Ho i capelli cenerini, ma non per gli
anni, né m’imbiancarono in una sola notte, come ad altri avvenne per
improvvisi terrori; piegate sono le mie membra, ma non per la
fatica, bensì fiaccate da imposto riposo, perché furono preda di una
cella; e il mio destino fu quello di coloro ai quali la incantevole
terra e l’aria – come frutti proibiti - sono negate e proibite. Ma
per la fede di mio padre soffrii le catene e corteggiai la morte: e
quel padre perì sul rogo per i principi religiosi che non volle
abbandonare. E per questo i discendenti della sua stirpe trovarono
casa nelle tenebre della prigione; sette eravamo - ed ora uno solo
rimane; sei perirono giovani, uno rimase vivo invecchiando, essi
finirono come già si erano presentati: orgogliosi dell’irata
persecuzione subita. Tra le fiamme uno, due sul campo, con il sangue
sancirono la loro fede, morendo come il loro padre era morto, per
quel Dio che i loro nemici negavano; - tre furono gettati in
profonda prigione, e di essi ultimo resta questo misero avanzo che
io sono.
II
Sette pilastri di gotica struttura
compaiono nelle profonde e antiche segrete di Chillon, vi sono sette
colonne massicciamente grigie, che fosche traspaiono in una tetra
imprigionata luce, sperduto raggio di sole, caduto attraverso lo
spiraglio e la fessura della spessa muraglia, e abbandonato,
strisciante sull’umido suolo, quale fatuo fuoco di Maremma. Ed in
ogni pilastro c’è un anello e in ogni anello una catena; quel
metallo è cosa che ferisce, perché in queste membra il suo morso
impone segni che mai spariranno, finché io non abbandonerò questo
nuovogiorno, doloroso ora per questi occhi che non hanno visto così
sorgere il sole per lunghi anni - non posso contarne il numero,
perché ne persi la lunga e dolorosa sfilza quando il mio ultimo
fratello si piegò morendo e giacqui vivente al suo fianco.
III
Ci incatenarono ognuno a una pietra di
colonna, ed eravamo in tre, eppure ciascuno solo; neppure un passo
potevamo compiere; né potevamo vederci il viso l’uno con l’altro, in
quel pallido chiarore che ci rendeva stranieri ai nostri occhi: così
uniti, eppure divisi, con le mani bloccate nei ceppi ma con i cuori
congiunti: era ancora un conforto, in mancanza dei puri elementi
della terra, l’ascoltarci parlare, diventare ciascuno a turno il
confortatore dell’altro con qualche nuova speranza o antica leggenda
o eroico canto fiero. Ma alfine anche questi conforti divennero
freddi. Le nostre voci assunsero un fosco timbro, un’eco delle
pietre del carcere, un suono stridente - non erano più calde e
libere come una volta; e, sarà stata ina fantasia, però a me non
sembravano più le nostre.
IV
Ero io il più grande dei tre fratelli,
e dovevo fare il possibile per sostenere e confortare gli altri - e
lo feci; ed ognuno si comportò bene secondo il suo potere. Per il
più giovane, che mio padre amava, perché a lui fu ricevette i
lineamenti del volto di nostra madre, dagli occhi azzurri come il
cielo, per lui la mia anima si commosse dolorosamente; ed aveva
tutte le ragioni del mondo a straziarsi nel vedere un tale uccello
in tale nido; perché egli era bello come il giorno (quando, nella
libertà, il giorno era incantevole per me, come per gli aquilotti),
come un giorno polare che non vede tramonto, finché non termina la
sua estate, la sua insonne estate dalla lunga luce, il candido parto
del sole; altrettanto puro e sereno era egli, gaio per sua indole
naturale, pronto alle lacrime per null’altro che per i mali altrui;
e allora queste scorrevano come ruscelli alpestri, a meno che non
gli fosse dato alleviare il dolore che egli non sopportava dal
vedere quaggiù.
V
L’altro fratello nei pensieri era
altrettanto puro, ma creato per lottare anche contro altri uomini
per i suoi ideali; robusto era di corpo, e d’un animo capace di
ergersi in lotta contro il mondo intero, e di perdere la vita in
prima fila per la causa in cui credeva: - ma non atto a languire nei
ceppi; il suo spirito si appassiva sotto i clangori del ferro; lo
vidi silenziosamente immalinconire - ed altrettanto forse accadde
all’animo mio; eppure io lo esortavo a resistere per rinvigorire
quei miseri avanzi di un focolare a me tanto caro. Egli era un
cacciatore di montagna, dove aveva inseguito il daino ed il lupo;
per lui questo carcere era un abisso, e le catene ai piedi il
peggiore dei tormenti.
