Fantasy al potere
Heroic fantasy


Le narrazioni eroiche che avevano accompagnato l’umanità fino alla soglia dei tempi moderni sono scomparse dalla coscienza del filone letterario principale e fino a pochi anni orsono sembravano destinate a sopravvivere solo nella parodia o nel racconto popolare. Dopo la gran fioritura dei cicli cavallereschi medievali (quello carolingio, quello arturiano o bretone e le loro elaborazioni italiane), gli ultimi poemi eroici dell’Occidente sono stati l’Orlando furioso dell’Ariosto (cominciato nel 1502), la Gerusalemme liberata di Torquato Tasso (1581) e il poema allegorico di Spenser Faerie Queene (pubblicato tra il 1590 e il 1596). Nel secolo successivo la materia cavalleresca sarebbe stata "decostruita" da Miguel de Cervantes nel suo capolavoro Don Chisciotte (1605-1615).

E dunque? Qual è la forza che ha potuto resuscitare le gesta fantastiche di maghi e cavalieri dopo un sonno di trecento anni? Mettendo da parte la psicanalisi, e ammettendo che il puro e semplice consumismo abbia un peso non indifferente nelle scelte di milioni di lettori moderni, la risposta va cercata più a fondo. Addirittura nel XIX secolo.

Fiabe romantiche

Col senno di poi, più prezioso di quello d’Orlando, sappiamo che il primo responsabile del risveglio del fantastico è stato il Romanticismo. Questo vero e proprio fermento letterario inizia in Germania, Francia e Inghilterra: le grandi "potenze" romantiche sono anche le maggiori potenze economiche e politiche del loro tempo. Il Romanticismo è stato il gran movimento poetico della nuova Europa, quella post-rivoluzionaria; il movimento che ha fatto piazza pulita dell’ortodossia e del classicismo, proclamando la supremazia dell’immaginazione e del sentimento. È anche il movimento dei "moderni" contro gli "antichi": è da esso che nasceranno tutte le avanguardie, fino alla soglia del nostro secolo. Nella famosa polemica sulla supremazia dei moderni i romantici hanno bisogno di dimostrare che l’esperienza e la sensibilità dei tempi nuovi non sono frutto di capriccio né di semplice rielaborazione, ma anche quando affrontano il tema del passato lo fanno in modo rivoluzionario. È per questo che i romantici si affezionano al Medioevo: perché è l’epoca in cui si è formata l’Europa moderna, l’età in cui, tramontato per sempre il modello classico dei greci e dei romani, le nascenti nazionalità hanno preso un nuovo indirizzo culturale e spirituale. Il Medioevo, dicono i romantici, è stata un’età di rinnovamento, di spiritualità, di purissimi sentimenti (l’amor cortese, la religione, la dottrina). Questo sentire medievaleggiante è prevalso soprattutto nell’Europa settentrionale, che si sentiva figlia alla lontana della raffinata civiltà greco-romana, ma molto più concretamente si vedeva nascere dai regni "barbari" delle popolazioni europee che avevano abitato le sue terre prima e dopo l’avvento dei romani (slavi, celti e germani). La rivalutazione del Medioevo cela così una complessa miscela di intenti, le cui radici andrebbero ricercate sul terreno della storiografia romantica ma anche nei campi indipendenti (o interdipendenti) del folklore e della poesia, della fede e del mito cristiano/pre-cristiano.

La nuova stagione letteraria si fonda, in un certo senso, sull’"internazionalismo dell’immaginazione"; ma tutte le grandi potenze romantiche hanno conosciuto un’autentica febbre della poesia nazionale, se con ciò si intende da una parte l’interesse per la ballata folklorica, il racconto popolare e la fiaba; dall’altra i cantari epici comuni ai vari Paesi e paralleli per tematiche e finalità, ma indubbiamente espressi in lingue locali che hanno spinto gli studiosi ad alimentare la ricerca nelle singole culture. In Gran Bretagna, impregnata dalla vivace presenza di elementi culturali celtici, il poeta James McPherson pubblica già nel 1760, 1762 e 1763 una serie di apocrifi modellati sull’esempio della poesia gaelica, che attribuisce a un bardo del III secolo chiamato Ossian; col titolo di Canti di Ossian questi componimenti sono noti anche al pubblico italiano, e rappresentano il tentativo di reinventare una saga dell’antichità. I Canti di Ossian, questo celebre "falso", possono essere considerati come la prima opera di fantasy prodotta dalla nuova sensibilità europea.

