, quanto perché nessun altro vi pensa più, e perché il bene di ciascheduno è confidato a lui solo), si superano tutti i riguardi, l'uno toglie la preda dalla bocca e dalle unghie dell'altro; gl'individui di quella che si chiama società, sono ciascuno in guerra più o meno aperta con ciascun altro, e con tutti insieme; il più forte sotto qualunque riguardo, la vince; il cedere agli altri qualsivoglia cosa o creanza, o per virtù, onore ec. è inutile, dannoso e pazzo, perché gli altri non ti son grati, non ti rendono nulla, e di quanto tu cedi loro o di quella minore resistenza che opponi loro, profittano in loro vantaggio solamente, e quindi in danno tuo.
Così, nel modo che ho detto, ritornano effettivamente nel mondo i costumi selvaggi, e di quella prima età, quando la società non esistendo, ciascuno era amico di sé solo, e nemico di tutti gli altri esseri dissimili o simili suoi, in quanto si opponevano a qualunque suo menomo interesse o desiderio, o in quanto egli poteva godere a spese loro. Costumi che nello stato di società son barbari perché distruttivi della società, e contrari direttamente all'essenza, ragione e scopo suo. Quindi si veda quanto sia vero, che lo stato presente nel mondo è propriamente barbaro, o vicino alla barbarie, quanto mai fosse. Ogni così detta società dominata dall'egoismo individuale, è barbara, e barbara della maggior barbarie. (17 febbraio 1821).



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