VI
Il Lago Lemano si stende sotto le mura
di Chillon; a mille piedi di profondità, lì sul fondale, le masse
delle sue acque s’incontrano e scorrono; di tanto furono sprofondate
le fondamenta degli immacolati merli di Chillon, che l’onda attorno
stringe; e muraglia e onda hanno formato un doppio carcere - quale
tomba vivente. L’oscura volta ove giacemmo sta sotto alla superficie
del lago; giorno e notte lo udivamo gorgogliare; risuonante, batteva
sopra alle nostre teste; e ho sentito gli spruzzi invernali
schizzare attraverso le sbarre di ferro, quando i venti erano veloci
e lascivi per il cielo giocondo; e allora la roccia stessa era
scossa, e l’ho sentita tremare, ma senza tremore mio, perché avrei
sorriso nel vedere giungere la morte che mi avrebbe liberato.
VII
Dissi che il mio fratello più prossimo
negli anni si logorò; dissi che il suo possente cuore rammollì; il
cibo lo nauseava e lo respingeva; non perché fosse vile e rozzo,
dato che eravamo usi al cibo del cacciatore, e poco c’importavano
simili cose; il rifiuto c’era perché dal latte munto alla capra
alpestre avevamo ora l’acqua del fossato, e il pane era di quello
che le lacrime dei prigionieri hanno bagnato da millenni, da quando
per la prima volta l’uomo rinchiuse i suoi simili come animali in
una gabbia di ferro; ma che cosa importavano questi cibi a noi o a
lui? Non questi consunsero il suo cuore e le sue braccia; l’anima di
mio fratello era di tale tempra che si sarebbe agghiacciata perfino
in un palazzo, se al suo libero respiro fosse stato impedito di
spaziare per gli scoscesi fianchi dei monti; ma perché trattenere
più a lungo la verità? - Egli morì. Vidi, e non potei sostenergli la
testa, né tenergli la mano morente - né morta - per quanto
tenacemente mi sforzassi, ma invano, con muscoli e con denti a
spezzare i miei lacci. Egli morì, e aprirono la sua catena e gli
scavarono una tomba appena sotto la superficie di terra battuta e
nello stesso gelido ambiente della nostra caverna. Come grazia,
implorai che adagiassero il suo corpo in una terra dove la luce del
giorno potesse battere – perché scioccamente un pensiero si agitava
nella mia mente: che neanche nella morte il suo libero petto potesse
riposare in simile carcere. Avrei potuto risparmiarmi la vana
preghiera - essi crudelmente risero - e lo posarono là; e la terra
spianata e senz’erba ricopri colui che tanto amammo; e sopra ad essa
poggiava la sua vuota catena, degno monumento di tale assassinio.
VIII
Ma l’altro fratello, il prediletto e
il fiore, il più amato fin da quando nacque, egli, con l’immagine
della madre sul suo viso bello, il tenero amore della sua famiglia,
il più dolce pensiero di suo padre martirizzato, la mia estrema
cura, egli per il quale cercavo di risparmiare la mia vita affinché
la sua potesse essere allora meno infelice e un giorno libera; egli
pure, che fino ad allora aveva mantenuto l’animo indomito o per
natura o per divina ispirazione - egli pure fu colpito, e giorno
per giorno appassì sul suo stelo. Mio Dio! spaventoso è vedere
l’anima umana involarsi in qualsiasi forma, in qualsiasi stato: l’ho
veduta sgorgare col sangue, l’ho veduta sul tempestoso oceano
dibattersi con moto disordinato e convulso; ho veduto il triste e
orrendo letto del peccatore delirante dal terrore; ma quelli erano
orrori, mentre questo fu un cupo dolore scevro di essi, ma lento e
sicuro: egli appassì, e così calmo e mansueto, così lentamente
consunto, così dolcemente debole, così sereno, eppure così tenero,
gentile ed addolorato per coloro che stava per lasciare. E tutto il
tempo aveva una guancia il cui rossore quasi era scherno alla tomba,
e i cui colori lentamente svanivano come un raggio di iride morente;
e aveva gli occhi splendenti di trasparente luce che quasi rendevano
più luminoso quel carcere; mai ebbe parola di lamento, non un gemito
sul suo immaturo destino, soltanto qualche breve allusione ai giorni
più felici, qualche piccolo accenno di speranza per risollevare la
mia, perché ero sprofondato nel silenzio e stavo perduto in
quest’ultima perdita, di tutte la maggiore; ma poi i sospiri che
egli avrebbe voluto trattenere, nati dalla debolezza della languente
natura, sempre più lentamente tratti, divennero più e più radi.