Nei Paesi di lingua tedesca c’è stato, nell’Ottocento, un proliferare di romanzi cavallereschi: da quelli di von Weber (1762-1837), creatore di un vero e proprio ciclo noto come le Saghe della preistoria, ai componimenti epici di Friedrich La Motte-Fouqué, il celebre autore di Ondina, che nel 1808 pubblica un Sigurd uccisore di draghi in versi giambici e nel 1810 lo dilata nella trilogia intitolata L’eroe del Nord, tesa a sollecitare, in piene guerre napoleoniche, lo spirito unitario e nazionale del popolo tedesco. Alle opere di La Motte-Fouqué, che per la prima volta riprendono la materia nibelungica, attingerà Richard Wagner al momento di comporre la grande tetralogia dell’Anello del Nibelungo, cominciata nel 1852 e finita nel 1876, che naturalmente è uno dei monumenti della musica romantica.

Accanto alla passione per la storia leggendaria e al gusto per il Medioevo, il Romanticismo coltiva altri filoni: l’amore per il fiabesco; il fascino per il folklore europeo, ricchissimo di racconti prodigiosi; una religiosità di stampo sia cristiano che pre-cristiano (a volte dichiaratamente pagano: tendenza che si accentuerà, in ambiente post-romantico, con il decadentismo). Uno dei primi autori di lingua inglese ad aver sfruttato tutti questi elementi è George MacDonald (1824-1905), autore di romanzi fiabeschi come Anodos (Phantastes, 1858) e Lilith (1895), che possono essere considerati veri antesignani della fantasy.

Il fervore della ricerca nel campo del folklore, nel racconto di magia e nel soprannaturale accende la sensibilità degli scrittori, ma si scontra con altre fondamentali istanze del tempo, in primo luogo la rivoluzione industriale. Per la stessa velocità del fenomeno, il progresso scientifico e tecnologico determinerà situazioni di squilibrio in molti Paesi d’Europa: in poco più di un secolo (dal 1760 circa, quando viene messa a punto la tecnica per la produzione dell’acciaio in crogiolo, al 1880) la faccia del massimo Paese industrializzato, l’Inghilterra, cambia radicalmente, e il "verde paradiso" cantato dai poeti classici ed elisabettiani si va trasformando in qualcosa di completamente diverso. Il paesaggio è punteggiato da enormi fonderie, le stesse dalle quali – vien voglia di dire – usciranno presto o tardi le spade della fantasy.

Morris, Dunsany ed Eddison

Fra i più insofferenti al degrado "estetico" che tutto questo comporta è William Morris (1834-1896): pittore, artigiano, poeta, socialista convinto, traduttore di saghe nordiche ed editore specializzato in belle edizioni che vorrebbero riprodurre i codici miniati del Medioevo. Al momento di aprire una stamperia progetta da sé i propri caratteri, e il suo destino è quello di diventare il padre del moderno industrial design. Non pago di aver espresso il suo dissenso nell’opera letteraria più nota, il romanzo utopistico Notizie da nessun luogo (News from Nowhere, 1890), sul finire della propria esistenza Morris comincia a scrivere quelli che a tutta prima sembrano romanzi storici alla Walter Scott, ma sono in realtà qualcosa di profondamente diverso.

Al tramonto della lunga stagione romantica, il genere storico-nazionale non basta più: è venuto il tempo dei romanzi fantastici. Il primo passo in questa direzione è rappresentato da un libro del 1889, The House of the Wolflin, che è tuttavia ancora un racconto a sfondo storico. Morris attuerà il passaggio al fantastico puro con The Wood Beyond the World (Il bosco oltre il mondo, 1894), ritenuto di solito il primo autentico esempio di fantasy eroica. In che cosa sta la differenza rispetto alla normale produzione romantica? Nel fatto che Morris abbia deciso in piena coscienza di ambientarne l’azione in un Paese immaginario, in una terra che non esiste, anzi, in una serie di terre che non esistono, perché il romanzo descrive un viaggio piuttosto dettagliato, simile nello spirito e nella lettera a quelli cavallereschi. Il protagonista, Walter Golden (l’Aureo), fugge dalla moglie che gli è ostile e s’imbarca su una nave della flotta mercantile di suo padre. Nel corso del viaggio le sue avventure lo portano a fare la conoscenza di tre personaggi straordinari: una bellissima donna, il perfido nano che la serve e una ragazza tenuta prigioniera dagli altri due. Spingendosi oltre i confini del mondo conosciuto, Walter arriva alla Casa d’Oro su cui regna la donna, che tutti conoscono soltanto come la Signora. Walter sfida il nano, libera la ragazza prigioniera (di cui si è innamorato) e insieme fuggono dal regno della Signora. Non è la prima volta che in letteratura si ricorra all’espediente di inventare Paesi immaginari per ambientarvi gesta eroiche: ma è la prima, almeno in tempi recenti, in cui questo artificio venga messo al servizio di un’idealizzazione cosciente ed estetizzante della realtà.

