| Né possiamo accontentarci della riflessione che
nella violazione della regola da parte di un personaggio così diverso da
noi, noi non solo proviamo la sicurezza dell'impunità nostra, ma anche il
gusto della trasgressione per interposta persona: e, lui pagando per noi,
noi possiamo permetterci di godere vicariamente di una trasgressione che
offende una regola che in fondo volevamo violare, ma senza rischio. Tutti
questi sono aspetti indubbiamente funzionanti nel comico, ma se gli aspetti
fossero solo questi non potremmo spiegarci perchè si verifichi questo scarto
di universalità tra i due generi rivali. Il punto non sta dunque (non
soltanto) nella trasgressione della regola e nel carattere inferiore del
personaggio comico. Il punto che mi interessa è invece questo: qual è la
nostra consapevolezza della regola violata?
Eliminiamo il primo ma inteso: che nel tragico la regola sia universale, per
cui la violazione ci coinvolge, mentre nel comico la regola è particolare,
locale (limitata a un periodo dato, a una cultura specifica). Questo
spiegherebbe certo lo scarto di universalità: sarebbe tragico un atto di
cannibalismo, sarebbe comico un cinese cannibale che mangiasse un proprio
simile con le bacchette invece che con la forchetta (e naturalmente sarebbe
comico per noi, non per i cinesi, che troverebbero il gesto abbastanza
tragico).
In verità le regole violate dal tragico non sono necessariamente universali.
E' universale, dicono, l'orrore per l'incesto ma non è universale il dovere
che Oreste avrebbe di uccidere anche la propria madre. E chiediamoci perchè
oggi, in un'epoca di grande permissivismo morale, dobbiamo trovare tragica
la situazione di madame Bovary. Non lo sarebbe in una società poliandria, ma
neppure a New York; che la brava signora si conceda i suoi capricci
extraconiugali e non ci pianga troppo sopra. Questa provinciale
eccessivamente pentita dovrebbe oggi farci ridere almeno quanto il
personaggio cecoviano di E pericoloso esagerare che, per aver
irrorato di saliva una persona importante starnutendo a teatro, continua poi
a reiterare le sue scuse oltre i limiti del ragionevole. Il fatto è che è
tipico del tragico, prima, durante e dopo la rappresentazione della
violazione della regola, intrattenerci a lungo proprio sulla natura della
regola. Nella tragedia è lo stesso coro a offrirci la rappresentazione delle
sceneggiature sociali (ovvero dei codici) nella cui violazione il tragico
consiste la funzione del coro è proprio quella di spiegarci a ogni passo
quale fosse la Legge: solo così se ne comprende la violazione e le sue
fatali conseguenze. E Madame Bovary è un'opera che anzitutto spiega
quanto sia condannabile l'adulterio, o almeno quanto i contemporanei della
protagonista lo condannino. E l'Angelo azzurro ci dice anzitutto
quanto un professore di età matura non debba incanaglirsi con una
ballerina; e la Morte a Venezia ci dice innanzitutto quanto un
professore di età matura non debba innamorasi di un ragazzino.
Il secondo passo (non cronologico, bensì logico) sarà poi dire come costoro
non potessero non fare e il male, e non potessero non esserne travolti. Ma
proprio perchè la regola viene reiterata ( o come asserzione in termini di
valore etico, o come riconoscimento di una costrizione sociale). Il tragico
giustifica la violazione (in termini di destino, passione o altro) ma non
elimina la regola. Per questo è universale: spiega sempre perchè
l'atto tragico deve incuterci timore e pietà. Il che equivale a dire che
ogni opera tragica è anche una lezione di antropologia culturale, e ci
permette di identificarci con una regola che magari non è la nostra.
Tragica può essere la situazione di un membro di una comunità antropofaga
che si rifiuta al rito cannibalico: ma sarà tragica nella misura in cui il
racconto ci convinca della maestà e del peso del dovere di antropofagia. Una
storia che ci racconti i patemi di un antropofago dispeptico e vegetariano
che non ama la carne umana, ma senza spiegarci a lungo e convincentemente
quanto sia nobile e doverosa l'antropofagia, sarà solo una storia comica.
