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Il contratto sociale - Jean-Jacques Rousseau


Jean-Jacques Rousseau (1712-78), filosofo, musicologo, scienziato della politica, collaboratore dell'Enciclopedia, autore dell'opera che possiamo considerare il manifesto della rivoluzione francese (il Contratto sociale, 1762), occupa un posto di grande rilievo nella storia della letteratura per due romanzi: Giulia o la nuova Eloisa (1761) e l'Emilio o dell'educazione (1762); il primo apre le porte al Romanticismo, il secondo, che influenzò direttamente Kant, Pestalozzi e Fröbel, precorre e fonda la pedagogia moderna.

Il contratto sociale

I principi del diritto politico: sovranità indivisibile del popolo, "volontà generale" e idea del governo come potere esecutivo subordinato alla sovranità del legislativo. Una riflessione sulla democrazia costituzionale che conserva tutta la sua attualità.

"Assunto dai giacobini quale massimo riferimento teorico (proprio per la concezione della ‘volontà generale’ come sovranità assoluta) e accusato (da liberali e critici della rivoluzione francese) di essere l’ispiratore della ‘democrazia totalitaria’, Rousseau si rivela in realtà ossessionato dai dilemmi della sovranità (convinto della necessaria potenza del politico nella società moderna, ma consapevole dei rischi a essa connessi) e quindi interessato a porre limiti all’arbitrio delle maggioranze non meno che agli effetti distruttivi degli egoismi particolari. Annoverato tra i monumenti del pensiero antimoderno (sempre, nella sua pagina, l’apologia della semplicità e della moderazione va di pari passo con la condanna del nascente capitalismo, mentre la ‘volontà generale’ appare emblema della liberté des anciens), il Contratto si rivela pervaso dalla preoccupazione di salvare la modernità dalle sue stesse insidie. Risolvere il ‘grande problema della politica’, realizzare il governo delle leggi significa per Rousseau definire un sistema di libertà collettiva la cui sanzione formale, sul piano giuridico, non si risolva per nessuno in un’esclusione di fatto, sul terreno dei diritti materiali. In questo senso la chiave di volta di una delle più severe requisitorie contro le perversioni della modernità consiste, inaspettatamente, in un’intransigente apologia dell’individualismo."

Le contrat social

Il Contratto sociale viene pubblicato (in 2500 copie) ad Amsterdam nel 1762 e, nei tre libri che lo compongono, si propone di individuare, nell'ordine civile, «qualche regola di amministrazione legittima e sicura, prendendo gli uomini quali sono e le leggi quali possono essere». I principali temi affrontati sono: il contratto, la volontà generale, la sovranità. Rousseau fa parte della corrente dei contrattualisti (pensatori politici che pongono all'origine della società la stipulazione di un duplice patto di unione e sottomissione), dai quali comunque si differenzia, rifiutando il patto di sottomissione. Questo ammette infatti la cessione (totale o parziale) dei diritti naturali dell'individuo a un'autorità, che lo pongono rispetto a essa in una condizione di sudditanza.

Il patto di unione è, invece secondo Rousseau, formulato da ognuno con se stesso, alienando nel corpo sociale della collettività i singoli diritti. L'"io collettivo" (popolo, corpo sociale) assicura a ogni "io particolare" la libertà di esercitare i propri diritti: non esiste così dipendenza da un'autorità coercitiva, ma solo dal corpo politico, che altro non è se non l'insieme di tutti gli individui. Ma questo "io collettivo" determina la "volontà generale" e la "sovranità" della stessa. La volontà generale non deve essere confusa con la volontà di tutti: questa è la somma di egoistici appetiti, quella è «la volontà dei cittadini in quanto sono corpo comune: la sua differenza dalle volontà particolari è qualitativa, non quantitativa».

Solo la volontà generale, attraverso le leggi, può dirigere lo Stato verso il bene comune e perciò, essendo generale, è indivisibile e inalienabile. Le leggi infatti sono espressione del popolo che solo deve ratificarle, senza delegare i propri diritti a nessuno. In tal modo Rousseau si pone in contrasto coi teorici (Locke, Montesquieu) della divisione dei poteri, il cui errore è stato quello di scambiare la sovranità con le sue "emanazioni". Diverso dalla sovranità è il governo, che non ha alcun potere di legiferare ed è "ministro del popolo", "corpo intermedio" tra il popolo come suddito e come sovrano: «Si può rappresentare quest'ultimo rapporto con quello degli estremi di una proporzione continua, di cui il governo sia il medio proporzionale».