La fantasy nasce dunque in Morris da una doppia esigenza: 1) introdurci in mondi che non esistono, il più delle volte apprezzati proprio per questo fatto; 2) presentarceli in un certo modo peculiare, che pone l’accento sull’artificiosità dell’operazione (di cui l’autore è pienamente consapevole) e sul suo aspetto artistico-formale. Con William Morris, insomma, entriamo in un mondo di pura arte, dove ogni elemento della costruzione fantastica rimanda a elementi corrispondenti e dove l’artificio letterario agisce in vece del demiurgo d’un universo in miniatura.

Se un autore come Morris, agli occhi del lettore moderno, può sembrare addirittura calligrafico, c’è da consolarsi riflettendo che gran parte della fantasy successiva non è caduta in eccessi di preziosismo o di ricercatezza fine a se stessa. Questo perché, nel XX secolo, le si sono dedicati un pugno di autori spesso straordinariamente inventivi, quando non addirittura geniali: gli universi in miniatura sono cresciuti e il genere ha mostrato potenzialità che sarebbe stato difficile immaginare ai tempi di Morris.

In alcuni autori che hanno ripreso i modi della fantasy all’inizio del ’900 si avverte ancora una traccia d’estetismo: pensiamo soprattutto a una parte dell’opera di Lord Dunsany (1878-1957) e a quella dell’americano James Branch Cabell (1879-1958); ma Dunsany, scrittore ammirato da Borges, ci ha lasciato cose molto belle (oggi in buona parte disponibili nel grosso compendio Time and the Gods, uscito in Inghilterra nel 2000) e meriterebbe un discorso a parte.

In Inghilterra, fra le due guerre mondiali, autori colti ed eccentrici mettono mano ad opere che spesso partono da un’esigenza di manipolazione del linguaggio. Dalla creazione di una lingua personale o fantastica si sviluppa coerentemente un vasto mondo immaginario, come avveniva, per fare un esempio classico, nell’opera di Rabelais. È questo il caso di Eric Rücker Eddison (1882-1945), che, dotandosi di un ricercato stile neoelisabettiano, dà vita a un immaginario mondo extraterrestre – il pianeta Mercurio – su cui hanno luogo sfrenate imprese cavalleresche, facendolo somigliare a una sorta di "Walhalla privato" (secondo la calzante definizione di Gianfranco de Turris e Sebastiano Fusco). Nei romanzi successivi Eddison sposta l’attenzione a ciò che si verifica a Zimiamvia, sorta di "aldilà" di quel particolare mondo. La serie consta di quattro romanzi: The Worm Ouroboros del 1922, il cui titolo è ispirato al mito del serpente Uroboro che si mangia la coda, e la trilogia Mistress of Mistresses (1935), A Fish Dinner in Memison (1941) e The Mezentian Gate, apparso postumo nel 1958.

