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Benjamin Constant de Rebecque: Adolphe
Adolfo: romanzo autobiografico dello scrittore francese Benjamin
Constant de Rebecque (1767-I830), composto nel 1807 nel castello di
Coppet, in Svizzera, presso M. me de Staèl, ma pubblicato solo nel
1816, a Londra. Il romanzo inizia con una specie di prologo (Avis de
l'éditeur):una persona, non nominata, racconta di aver incontrato un
giorno in Italia in una locanda un certo Adolfo, uomo taciturno, che
dimentica nell'andarsene un manoscritto, nel quale è narrato un
episodio della sua vita. A ventidue anni, terminati gli studi
all'università di Gottinga, Adolfo e, giovane sensibile, brillante ma
timido, incontra una donna, Ellenora, maggiore di lui di una decina
d'anni, di buona famiglia polacca rovinata dalle rivoluzioni, e amante
del conte di P., da cui ha avuto due figli. Adolfo la corteggia, prima
per semplice curiosità, poi con entusiasmo, tanto che anche Ellenora
si innamora di lui e abbandona il conte. Iniziano cosi una vita in
comune resa difficile dalle condizioni economiche di Adolfo; si
trasferiscono poi in Polonia, dove Ellenora recupera la ricca eredita
di suo padre, mentre Adolfo viene a trovarsi in una situazione
delicata: non è più lui che protegge Ellenora, ma ha l'aria di vivere
alle spalle della donna; i rapporti divengono sempre più difficili:
alla fine Adolfo, persuaso da un amico del padre, promette di partire,
pur non osando annunciare la sua decisione alla donna. I gi però viene
indirettamente a conoscenza della sua partenza e ne è così colpita che
si ammala e muore, lasciando ad Adolfo la solitudine e il rimorso di
non aver saputo renderla felice. Il romanzo si conclude con uno
scambio di lettere tra il personaggio anonimo che ha ritrovato il
manoscritto e l'editore, a cui è stato affidato il manoscritto stesso.
0ltre a suscitare un interesse dal punto di vista autobiografico in
quanto trasposizione del legame di Constant con M.me de Staél, Adolfo
resta un capolavoro del romanzo d'analisi; la psicologia dei
personaggi è complessa, profondamente scavata e veridica: il
protagonista è uomo sensibile, timido, privo di carattere, eterno
spettatore di se stesso, sempre esitante: si perde in sterili
discussioni di coscienza e la soffrire così in modo maggiore la donna
amata. Ellenora rimane la donna che ama appassionatamente; per
dipingerla Constant si è ispirato di volta in volta a diversi modelli,
principalmente a M.me Lindsay e a M.me de Staél. Si tratta quindi di
un'analisi acuta e penetrante, classica per lucidità, brevità e
schematizzazione, che spoglia il racconto di tutto ciò che non è
sentimento o passione o che non risulti necessario allo sviluppo
dell'azione. Né mancano alcuni temi romantici, come quello della
natura, di cui si gusta la presenza poetica, in armonia con i
sentimenti, e quello del "male del secolo" incarnato in Adolfo, che si
considera vittima della società in cui vive.
Princìpi di politica di Benjamin Constant
[...] Benjamin Constant [...] terminò nel 1806 un grande trattato
politico senza darlo mai alle stampe. Questa circostanza, a prima
vista sorprendente, una sua spiegazione ce l'ha, come racconta Stefano
De Luca nell'introduzione all'edizione italiana dell'opera fino a poco
tempo fa ignota, i Princìpi di politica (Rubbettino). Nel 1806 il
testo era ovviamente impubblicabile per i suoi riferimenti al regime
bonapartista; anche dopo la caduta di Napoleone, però, Constant
preferì dare invece alle stampe testi di più immediato intervento
politico, per i quali attingeva regolarmente al grande trattato
inedito: si è calcolato che il 45 per cento dei Princìpi di politica
venisse riciclato, per così dire, proprio in questo modo, compreso il
celebre discorso del 1819 sulla libertà degli antichi e dei moderni
che stava appunto già tutto nell'opera del 1806. Nel 1815, è vero,
pubblicò dei Princìpi di politica, che però non avevano quasi nulla a
che fare con il grande trattato inedito dallo stesso titolo. Così,
anche a causa di questo singolare modo di fare, Constant ha finito con
l'essere considerato soprattutto come autore di scritti politici di
circostanza oltre che di un celebre romanzo, Adolphe, e dunque un
pensatore tutto sommato di secondo piano. Ma la sua scarsa fortuna è
dipesa anche da altro: in Francia la storiografia marxista, che ha
dominato a lungo la storiografia sulla rivoluzione francese, lo
trovava decisamente troppo moderato, troppo «termidoriano».