La controprova di queste proposte teoriche starebbe nel mostrare che le
opere comiche danno la regola per scontata, e non si preoccupano di
ribadirla. Ed è infatti quello che credo e che suggerisco di verificare.
Tradotta in termini di semiotica testuale, l'ipotesi sarebbe formulata in
questi termini. Esiste un artificio retorico, che perviene alle figure di
pensiero, in cui, data una sceneggiatura sociale o intertestuale già nota
all'udienza, se ne mostra la variazione senza peraltro renderla
discorsivamente esplicita.
Che il tacere la normalità violata sia tipico delle figure di pensiero,
appare evidente nell'ironia. La quale, consistendo nell'asserire il
contrario (di cosa? Di ciò che è o di ciò che socialmente si crede), muore
quando il contrario del contrario venga reso esplicito. Al massimo, che si
asserisca il contrario, deve venire suggerito dalla pronunciatio: ma
guai a commentare l'ironia, ad asserire "non-a", ricordando che
"invece a". che invece a sia il caso tutti devono saperlo, ma nessuno
deve dirlo.
Quali sono le sceneggiature che il comico viola senza doverle ribadire?
Anzitutto le sceneggiature comuni, ovvero le regole pragmatiche di
interazione simbolica, che il corpo sociale deve assumere come date. La
torta in faccia fa ridere perché si presuppone che, in una festa, le torte
si mangino e non si scaglino sul viso altrui. Si deve sapere che un
baciamano consiste nello sfiorare con le labbra la mano della dama, affinchè
sia comica la situazione di chi invece si impadronisca di una gelida manina
e la intrida golosamente di baci umidicci e a schiocco ( o proceda dalla
mano al polso, e di là al braccio - situazione invece non comica e forse
tragica in un rapporto erotico, in un atto di violenza carnale).
Si prendano le regole convenzionali di Grice. Inutile dire, come fanno gli
ultimi crociati che si ignorano, che nella interazione quotidiana le
violiamo di continuo. Non è vero, le osserviamo, oppure le prendiamo per
buone affinchè acquisti sapore, sullo sfondo della loro esistenza disattesa,
l'implicatura convenzionale, la figura retorica, la licenza artistica.
Proprio perchè le regole, sia pure inconsciamente, sono accettate, la loro
violazione senza ragioni diventa comica.
1) Massima della quantità: fai sì che il tuo contributo sia tanto
informativo quanto richiesto dalla situazione di scambio. Situazione comica:
"Scusi sa l'ora?" "Sì."
2) Massime della qualità: a) non dire ciò che credi sia falso.
Situazione comica: "Mio Dio ti prego, dammi una prova della tua esistenza!";
b) non dire ciò per cui non hai mai prove adeguate. Situazione comica:
"Trovo il pensiero di Maritain inaccettabile e irritante. Meno male che non
ho mai letto nessuno dei suoi libri!" (affermazione di un mio professore di
università, personal comunication, febbraio 1953):
3) Massima della relazione: sii rilevante. Situazione comica: "Sa
guidare un motoscafo?" "Perdinci e poi perbacco! Ho fatto il militare a
Cuneo!" (Totò)
4) Massime della maniera: evita oscurità di espressione e
ambiguità, sii breve ed evita prolissità inutili, sii ordinato. Non credo
sia necessario suggerire esiti comici di questa violazione. Sovente sono
involontari. Naturalmente, insisto, questo requisito non è sufficiente. Si
possono violare massime conversazionali con esiti normali (implicatura), con
esiti tragici (rappresentazione di disadattamento sociale), con esiti
poetici. Occorrono altri requisiti, e rimando alle altre tipologie
dell'effetto comico. Quello su cui voglio insistere è che nei casi
sopraccitati si ha effetto comico (coeteris paribus) se la regola non
viene ricordata ma presupposta come implicita.