Ascoltai, ma non potei udire; chiamai, giacché ero pazzo dal
terrore; sapevo che non c’era speranza, ma non così il mio spavento
voleva essere ammonito; chiamai, e credei di udire un rumore, con un
potente sbalzo spezzai la mia catena e mi precipitai su lui, più non
lo trovai; solo io mi movevo in questo nero antro, solo
io vivevo, solo io respiravo i maledetti vapori della
prigione; l’ultimo - l’unico! - il più caro legame tra me e l’eterno
abisso, quello che mi legava alla mia cadente stirpe, era spezzato
in questo luogo fatale. Uno sopra la terra, ed uno sotto, i miei
fratelli ambedue avevano tratto l’ultimo respiro. Presi la mano che
giaceva così immobile; ahimè! altrettanto fredda era la mia; non
avevo la forza di muovermi o di lottare, ma sentivo che ancora
vivevo - sensazione che rende folle quando sappiamo che ciò che
amiamo più non vivrà. Non so perché non potevo morire; speranze
terrene non ne avevo nessuna, solo la fede, e questa m’inibiva una
morte da suicida.
IX
Che cosa poi m’avvenne allora e
laggiù, io non so bene - mai non seppi: prima vi fu perdita di luce
e d’aria, e quindi dell’oscurità stessa: nessun pensiero avevo,
nessuna sensazione, nessuna, tra le pietre stavo, anch’io pietra; e,
appena conscio dei miei pensieri, ero come il nudo scoglio nella
nebbia; perché tutto era vuoto, squallido e grigio: non era notte,
non era giorno: nemmeno era la luce del carcere, così odiosa alla
mia sfinita vista; ma era vuotaggine che assorbiva lo spazio, e
fissità senza luogo; non v’erano stelle - non v’era terra - non
tempo - non pausa - non vicenda - non bene - non crimine - ma
silenzio, e un immobile respiro che non era né di vita né di morte;
un mare di stagnante inazione, cieco, infinito, muto e immobile!
X
Uno zampillo di luce balenò nella mia
mente - era il gorgheggio di un uccello; cessò e quindi riprese, il
più dolce canto che orecchio mai avesse udito, e il mio gliene fu
grato, finché i miei occhi traboccarono di lacrime per la lieta
sorpresa, e in quel momento non potevano vedere che ero sposato
all’infelicità; ma in seguito a grado a grado faticosamente, i miei
sensi tornarono ai loro usati sentieri; vidi le mura, il fondo del
carcere chiudersi attorno a me lentamente nel modo solito; vidi il
chiarore del sole strisciare come prima; ma nella fessura, da dove
la luce veniva, posava l’uccello, altrettanto docile ed
addomesticato, più anzi, che se fosse stato sull’albero; un bel
volatile dalle ali azzurre, e dal canto che raccontava mille eventi,
e sembrava dirli tutti per me! Mai avevo visto un animale
simile, più lo rivedrò; come me, sembrava avere bisogno di un
compagno, ma lungi era dall’essere così abbandonato, ed era venuto
per amarmi quando nessuno viveva per riamarmi così, e rianimandomi
dall’orlo del mio carcere, m’aveva ricondotto a sentire e pensare.
Non so se fino allora fosse stato libero, oppure se avesse infranto
la sua gabbia per posarsi sulla mia (ma conoscendo bene la
prigionia, dolce uccello, non potrei desiderare la tua!), oppure se,
sotto alate spoglie, fosse un ospite disceso dal Paradiso; e il
cielo perdoni quel mio pensiero che allora mi fece e piangere e
sorridere, dato che a volte pensavo che potesse essere l’anima di
mio fratello discesa a me; ma poi l’uccello volò via; era dunque
cosa mortale, l’avevo immaginato, perché altrimenti non sarebbe in
quel modo scomparso; né due volte m’avrebbe lasciato cosi
doppiamente solo, solo come il cadavere nel sudario, solo come una
nuvola solitaria,un’unica nuvola in un giorno di sole quando tutto
il resto del cielo è sereno, come increspamento nell’aria, che non
dovrebbe apparire quando il cielo è azzurro e la terra gioiosa.