In Italia, analogamente, gli è stata spesso affibbiata l'etichetta di
liberale conservatore o peggio: negli anni Settanta, la casa editrice
del Pci stampava un testo di Constant, avvisando però -
nell'introduzione di Umberto Cerroni - che l'autore difendeva la
libertà politica solo come «un privilegio posto a scudo della
proprietà privata».
Tzvetan Todorov, presentando l'edizione francese dell'opera, ha
osservato come si sia avuta a lungo l'impressione che il pensiero
politico europeo dopo la rivoluzione dell'89 vivesse una stagione
minore, poiché sembrava non esservi stato alcun testo politico
fondamentale dopo i grandi autori settecenteschi (anzitutto
Montesquieu e Rousseau) e prima di Tocqueville. Ma, ha aggiunto,
proprio con i Princìpi di politica di Constant è stato finalmente
ritrovato l'«anello mancante», che dà un senso nuovo all'intera
riflessione politica postrivoluzionaria. Effettivamente, come nota
Stefano De Luca, proprio il grande trattato che esce ora in Italia
consente di considerare appieno Constant come un autore chiave della
modernità politica, colui che per primo aveva capito cosa era andato
storto con la rivoluzione dell'89. L'errore decisivo, quello dal quale
era poi nato il Terrore, aveva per lui anzitutto un nome: Jean-Jacques
Rousseau. E contro Rousseau, Constant ingaggiava in quest'opera una
delle più straordinarie battaglie teoriche dell'intera storia del
pensiero politico. Per Rousseau l'autorità doveva basarsi sulla
volontà generale. E su questo Constant è sostanzialmente d'accordo.
Senonché, obietta, fondare il potere sulla sovranità popolare è del
tutto insufficiente se, contemporaneamente, a quel potere non vengono
fissati dei precisi limiti, se non si definisce cioè una sfera di
libertà individuale che nessun potere, neanche il potere che si fonda
sulla sovranità popolare, ha il diritto di oltrepassare. Montesquieu,
scrivendo cinquant'anni prima della rivoluzione, aveva definito la
libertà come «il diritto di fare tutto ciò che le leggi permettono».
Ma Constant obietta che anche questo principio appare ormai
insufficiente e perfino pericoloso: infatti le leggi potrebbero
proibire così tante cose da annullare del tutto la libertà
individuale. Può formulare questa obiezione decisiva, che fonda la
libertà moderna, appunto perché ha visto all'opera, durante il Terrore
giacobino, precisamente un potere democratico senza limiti.
Constant è dunque il primo a capire che il pericolo vero non veniva
dai profeti del passato [...] ma dagli apostoli del futuro, dai
sostenitori di una democrazia totalitaria e antiliberale, che era
stata messa in atto dai giacobini e avrebbe poi avuto parecchi
continuatori, non esclusi nel Novecento i partiti e i regimi
comunisti. La via per salvare la rivoluzione, per evitare che
sfociasse nella dittatura, consisteva dunque nel separare l'89 dal
'93, ponendo al potere dei limiti invalicabili. Argomentando così, due
secoli fa, Constant delineava dunque i fondamenti della democrazia
moderna, di quella democrazia liberale che - pur senza varcare
l'Atlantico come avrebbe fatto Tocqueville - riconosceva all'opera
negli Stati Uniti d'America. Scriveva infatti che le riflessioni
contenute nei suoi Princìpi di politica corrispondevano pienamente
alla linea di condotta del governo americano quale era stata
annunciata dal presidente Jefferson al momento del suo insediamento,
il 4 marzo 1801.
HENRI
BENJAMIN CONSTANT DE REBECQUE - LA LIBERTA' DEGLI ANTICHI E DEI
MODERNI
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