Lo stesso avviene con la violazione di sceneggiature intertestuali. Anni
fa la rivista Mad si era specializzata in scenette intitolate "I film
che ci piacerebbe vedere". Per esempio, banda di fuorilegge del West che
legano una fanciulla ai binari del treno nella prateria. Inquadrature
successive con montaggio alla Griffith, il treno che si approssima, la
fanciulla che piange, la cavalcata dei buoni che arrivano in soccorso,
accelerazione progressiva delle inquadrature alternate e, alla fine, il
treno che sfracella la fanciulla. Variazioni: lo sceriffo che si appresta al
duello finale secondo tutte le regole del film western, e alla fine viene
ucciso dal cattivo; lo spadaccino che penetra nel castello dove la bella
viene tenuta prigioniera dal malvagio, attraversa il salone appendendosi ai
lampadari e ai tendaggi, ingaggia col malvagio un duello mirabolante, e alla
fine viene trafitto. In tutti questi casi, per godere la violazione, occorre
che la regola di genere sia già presupposta, e giudicata inviolabile.
Se questo è vero, e credo che l'ipotesi possa essere difficilmente
falsificata, ecco che dovrebbero cambiare anche le metafisiche del comico,
compresa la metafisica o la meta-antropologia bachtiniana della
carnevalizzazione. Il comico pare popolare, liberatorio, eversivo perchè dà
licenza di violare la regola. Ma la dà proprio a chi questa regola ha
talmente introiettato da presumerla come inviolabile. La regola violata dal
comico è talmente riconosciuta che non c'è bisogno di ribadirla. Per questo
il carnevale può avvenire solo una volta all'anno. Occorre un anno di
osservanza rituale perchè la violazione dei precetti rituali sia goduta (semel
- appunto - in anno)
In regime di permissività assoluta e di completa anomia non c'èè carnevale
possibile, perchè nessuno si ricorderebbe cosa viene messo
(parenteticamente) in questione.il comico carnevalesco, il momento della
trasgressione, può darsi solo se esiste un fondo di osservanza
indiscutibile. In questo senso il comico non sarebbe affatto liberatorio.
Perchè, per potersi manifestare come liberazione, richiederebbe (prima e
dopo la propria apparizione) il trionfo dell'osservanza. E questo
spiegherebbe come mai proprio l'universo dei mass-media sia al tempo stesso
un universo di controllo e regolazione del consenso e un universo fondato
sul commercio e sul consumo di schemi comici. Si permette di ridere proprio
perchè si è sicuri che prima e dopo la risata si è sicuri che si piangerà.
Il comico non ha bisogno di reiterare la regola perchè è sicuro è nota,
accettata e indiscussa, e ancor più lo rimarrà dopo che la licenza comica ha
permesso - entro uno spazio dato e per maschera interposta - di giocare a
violarla.
"Comico" è tuttavia un termine-ombrello, come "gioco". Rimane da chiedersi
se nelle varie sottospecie di questo genere così ambiguo non trovi spazio
una forma di attività che gioca diversamente con le regole, tale da
consentire anche esercizi negli interstizi del tragico, e di sorpresa,
sfuggendo a questo commercio oscuro col codice, che condannerebbe il comico
in blocco ad essere, del codice, la migliore delle salvaguardie e delle
celebrazioni.
Credo potremmo individuare questa categoria in ciò che Pirandello opponeva o
articolava rispetto al comico, chiamandolo umorismo.
Mentre il comico è la percezione dell'opposto, l'umorismo ne è il
sentimento. Non discuteremo sulla terminologia ancora crociata. Se esempio
di comico era una vecchia cadente che si imbellettava come una fanciulla,
l'umorismo imporrebbe di chiedersi anche perchè la vecchia agisce così.