XI
A quel punto un certo cambiamento
avvenne nel mio destino; i miei carcerieri divennero
compassionevoli; non so che cosa li rendesse tali; essi erano
induriti agli spettacoli del dolore; ma così avvenne; la mia catena
spezzata restò con gli anelli non ricongiunti, ed era già libertà
per me il poter andare per la mia cella da parte a parte e su e giù
e di traverso, e il calpestarla per ogni dove; e attorno ai pilastri
andavo, a uno a uno, ritornando dove il mio moto era iniziato,
soltanto schivando nel camminare le tombe dei miei fratelli, non
segnate da alcun rialzo di terreno; poiché se mi sembrava che con
disattento piede il mio passo profanasse il loro umile letto, il
mio respiro usciva aspro ed affannoso, e il mio cuore compresso si
abbatteva inerte e affranto.
XII
Mi scavai uno scalino nella muraglia.
Non tanto per fuggire di lì, perché essendo morti quelli che mi
avevano amato in vita, ora l’intera terra non sarebbe stata per me
che una più vasta prigione; non figli avevo, né padre, né familiari,
nessuno partecipe della mia infelicità; riflettei a questo e ne
gioii, giacché il pensiero di essi là fuori mi avrebbe reso folle;
ma ero intenzionato a salire fino alle mie finestre sbarrate, e di
posare ancora una volta sulle alte montagne il tranquillo sguardo di
amorosi occhi.
XIII
Vidi le montagne - ed erano le stesse;
non erano mutate, come me, d’aspetto; vidi in alto i loro millenari
ghiacciai - e sotto il loro vasto e lungo lago, e l’azzurro Rodano,
nella massima ricchezza delle sue acque; udii i torrenti rimbalzare
e scrosciare sulle rocce scavate e sugli spezzati arbusti; vidi la
distante città dalle bianche mura, e vele ancora più bianche che
passavano quasi aeree; e poi c’era un’isoletta che mi sorrideva di
faccia, l’unica in vista; una verde isoletta, che non sembrava o era
appena più larga della superficie della mia prigione, ma in essa
c’erano tre alberi alti, e sopra vi soffiava la brezza alpestre, e
presso si agitavano le acque, e sul fazzoletto di terra crescevano
giovani fiori di soave profumo e colore. I pesci nuotavano lungo le
muraglie del castello e tutti sembravano pieni di gioia; l’aquila si
librava sull’impetuoso vento; mi sembrava che mai avesse volato così
velocemente come mi apparve allora; e altre lacrime mi riempirono
gli occhi e mi sentii turbato e avrei voluto non aver lasciato i
miei recenti ceppi; e quando di nuovo discesi, l’oscurità della mia
tetra dimora calò ancora su di me come un pesante fardello; era come
una tomba nuovamente scavata che si richiudeva sopra uno che
tentammo di salvare, eppure il mio sguardo, troppo stanco, aveva
quasi bisogno di un tal riposo.
XIV
Forse furono mesi o anni, non ne tenni
conto, non me ne curai, non avevo speranza alcuna che mi facesse
sollevare gli occhi e li tergesse dalla triste nebbia. Infine
vennero degli uomini a liberarmi: non ne domandai il perché, non mi
curai di dove mi portassero; ormai era per me indifferente essere
incatenato o libero; avevo imparato ad amare la disperazione. E
così, quando finalmente essi apparvero e tutti i miei ceppi furono
gettati da parte, queste pesanti muraglie erano diventate per me un
solitario asilo: e tutto mio! E quasi sentivo come se fossero
venuti per strapparmi da un secondo mio focolare; avevo stretto
amicizia con i ragni e li avevo osservati nel loro oscuro e
silenzioso lavoro; avevo veduto i topi giocare al chiaro di luna, e
perché dovevo io essere meno sensibile di essi? Tutti eravamo
abitanti di un medesimo luogo, e io, sovrano di ambedue queste
razze, avevo il potere di uccidere, eppure, strano a dirsi, avevamo
imparato a vivere in pace, le mie stesse catene e io diventammo
amici, fino a tal punto una lunga comunione tende a fare di noi ciò
che siamo; perfino io non ebbi indietro la mia libertà senza un
sospiro.
(Traduzione di Margherita Stein)