Da C.S. Lewis a Tolkien

Affascinato come Eddison dal concetto di Paradiso (ma, questa volta, in termini decisamente cristiani), Clive Staples Lewis (1898-1963) pubblica all’incirca negli stessi anni la sua trilogia composta da Lontano dal pianeta silenzioso (Out of the Silent Planet), Perelandra (id.) e Questa orribile forza (That Hideous Strength, 1938-1945). Questa volta non si tratta di un’opera eroica, ma di tre complessi romanzi che a prima vista sembrerebbero rientrare nel campo della fantascienza d’autore. In realtà ci troviamo di fronte a una trasposizione, in campo interplanetario, del mito della Caduta e della lotta fra il Bene e il Male intesa in senso apologetico. La Terra è il pianeta silenzioso, cioè posto in quarantena perché caduto nel peccato; Marte è un mondo angelico, mentre su Venere si ripete il pericolo della tentazione originale, evitato grazie a una strenua lotta dal protagonista-salvatore. Nel terzo romanzo le forze di Satana sferreranno un attacco decisivo, che si svolgerà sulla Terra. Alla battaglia prenderà parte una figura archetipa come quella del mago Merlino. Ciò che avvicina la trilogia di Lewis alla fantasy, a parte la presenza di Merlino, è la sua edificazione di un universo immaginario (sia pur fondato sui princìpi della religione cristiana) in cui è in corso una simbolica battaglia di forze, ma anche l’elaborazione di una cosmologia indipendente, del tutto estranea a quelle elaborate dal pensiero moderno. I tre romanzi, nel complesso, sono un’escursione guidata nei cieli, un’azione drammatica basata sul tema della lotta al peccato.

Lewis è amico e collega di un altro professore di Oxford, John Ronald Reuel Tolkien (1892-1973), che dopo aver pubblicato nel 1937 il romanzo Lo hobbit concepisce la vasta e straordinaria trilogia del Signore degli anelli, pubblicata nel 1954-1955 ma ideata anni addietro per «gettare i fondamenti della lingua degli elfi». I tre romanzi vengono generalmente considerati il punto più alto raggiunto dalla fantasy inglese, e per diverse ragioni, ma tutte fanno capo alla geniale creazione di un universo organico, sapientemente strutturato e meraviglioso, anche se non troppo diverso dal nostro. Il suo autore, infatti, ha sempre sostenuto che la Terra di Mezzo «non appartiene ad un altro "continuum", ma è semplicemente una designazione arcaica del mondo in cui viviamo, così com’era pensato un tempo, circondato dall’oceano… in un diverso stadio dell’immaginazione». Un universo fiabesco derivato dalla tradizione anglosassone ed europea del fairy tale, il racconto sulle fate. L’esigenza linguistica – Tolkien è un professore di letteratura medioevale e un appassionato filologo – lo spinge a narrare in una lingua costellata di nomi esotici e al tempo stesso familiari; ma a differenza di Eddison, che si serviva di una lingua barocca e personale, Tolkien lavora su un inglese relativamente piano messo in costante relazione con i nomi e le strutture linguistiche della Terra di Mezzo. Nel creare il suo universo (che potrebbe essere il nostro nel periodo di transizione fra l’età dell’oro e quella attuale, e che in questo ricorda per certi versi il mito arturiano), Tolkien non si limita a un’operazione di cartografia o di narrativa epica, ma ne elabora la mitologia, la scienza, le lingue e la cosmogonia. Per un’operazione così vasta un’opera sola non sarebbe bastata, pur se divisa in tre volumi: perciò Tolkien ha scritto gli antefatti, i racconti collaterali e gli episodi mitologici della Terra di Mezzo. Queste storie si trovano nel Silmarillion (che, edito dal figlio Christopher, nelle intenzioni di J.R.R. avrebbe dovuto essere pubblicato prima del Signore degli anelli, visto al suo confronto come un’opera secondaria) e nei Racconti incompiuti. Né va dimenticato che Lo hobbit è anch’esso parte della vasta saga, di cui forma una sorta di capitolo introduttivo. Nel Signore degli anelli non si racconta una ricerca cavalleresca di tipo tradizionale, ma di quello che, in un certo senso, potrebbe essere considerato il suo rovescio: l’oggetto magico (e cioè l’anello del potere di Sauron il malvagio, in grado di consentirgli d’estendere il dominio su tutta la Terra di Mezzo) è stato già trovato e va distrutto in un certo vulcano del regno di Mordor: solo così le forze oscure non riusciranno a impossessarsene. L’impresa è portata a termine da Frodo Baggins, lo hobbit (una sorta di creatura quasi-umana) in un quadro epico e ricco di avventure, ma anche di violente battaglie descritte con un gusto omerico che si troverà in pochissimi altri autori, e a cui il cinema degli effetti speciali ha cercato di rendere giustizia proprio in questi anni.