In questo movimento io non mi sento più superiore o distaccato rispetto al
personaggio animalesco che agisce contro le buone regole, ma inizio ad
identificarmi con lui, patisco il suo dramma, e la mia risata si trasforma
in un sorriso. Un altro esempio che Pirandello fornisce è quello di Don
Chisciotte opposto all'Astolfo ariostesco. Astolfo che arriva sulla luna a
cavallo di un favoloso ippogrifo e al cader della notte cerca un albergo
come un commesso viaggiatore, è comico. Non così Chisciotte perchè ci si
rende conto che la sua lotta coi mulini a vento riproduce l'illusione di
Cervantes che si è battuto e ha perso un arto e ha sofferto il carcere per
illusioni di gloria.
Direi di più: è umoristica l'illusione di don Chisciotte che sa, come sa il
lettore, che i sogni che egli insegue sono confinati ormai nei mondi
possibili di una letteratura cavalleresca passata di moda. Ma ecco che a
questo punto l'ipotesi pirandelliana si incontra con la nostra. L'opera di
Cervantes non dà per note le sceneggiature intertestuali su cui le imprese
del folle della Mancha si modellano, ma rovesciandone gli esiti. Le spiega,
le ribadisce, le ridiscute, così come un'opera tragica rimette in questione
la regola da violare.
L'umorismo quindi agisce come il tragico, forse con questa differenza: che
nel tragico la regola ribadita fa parte dell'universo narrativo (Bovary) o,
quando viene ribadita a livello delle strutture discorsive (il coro tragico)
appare pur sempre enunciata dai personaggi; invece nell'umorismo la
descrizione della regola dovrebbe apparire come istanza, per quanto
nascosta, dell'enunciazione, voce dell'autore che riflette sulle
sceneggiature sociali a cui il personaggio enunciato dovrebbe credere.
L'umorismo eccederebbe quindi in distacco metalinguistica.
Anche quando un solo personaggio parla di sè e su di sè, esso si sdoppi in
giudicato e giudicante. Sto pensando all'umorismo di Woody Allen dove la
soglia tra le "voci" è difficile da individuare, ma si fa, per così dire,
sentire. Più evidente questa soglia nell'umorismo manzoniano, che marca il
distacco tra l'autore che giudica l'universo morale e culturale di don
Abbondio e le azioni (esterne ed interne) di don Abbondio stesso.
In tal modo l'umorismo sarebbe, come il comico, vittima della regola che
presuppone, ma ne rappresenterebbe la critica, conscia ed esplicita.
L'umorismo sarebbe sempre metasemiotico e metatestuale. Della stessa razza
sarebbe il comico di linguaggio, dalle arguzie aristoteliche ai puns
joyciani. Dire che le idee verdi senza colore dormono furiosamente potrebbe
essere (se non assomigliasse alla poesia) un caso di comico verbale, perchè
la norma grammaticale è presupposta, e solo presupponendola la sua
violazione appare evidente (per questo questa frase fa ridere i grammatici,
ma non i critici letterari, che stanno pensando ad altre regole, già di
ordine retorico, e cioè di secondo grado, che la renderebbero normale).
Ma a dire che Finnegan's Wake è una sherzarade ribadisce,
mentre nasconde, la presenza di Sheerazade, della sciarada e dello scherzo
nel corpo stesso dell'espressione trasgressiva. E dei tre lesseni ribaditi e
negati mostra la parentela, l'ambiguità di fondo, la possibilità
paronomastica che li rendeva fragili. Per questo l'anacoluto può essere
comico o il lapsus di cui non ci si chiedano le ragioni (sepolte nella
strutture stessa di ciò che altri chiama la catena significante, ma che di
fatto è la struttura ambigua e contraddittoria dell'enciclopedia):
l'arguzia, invece, e il calembour, sono già affini all'umorismo: non
ingenerano pietà per esseri umani, ma diffidenza (che ci coinvolge) per la
fragilità del linguaggio.
Ma forse confondo categorie che dovranno essere ulteriormente distinte.
Riflettendo su questo fatto, e sul rapporto tra la riflessione e i propri
tempi (tempi cronologici, dico) forse apro uno spiraglio su un nuovo genere,
la riflessione umoristica sulla meccanica dei simposi, dove si chiede di
svelare in trenta minuti cosa sia le prope de l'homme.
|