Etnolinguistica



Il termine, fino a pochi anni fa, era usato a designare lo studio scientifico e pratico delle lingue senza scrittura. E poiché quello per lingue è stato e continua a essere uno dei criteri più seguiti nella classificazione dei gruppi etnici (giacché è ben più facile individuare differenze linguistiche che non differenze razziali), l'aggettivo etnolinguistico è stato anche usato in riferimento alla classificazione della popolazione di un territorio : la mappa e. di una regione doveva rappresentare automaticamente il mosaico etnico di quella regione. Questa accezione dell'e. corrispondeva a un periodo di scarsa elaborazione teorica dei fondamenti dell'indagine linguistica; per altro verso, solo un etnocentrismo ingenuo poteva giustificare l'ammissione di due linguistiche, una per le lingue di civiltà s superiori « e una per quelle delle civiltà sa livello etnologico». Rimane però che proprio il fatto di essere partiti dalle lingue senza scrittura, per definizione non standardizzate e più vicine a un modo culturale specifico di quanto non siano le lingue assunte ormai alla comunicazione interetnica, nazionale o persino sovranazionale, ha permesso agli osservatori di cogliere connessioni tra lingua e forme culturali che non erano ancora state percepite con altrettanta nettezza nelle nostre società.

Oggi sotto il termine di e. si raccolgono interessi diversi. C'è innanzitutto un'interpretazione meno ovvia di quello studio pratico-descrittivo cui si è accennato, ed è quella data da etnologi come F. Boas, M. Griaule, E. E. Evans-Pritchard, M. J. Herskovits, che riconoscono alla lingua un valore di specchio, di riflesso della cultura del gruppo: per questi studiosi non si può accedere alla conoscenza del gruppo senza passare per l'intermediario della lingua. A un livello più propriamente teorico però, le posizioni finora emerse a proposito dei rapporti tra lingua e cultura, e quindi esplicitamente o implicitamente della definizione di una disciplina che se ne occupi espressamente, sono le seguenti :

a) La lingua organizza la visione del mondo d'una società.

Già per E. Durkheim, nelle Forme elementari della vita religiosa, ogni cultura è caratterizzata da un sistema organizzato di concetti ; ci sono naturalmente rappresentazioni private di questo o quel concetto, ma deve esistere, al di sopra di queste rappresentazioni, « un mondo di nozioni tipo sulle quali l'individuo forma le sue idee », e queste idee noi le acquisiamo attraverso il linguaggio. Dalla lingua si potrebbe quindi dedurre la società. Questa concezione, in forma più o meno accentuata, ha avuto sostenitori illustri : oltre a Durkheim e a M. Mauss (che hanno anche lavorato insieme, in questa direzione, a ricerche rivelatrici e ormai classiche), F. de Saussure (per quel che si può ricavare da alcuni accenni alla cosiddetta « linguistica esterna s), B. Malinowski, e tutta la scuola di F. Boas fino a B. L. Whorf, autore di una dibattuta ipotesi che vedeva la visione del mondo di un popolo profondamente plasmata dal tipo di lingua usato.

b) La lingua rivela i modi di vita e i valori culturali di una società.

« Tutti i rapporti sociali – osserva E. E. Evans-Pritchard – tutte le credenze, tutti i procedimenti tecnici, tutti i fenomeni insomma della vita sociale si esprimono in parole come in gesti, e quando si è capito perfettamente il contenuto di tutte le parole della lingua in tutte le situazioni corrispondenti si è portato a termine lo studio della società «. Questa posizione non sembra particolarmente controvertibile, quando si pensi all'importanza della letteratura orale di un gruppo, e in genere della rete fittissima di rimandi che la lingua quotidiana stabilisce con le istituzioni, la storia, le rappresentazioni di un gruppo. Più specificamente la lingua rivela la struttura sociale e i cambiamenti prodottisi in seno a una società. Poiché nessuna società è omogenea, ogni differenza sociale dovrà in qualche modo manifestarsi per poter essere colta e rispettata; e, si può dire, ognuna di queste differenze ha un corrispettivo sul piano linguistico, nel senso che veicolo privilegiato per la loro segnalazione è una differenza linguistica: si pensi ai casi più macroscopici delle lingue maschili e femminili o dei gerghi. Attraverso l'osservazione della lingua vengono quindi alla luce sistemi anche complessi di rapporti intrasocietari; e da questo punto di vista gli obiettivi dell'e. sfumano in quelli della sociolinguistica (salvo a stabilire divisioni d'altro tipo, quali quelle tra società industriali e società preindustriali).

c) Infine, una terza ipotesi, la più forte, suppone delle correlazioni tra struttura sociale e struttura linguistica.