Il tema del governo conduce Rousseau a indicare nella democrazia la sua espressione più alta, anche se impraticabile: «Se vi fosse un popolo di dei, esso si governerebbe democraticamente. Un governo così perfetto non conviene ad uomini». Infatti il limite umano di tale forma è l'insufficiente distinzione tra funzione legislativa ed esecutiva, causa certa di continui conflitti. Quindi, l'ordinamento più naturale che possa salvaguardare il principio democratico è l'aristocrazia elettiva (governo di pochi eletti dal popolo), quando questa garantisca di operare per la collettività e non per il profitto dei governanti.

In questa cornice si deve collocare anche il tema della pena di morte («quando si fa morire il colpevole lo si uccide non tanto come cittadino, quanto come nemico [...] egli ha rotto il trattato sociale, e, per conseguenza, non è più membro dello stato»), della censura («come la dichiarazione della volontà generale si fa per mezzo delle leggi, così la dichiarazione del giudizio pubblico si fa per mezzo della censura [...]. La censura mantiene i costumi, impedendo alle opinioni di corrompersi») e, in particolare, della religione civile (allo stato interessa che «ogni cittadino abbia una religione che gli faccia amare i suoi doveri; ma i dogmi di questa religione non interessano né lo stato né i suoi membri»). Il sovrano, non potendo decidere la sorte degli uomini dopo la morte, deve solo occuparsi che questi siano «buoni cittadini in questa vita».