L’altro grande ciclo partorito in Inghilterra nel dopoguerra è il trittico di Tito di Gormenghast di Mervyn Peake (1911-1968), ormai considerato un classico e uscito negli anni tra il 1946 e il 1959. La trilogia, composta dai romanzi Titus’ Groan, Titus Alone e Gormenghast (solo il primo dei quali è riuscito a vedere la luce in italiano) non è di facile lettura: parla di un immenso e fatiscente castello – Gormenghast – in cui si aggira Tito, un essere solitario e segnato. Il dialogo vi è praticamente assente, mentre domina un’atmosfera arcana ottenuta da una lingua molto elaborata. Opere come queste non solo non rappresentano una supina derivazione dai romanzi di Morris, o un impossibile aggiornamento dei loro modi tardo-romantici; ma costituiscono altrettanti riusciti tentativi di creare un epos nuovo. Non sono, peraltro, opere simili fra loro: l’unico tratto che hanno in comune è di essere nate in seno a un’unica letteratura, quella inglese, in un arco di tempo relativamente ristretto: il trentennio che va dal 1922 al 1955 circa. In quei trent’anni un esiguo manipolo di autori ha dimostrato che era possibile lavorare su mondi immaginari che non erano più creati a fini estetizzanti, ma organici; mondi viventi, per dirla in altre parole, sottesi da un complesso di relazioni fra i personaggi e il loro universo, fra i mostri e i tesori da essi guardati, fra l’uomo e gli dèi che risvegliano nel lettore la comprensione di qualcosa di semplice e fondamentale: il potere d’una trasfigurazione leggendaria della realtà. È in questo senso che nella fantasy il bizzarro si accosta davvero al quotidiano, come è stato rilevato da più parti: dietro gli scenari fantastici, dietro le mille avventure dispersive, si avverte la possibilità di cogliere un nesso fra noi stessi e un mondo di ideali creduti perduti, fra la pianta della fiaba e quella di fagioli che tutti abbiamo nell’orto. La fantasy, in questo senso, non è un regno di evasione gratuita, ma rappresenta un serio tentativo di interpretare e riorganizzare la realtà. In Tolkien, ma anche nei suoi colleghi meno celebrati, è il trionfo di un genere particolare d’utopia che non riguarda solo la politica o la società, ma la natura stessa dell’uomo e il suo posto nell’ordine delle cose.

È innegabile che questi esempi di fantasy "alta" abbiano contribuito a riportare alla coscienza un contenuto fantastico e vitale che pareva essersi inabissato.