L'ipotesi è stata portata in passato anche a qualche forzatura, per cui si è voluto vedere un rapporto puntuale perfino tra certe istituzioni e certe costruzioni grammaticali (W. Schmidt); anche se talune di queste corrispondenze possono essere seducenti, è vero che è facile dimostrare l'inverso; e cioè che al variare dell'istituzione non corrisponde un pari cambiamento della struttura linguistica. In questi termini si espresse negli anni Cinquanta J. Stalin che, in polemica con N. J. Marr, fautore del carattere sovrastrutturale della lingua, ebbe buon gioco nel far osservare come al profondo cambiamento delle strutture sociali russe dopo la Rivoluzione d'Ottobre non fosse seguito alcun paragonabile cambiamento nella lingua russa. E tuttavia l'ipotesi merita ancora di essere esplorata ; infatti non è a priori assurdo che anche sul sistema della lingua si iscrivano delle tracce tipiche del sistema sociale che se ne serve. Il rapporto è troppo intenso e continuo perché la lingua possa rimanere un anodino sistema di segni di comunicazione ; quand'anche fosse semplicemente un utensile, e non molto di più, è impossibile che non rimangano tracce, modellature, usure.

Oggi molte ricerche del passato si sono sedimentate (per esempio tutte quelle riconducibili al punto c), e invece altre stanno prendendo piede.

In particolare, sta ricevendo grande impulso lo studio delle categorie conoscitive di un gruppo, correlato naturalmente alle corrispondenti categorie linguistiche. Il lavoro da compiere è immenso, anche perché si tratta di ricerche mai svolte in passato, o comunque svolte senza le necessarie garanzie in fatto di attendibilità; ma là dove si comincia a delimitare un'area conoscitiva, col lessico corrispondente, i risultati sono soddisfacenti; così a prezzo di un'indagine pluriennale che ha impegnato molti ricercatori, B. Berlin ci ha dato una descrizione sistematica della visione del mondo naturale (botanica e zoologia) degli Tzeltal dello stato di Chiapas, in Messico; altre indagini sono state dedicate alla percezione delle forme, alla visione del colore, ai concetti di tempo e spazio, ecc. Queste ricerche, in realtà, non ricadono sotto nessuno dei punti elencati ; infatti nell'intraprenderle non si pensa necessariamente che le categorie conoscitive debbano essere influenzate dalla lingua e viceversa. Quello che interessa è innanzitutto osservare come si strutturi e come si comunichi, come si apprenda, il sistema di cognizioni che ci accompagna in ogni nostra azione.

Di pertinenza dell'etnolinguista può anche essere considerato l'insieme di osservazioni che l'americano D. Hymes raccoglie sotto l'intestazione « etnografia della comunicazione », e cioè tutto ciò che pertiene alla descrizione dell'uso della comunicazione, vista nei suoi modi, canali, codici, eventi, protagonisti, ecc. Questo indirizzo, molto recente, deve innanzitutto colmare le lacune delle nostre conoscenze sul modo in cui è usata la lingua in una comunità, visto che finora la descrizione linguistica si è occupata del solo aspetto dei codici usati nella comunicazione. Questa attenzione al contesto dell'atto comunicativo porta, per es., a reintegrare nel dominio dei fatti da descrivere anche fenomeni che da un punto di vista interno alla struttura della lingua potrebbero sembrare aberranti, abnormi. Esempio tipico di tale recupero è la glossolalia. Fenomeno forse del tutto estraneo a un'indagine propriamente linguistica, esso riassume la sua importanza quando venga collocato nel contesto in cui di solito si produce, e cioè nelle adunanze religiose di certe chiese, per es. dei Pentecostali. Ecco allora che questa « non lingua » riassume le sue funzioni e mostra di meritare di essere oggetto di studio come qualsiasi altra forma di lingua, giacché al pari di queste segnala differenze e mette in evidenza solidarietà. Sarà parso chiaro da quanto precede che quanto più si amplia il campo dell'e., tanto più diminuisce la necessità di tenerla distinta dalla linguistica tout court. L'esame delle categorie conoscitive porta a rivedere le nostre concezioni della semantica e del lessico; le stesse regole sintattiche o fonologiche si mostrano, a un esame approfondito, tutt'altro che « impermeabili » ai fatti culturali, anche se naturalmente sono la parte più autonoma della lingua. Ma il problema di delimitare i confini di una disciplina non è fondamentale ; è possibile che, a uno stadio più avanzato delle nostre conoscenze, i vari campi si integrino in modo talmente unitario da imporre una ridistribuzione dei domini delle discipline esistenti, o meglio una riformulazione delle pratiche dell'indagine linguistica.