Le fiabe
di Perrrault, tra cui compare
Barbablù, furono pubblicate nel 1697, con il titolo
I Racconti di Mamma Oca.
Perrault, essendo un Accademico alla corte di Luigi XIV, opera una
trasformazione colta dei racconti popolari in cui trionfavano sangue, trame
oscure e paure, le contadine diventavano nobili cortigiane, le case suntuosi
castelli.
L’origine della fiaba si perde nella storia e nella leggenda e si
intreccia con le vicende di
Gilles De Rais, luogotenente di Giovanna d’Arco, condannato a
morte il 26 ottobre del 1440 dopo un lungo processo che ne dimostrò la
colpevolezza nell’uccisione di centinaia di ragazzini.
La moglie di Barbablù, per salvarsi deve rompere una legge, discendere negli
abissi della cantina, deve capire cosa si nasconde nella grande casa dietro
la porta chiusa.
La volontà di discendere negli abissi, di incontrare l’abiezione, diviene
così più forte di qualsiasi divieto, di qualsiasi porta: è la necessità di
“sporcarsi” con il sangue che si cela al di là dell’ignoto, di andare
incontro alle proprie paure, di immergersi nei tombini per risalirne
cambiati, diversi.
Ed è proprio questa volontà di sovvertire le regole sociali a far sì che la
moglie di Barbablù apra la porta chiusa, la “camera di sangue”, come la
riconvocata Angela Carter nella sua raccolta di racconti (The Bloody
Chamber, 1984).
Ma la fiaba ricorda anche Pandora e Persefone, Eva e
Prometeo, simboli
di un desiderio umano di ricerca e sovversione, emblemi della volontà di
conoscenza che va al di là dei limiti posti dal divino.
La moglie di Barbablù, aprendo la porta proibita e attirando su di se la
punizione del marito, richiama alla mente Eva, che disubbidendo al volere
divino viene cacciata dal paradiso terreste.
Il tema della caduta e della punizione, come quello della disobbedienza alla
divinità, si ritrovano spesso anche nel mito: è Pandora che apre il vaso e,
disubbidendo a Zeus, attira su di se e sul genere umano tutte le pene che
possono affliggere l’umanità; è Prometeo che ruba il fuoco e viene punito da
Zeus, che lo incatena nudo alla vetta del Caucaso dove un avvoltoio gli
divora il fegato per l’eternità.
La volontà dell’uomo di infrangere le leggi divine viene sempre punita:
l’umano non può e non deve attraversare la soglia, inoltrarsi negli abissi,
aprire la porta chiusa.
L’apertura della porta da parte della moglie di Barbablù simboleggia cela la
volontà di scavare nelle proprie paure, nel proprio inconscio.
La fiaba è ambientata in uno spazio chiuso, ben definito: la casa diviene un
corpus che fornisce all’uomo ragioni o illusioni di stabilità, diventa luogo
del ricordo, topografia del nostro essere intimo. La cantina è cosi il
luogo dell’essere oscuro, animata dai fantasmi dell’inconscio, «l’essere che
partecipa alle potenze sotterranee».
L’inabissarsi nella cantina rappresenta la volontà di affrontare il proprio
inconscio, le forze oscure che animano la discesa e che si rafforzano in
contrapposizione alla soffitta.
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