La scuola americana

Negli stessi anni in cui Eddison comincia a pubblicare i suoi romanzi e Tolkien a concepire i propri, sull’altra sponda dell’Atlantico si prepara ad agire un secondo manipolo di scrittori, del tutto ignaro del primo e mosso da intenti completamente diversi: nondimeno, questi autori americani (che si rivolgono al pubblico delle edizioni popolari) sono stati importanti nel delineare, e quindi portare al successo, la fantasy come genere, come categoria del mercato oltre che dello spirito, preparando la sua esplosione in tempi di cultura di massa. La coincidenza cronologica è il fatto più notevole: sembra che fra il 1922 e il 1950 nel mondo anglosassone il sogno debba rivestirsi di armi luccicanti ed elmi piumati, ed eroi eccedenti ogni misura debbano avventurarsi nei reami d’una mitologia ad hoc per compiere imprese strabilianti. Sulle prime gli americani seguono l’esempio di Lord Dunsany e di James Branch Cabell, scrittore statunitense di una certa fama all’inizio del secolo, ma oggi ricordato soprattutto per le sue fantasie picaresche (il ciclo di Don Manuel nell’immaginario reame di Poictesme). Ben presto, tuttavia, i pulp magazines trovano un caposcuola in Robert E. Howard (1906-36), che si imporrà come modello del particolare sottogenere noto come "sword & sorcery", le avventure di spada e magia. Howard deve la sua fortuna alla rivista Weird Tales e alle successive ristampe in edizione tascabile, ma solo oggi gode di una certa notorietà fuori della cerchia degli specialisti grazie ai film tratti dai suoi racconti: Conan il barbaro (1982), Conan il distruttore (1984), Yado (1985) e Kull (1997), nonché un paio di serie televisive. Nato e vissuto nel Texas, in un ambiente affascinante ma duro, Howard ha molti problemi personali e morirà suicida a trent’anni. La sua ossessione principale è che il mondo sia un potenziale luogo di delizie, ma che dietro ogni allettamento si nasconda un’insidia micidiale. È un mondo ostile a lui e a quelli come lui, uomini che immagina forti e indomiti ma eternamente in collera, incapaci di venire a termini con i propri simili e con le regole dell’organizzazione sociale. Autore di molti western e di racconti storici (un genere verso il quale sente un’autentica vocazione), Howard trasferisce il suo amore per il passato e per le gesta violente in una serie di avventure fantasy che sono, molto spesso, avventure pseudo-storiche con una punta di sovrannaturale. Non potendo appartenere al mondo civile, i suoi campioni saranno barbari o paria: l’avventuriero, il lottatore di professione, il predone che si battono contro una folla d’ombre, mentre tutt’intorno preme un universo incomprensibile, fatto a misura della ripugnante civiltà, dei negromanti o di cose ancora più orrende: mostri abissali, ciechi, informi, nei quali l’eroe di Howard sembra ravvisare a volte un guizzo inspiegabilmente familiare... ma che comunque vanno distrutti. «Il suo era un universo di distruzione totale», ha scritto opportunamente L. Sprague de Camp; ma all’edificazione di questo mondo noir-eroico, che troviamo compiuto nelle avventure di Conan il barbaro (pubblicate tra il 1932 e il 1936), Howard giunge dopo un meticoloso lavoro di preparazione che gli consente di mettere in piedi una vera e propria fantastoria del mondo. Lo schema generale delle avventure di Conan (e degli altri personaggi fantastici di Howard) è il seguente: un eroe-paria, non integrato e perennemente in collera, si muove in un ambiente ostile ma che lascia intravedere il miraggio di una ricompensa; per vendicarsi dell’impossibilità d’integrazione cerca di conquistare il potere con la violenza. Durante l’avventura si scontra con tutta una serie di pericoli naturali e soprannaturali, che sono racchiusi nella cornice di un universo immaginario non dissimile da quelli di Dunsany e più tardi Tolkien. Nel caso di Conan è un mondo che forse è stato il nostro in un’età antichissima, ma che soprattutto è «un mondo come dovrebbe essere» per consentire al suo autore di scrivere ogni genere di racconti pseudostorici e avventurosi. Nella geografia dell’Era Hyboriana, infatti, esistono su uno stesso piano (e sotto il nome appena velato di tòpoi riconoscibilissimi) il mondo egizio, quello greco-romano, quello del Medioevo francese e celtico, fino alle plaghe incantate delle Mille e una notte. Il conflitto fra l’uomo e il suo universo è tuttavia insanabile, alla fine dell’avventura il bottino ottenuto con tante fatiche si rivela effimero, quando non è addirittura perduto. Questa prospettiva fa di Howard un caso a parte nella fantasy: in un genere dove ciò che aspetta l’eroe è un destino di gloria, o addirittura preternaturale, i racconti di Howard hanno un sapore vagamente nichilista. Nonostante questi conflitti, la sua narrativa non è cinica né ripiegata su se stessa. Il polo positivo è rappresentato allora dal concreto, dalla possibilità di muoversi in un universo di cose, di oggetti sublimati. Se il premio assoluto è precluso, se i conflitti non si placano mai, rimane la febbre del corpo e degli oggetti, dell’azione e del fisico. Riccardo Valla scriverà in proposito: «I racconti di fantasy eroica hanno alcune caratteristiche comuni; sono racconti di ricerca, ma non ricerca interiore: ricerca di qualcosa di concreto». È evidente che pensa a Howard e a quella che presto diventerà la sua scuola. Veniamo così affascinati da città ingioiellate, albe e tramonti di porpora, rotonde principesse simili a pin-up, seni lattei che sono forse coppe d’alabastro e coppe d’alabastro che possono tramutarsi, per magia, in seni di latte. È il regno incantato del pot-pourri e vi coabitano molti generi d’evasione prettamente americani, dal racconto western all’avventura alla Tarzan. Con uno stile conciso ma sapientemente colorito, i maestri della "sword & sorcery" ci narrano in sostanza racconti di frontiera, dell’Oriente misterioso, dell’orrore, rivestendoli tutti di un particolare gusto per la violenza e per "l’enormità" delle cose. La saga di Conan, in particolare, è la rappresentazione violenta dei primi cicli dell’esperienza umana, della fase vendicativa e possessiva, quando ogni sentimento è esasperato e tutto ci appare minaccioso e meraviglioso. La narrativa dei seguaci di Howard non deve il suo interesse, come quella di Tolkien, all’edificazione di un complesso mondo di fiaba, ma all’averci mostrato le trasformazioni e, in un certo senso, la "democratizzazione" del mondo cavalleresco. Con loro la fantasy eroica si lascia definitivamente alle spalle l’eredità degli antenati ottocenteschi e scende nel campo della narrativa d’avventure, di una letteratura d’azione mercificata ma visionaria.