Emilio o dell'educazione

"Nell'ordine naturale, essendo gli uomini tutti uguali, la loro vocazione comune è lo stato d'uomo; e chiunque sia bene educato per tale stato non può esserlo male per quelli che ne sono specificazioni. Che si destini il mio allievo alla spada, alla Chiesa, o alla toga, poco m'importa. Prima che la vocazione sceltagli dai genitori, la natura lo chiama alla vita umana. Il mestiere di vivere è quello che voglio insegnargli. E uscendo dalle mie mani egli non sarà, ne convengo, né magistrato, né soldato, né prete; sarà prima di tutto uomo: tutto ciò che un uomo dev'essere, egli saprà esserlo, all'occorrenza, altrettanto bene che qualsiasi altro; e la fortuna lo faccia pur cambiare di condizione, egli sarà sempre al suo posto [...].
Il nostro vero studio è quello della condizione umana. Quello fra noi che sa meglio sopportare i beni e i mali di questa vita è, a parer mio, il meglio educato: ne consegue che la vera educazione consiste meno di precetti che di esercizi. Noi cominciamo a istruirci cominciando a vivere; la nostra educazione comincia con noi [...].
Bisogna dunque rendere le nostre vedute più generali, e considerare nel nostro allievo l'uomo astratto, l'uomo esposto a tutti gli accidenti della vita umana. Se gli uomini nascessero indissolubilmente attaccati al suolo di un paese, se la stessa stagione durasse tutto l'anno, se ciascuno fosse legato alla sua fortuna in modo da non poterla cambiar mai, la pratica costituita sarebbe buona per certi rispetti; il bambino educato per il suo stato, non dovendone mai uscire, non potrebbe essere esposto agli inconvenienti di un altro. Data però la mobilità delle cose umane, dato lo spirito inquieto e volubile di questo secolo che tutto sconvolge ad ogni generazione, si può concepire un metodo più insensato che di educare un fanciullo come se mai dovesse uscire dalla sua camera, come se dovesse essere incessantemente circondato dai suoi? Se il poveretto fa un solo passo sulla terra, se discende di un solo gradino, è perduto. Questo non è insegnargli a sopportare il disagio, questo è esercitarlo a sentirlo.
Non ci si preoccupa che di conservare il proprio bambino; ciò non è sufficiente, si deve insegnargli a conservarsi da sé quando sarà uomo, a sopportare i colpi del destino, a non curare la ricchezza e la miseria, a vivere, se necessario, fra i ghiacci dell'Islanda o sulle ardenti rocce di Malta. Avete un bel prendere precauzioni perché non muoia, bisognerà pure che muoia, e quand'anche la sua morte non fosse proprio il risultato delle vostre stesse cure, queste sarebbero sempre cure malintese. Si tratta meno d'impedire che muoia quanto di farlo vivere. Vivere non è respirare, è agire, è fare uso dei nostri organi, dei nostri sensi, delle nostre facoltà, di tutte le parti di noi stessi che ci danno il sentimento della nostra esistenza. L'uomo che ha più vissuto non è già quello che ha potuto contare un più gran numero d'anni, ma colui che ha sentito di più la vita. C'è chi è morto a cent'anni, ed è come fosse morto alla nascita. Egli avrebbe guadagnato se fosse sceso nella fossa in gioventù, purché fosse vissuto davvero fino a quel momento.
Tutta la nostra saggezza consiste in pregiudizi servili; tutte le nostre usanze non sono che assoggettamento, fastidio e costrizione. L'uomo civile nasce, vive e muore nella schiavitù: alla nascita lo si stringe nelle fasce, alla morte lo si inchioda nella bara; finché conserva la figura umana, è prigioniero delle nostre istituzioni. Si dice che molte levatrici pretendano, acconciando la testa dei neonati, di darle una forma più conveniente, e lo si sopporta? Le nostre teste sarebbero mal fatte al modo voluto dall'Autore del nostro essere: ci occorre che sian foggiate di fuori dalle levatrici, e di dentro dai filosofi? [...].
Vi sono due specie di dipendenze: quella dalle cose, che è propria della natura, e quella dagli uomini che è propria della società. La dipendenza dalle cose, non avendo alcun carattere morale, non nuoce minimamente alla libertà né genera vizi: la dipendenza dagli uomini, essendo disordinata, li genera tutti, ed è grazie ad essa che il padrone e lo schiavo si depravano scambievolmente. Se vi ha qualche mezzo di rimediare a questo male nella società, esso è di sostituire la legge all'uomo, e di armare le volontà generali di una forza reale, superiore all'azione di ogni volontà particolare.
Se le leggi delle nazioni potessero avere, come quelle della natura, un'inflessibilità che mai nessuna forza umana potesse vincere, la dipendenza dagli uomini ridiventerebbe allora quella dalle cose; si riunirebbero nella repubblica tutti i vantaggi dello stato naturale con quelli dello stato civile; si aggiungerebbe alla libertà che mantiene l'uomo esente da vizi, la moralità che lo eleva alla virtù.
Mantenete il fanciullo nella sola dipendenza delle cose ed avrete seguito la natura nel progresso della sua educazione. Non contrapponete ai suoi desideri indiscreti mai altro che ostacoli fisici o punizioni che nascano dalle azioni stesse, e di cui si ricordi all'occasione: senza proibirgli di fare il male è sufficiente impedirglielo. Solo l'esperienza o l'impotenza devono tener per lui luogo di legge. Non accordate nulla ai suoi desideri perché lo domanda, ma solo perché ne ha bisogno. Che egli non sappia cos'è l'obbedienza quando agisce, né cos'è il comando quando si agisce per lui. Che egli senta egualmente la sua libertà nelle sue azioni e nelle vostre. Supplite alla forza che gli manca precisamente nella misura che gli è necessaria per essere libero e non arrogante; e fate che ricevendo i vostri servigi con una specie di umiliazione, egli aspiri al momento in cui potrà farne a meno, e in cui avrà l'onore di servirsi da se stesso.
Per fortificare i corpi e farli crescere la natura ha dei mezzi che non si devono mai contrariare. Non bisogna costringere un bambino a rimanere quando vuole andare, né ad andare quando vuol restar fermo. Quando la libertà dei bambini non è viziata per colpa nostra, essi non vogliono nulla inutilmente. Occorre che essi saltino, corrano, gridino quando ne hanno voglia. Tutti i loro movimenti rappresentano dei bisogni della loro costituzione che cerca di fortificarsi; ma bisogna diffidare di quello che desiderano senza poterlo fare da soli, e che altri sono obbligati a fare per essi. Allora bisogna distinguere con cura il vero bisogno, il bisogno naturale, dal bisogno di fantasia che comincia a nascere, o da quello che non viene che dalla sovrabbondanza di vita di cui ho già parlato."

Jean-Jacques Rousseau