Da Moorcock a Harry Potter

La scuola di Tolkien e quella di Howard sono state le più seguite dagli imitatori, anche perché è ai loro libri che il genere deve il suo successo commerciale (arrivato, tardivamente, verso la fine degli anni Sessanta con le celebri edizioni tascabili del Signore degli anelli e una ristampa economica in più volumi delle storie di Conan). Da allora, è stato ed è tuttora un diluvio di romanzi e trilogie fantasy, di film e di giochi di simulazione battezzati "Draghi e sotterranei" e in altri modi ameni. Il grosso di questa produzione, va da sé, non ha grande valore: ma ha permesso, negli anni, il mettersi in luce di alcuni eccellenti scrittori, sia nell’età di mezzo che segue il grande successo del Signore degli anelli che in anni più recenti. Nell’Inghilterra degli anni Sessanta e Settanta domina la figura isolata di Michael Moorcock (1939 -), uno scrittore lucido e consapevole, dal gusto un po’ barocco, diventato famoso con le avventure del principe albino Elric e della sua spada assetata di sangue, Tempestosa. A Moorcock, cui si è interessato Gillo Dorfles in alcuni saggi, sono succeduti negli anni Robert Holdstock autore del ciclo dei Mythago, Brian Stableford con le sue agghiaccianti visioni di mondi paralleli, Terry Pratchett con la divertente saga del Mondo del Disco (classico minore della moderna fantasy umoristica, un sottogenere piuttosto in voga), David Gemmell con il lungo ciclo dei Drenai, un popolo sfortunato ma assistito dai più valorosi campioni nella lotta contro le forze del male e della tirannide, personificate da orribili mutanti e dalle legioni dei Templari Neri. La fantasy inglese, di solito più attenta ai particolari e più ricca di echi mitici rispetto a quella americana, culmina alla fine degli anni Novanta nei romanzi per ragazzi di Joanne K. Rowling (nata nel 1966) dedicati ad Harry Potter, il primo dei quali è Harry Potter e la pietra filosofale (H.P. and the Philosopher’s Stone, 1997). Non si tratta di fantasy cavalleresca, ma il loro contenuto magico, il costante richiamo all’universo della fiaba e la contrapposizione tra i due mondi – quello dell’incantesimo e quello triviale dei "babbani" – lo fanno rientrare a buon diritto negli ultimi sviluppi di un genere sempre più ricco e composito.

A parte il clamoroso "caso" Potter, la maggior parte della fantasy viene oggi scritta e prodotta in America. In prima fila metteremmo i classici del dopoguerra: Fritz Leiber, Jack Vance e Poul Anderson, seguiti da autori più recenti come il prolifico David Eddings, creatore del vasto ciclo della Belgariade. Leiber (1910-92) possiede una grazia e uno humour che ricordano le fiabe di Hoffmann. Uno dei suoi romanzi sul mondo di Nehwon, Le spade di Lankhmar, pare ispirato direttamente alla lotta di Schiaccianoci contro il Re dei Topi nell’omonimo racconto hoffmanniano, la cui odiosa strega Mauserinks avrà suggerito a Leiber più d’un perfido personaggio.

Altra voce di spicco nel "periodo di mezzo" è quella dell’americano di origine scandinava Poul Anderson (1926-2001), abile riscrittore di saghe nordiche il quale ci ha dato almeno un capolavoro (La spada spezzata, The Broken Sword, 1954, storia di due fratelli segnati dal destino) e vari ottimi romanzi, di cui uno, Tre cuori e tre leoni (Three Hearts and Three Lions, 1953) mette a confronto in modo dissacrante un soldato americano dei nostri tempi e il mondo medievale della cavalleria, un po’ come in Un americano alla corte di Re Artù di Mark Twain. Insieme a Leiber e Anderson, l’altro importante scrittore americano della loro generazione è Jack Vance (1916 -), che negli anni darà racconti e romanzi di grande interesse: il ciclo della Terra morente (The Dying Earth, 1950), situato in un remoto futuro anziché nel Medioevo fantastico, ma ugualmente intriso di magia e incantesimi, e i serial di Cugel l’astuto (The Eyes of the Overworld, 1966) e Lyonesse (id., 1983), quest’ultimo ambientato nelle isole favolose che «tantissimi anni fa sorgevano più o meno in corrispondenza dell’odierno golfo di Biscaglia, tra la Francia e la Spagna». Prima di essere sommerse dalle acque, queste terre saranno teatro di grandi avventure e grandi stregonerie; in particolare, Lyonesse è la terra fatata dove vive Suldrun, figlia di Re Casmir, da cui la saga prende l’avvio.

Tra gli americani più sensibili a un’approfondita ricerca mitologica (quella gallese, in particolare) bisogna ricordare Lloyd Alexander (1924 -), autore di libri per ragazzi e per adulti i più noti dei quali sono Il calderone nero (1965) e, in più volumi, La saga di Prydayn (dal 1964). Negli anni Settanta e Ottanta hanno riscosso un successo di pubblico enorme i romanzi di Anne McCaffrey (1926 -) ambientati su Pern, il mondo dei draghi alati, descritto al pubblico per la prima volta in Volo di drago (Dragonflight, 1969), e quelli di Marion Zimmer Bradley (1930-1999) dedicati al magico pianeta Darkover (a cominciare da L’erede di Hastur, The Heritage of Hastur, 1975). Bradley, del resto, ha scritto diversi best-seller internazionali rielaborando il mondo della mitologia celtica (Le nebbie di Avalon, The Mists of Avalon, 1982) e greca (La torcia, The Firebrand, 1987).

Tra la fine degli anni Ottanta e oggi si sono affacciati sulla scena altri scrittori americani: Harry Turtledove (1949 -) e George R. R. Martin (1948 -), provenienti dalle file degli scrittori di fantascienza, e Robert Jordan (1948 -) proveniente dall’ambiguo mondo dei "seguiti" delle avventure di Conan. Turtledove si è imposto con varie serie di fantasy storica o ucronica (mondi in cui la storia a noi nota ha preso altre pieghe, fino a sfociare nella favola: La legione perduta, The Misplaced Legion, 1987; L’impero dei misteri, Agent of Byzantium, 1987). Robert Jordan ha creato con L’occhio del mondo (The Eye of the World, 1990) il primo capitolo di una saga seguitissima, quella della Ruota del tempo, in cui il tempo stesso potrebbe essere invertito per l’azione degli agenti del male. George R.R. Martin, infine, ha dato inizio con Il trono di spade (A Game of Thrones, 1996) a una lunga saga pseudo-storica, le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco, in cui la Guerra delle Rose fra i Lancaster e gli York viene trasferita in un mondo parallelo dove magia e incantesimi sono ancora operanti, ma è raccontata con maggior attenzione ai fatti storici, politici e militari che non all’elemento soprannaturale. È la dimostrazione di una svolta interessante nel gusto del pubblico, che ormai è suddiviso in ammiratori dei vari sottofiloni del genere e parteggia ora per la fantasy tolkieniana, ora per quella storica o addirittura – una tendenza dell’ultimo ventennio – per quella urbana. Quest’ultima è rappresentata da scrittori come Charles De Lint e soprattutto John Crowley, le cui elaborate fantasie letterarie (dall’inedito Aegypt al suo seguito Love and Sleep, daFaccia di bestia a La città dell’estate) rappresentano un complesso tentativo di fondere motivi fantastici e realtà contemporanea, con il tema dell’antica magia che gradualmente torna sulla scena del mondo moderno. In conclusione, ci sembra di poter dire che la sterminata produzione romanzesca che abbiamo preso in esame, articolata nei vari filoni della high fantasy tolkieniana, della "sword & sorcery", della fantasy umoristica, storica o urbana, non riguardi solo i gusti dei lettori più giovani o le appassionate sedute di gioco di chi ama i role playing games. Alle origini e al cuore del genere fantastico c’è un’autentica matrice letteraria, talvolta una realtà intellettuale complessa (come nel caso di Tolkien, Lewis, Peake e Crowley). E c’è, soprattutto, il bisogno di un’utopia che riscatti il mondo non solo sul piano politico, ma a un livello più generale: bisogno che si esprime attraverso il senso del meraviglioso, il quale resta un motore principale della creatività.
 

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