ADORNO CATTIVO MAESTRO. DEI CRITICI.
di ALESSANDRO PIPERNO
Qui sopra Giorgio Ficara e, a destra, Alessandro Piperno.
Ficara, professore ordinario di Letteratura italiana dell'Università di Torino,
ha appena pubblicato per Marsilio, il saggio «Stile Novecento» (pagine 242, €
20)
Una delle cose che capisci, dopo un po' di pratica, è che anche il più
sofisticato romanzo, se non ravvivato dall'ingombrante carisma d'un personaggio
emblematico, è destinato a deperire sotto il cumulo di fuliggine dell'Oblio. La
memoria di opere quali la Recherche, l' Ulisse, La montagna incantata — tanto
per citare romanzi notoriamente inaccessibili -- è affidata all'ascendente d'una
dozzina di memorabili figure umane che, pur non avendo mai avuto il privilegio
di esistere, si sono installate in quel condomino iper-esclusivo già da tempo
abitato da Manon Lescaut, Lucien de Rubempré, per non dire di tutti gli altri.
Perfino uno snob come Vladirnir Nabokov non trovava indecente ammettere che il
suo nome sarebbe rimasto associato a un'impertinente ninfetta ritta sul suo
unico calzino. Forse la ragione per cui troviamo così tanta difficoltà a
terminare La morte di Virgilio di Herman Brodi o a entrare in un libro di
Robbe-Grillet è proprio perché questi due eccellenti artisti pensavano che i
personaggi fossero robaccia da «scrittori all'ingrosso» (la definizione è di
Musil).
E tutto questo non sfugge all'intelligentissimo Giorgio Ficara. Che apre il suo
ultimo libro di saggi - - intitolato Stile Novecento -con una dichiarazione che
suona come un'inequivocabile scelta di campo: «Innanzitutto io amo un
personaggio». Sì, Ficara sta dalla parte del personaggio, e quindi del romanzo.
Tanto che a un certo punto, facendo sua un'abbagliante osservazione di Ortega y
Gasset, scrive: «I grandi romanzieri del passato hanno non tanto raccontato, o
rappresentato, ma realizzato l'epoca in cui vivevano». Balzac ha inventato il
Faubourg Saint-Germain, non l'ha riprodotto. La vita sta sempre qualche spanna
dietro all'arte. La vita va al trotto mentre l'arte galoppa su immaginarie
praterie mai prima battute. Ficara confida cosi tanto in questa idea che non ha
alcun ritegno a ribaltare il deperito clichè pirandelliano: non sono i
personaggi che vanno in cerca dell'autore. Ma è il povero autore -- sudato e
trafelato -- che arranca dietro al personaggio, ansioso che questi gli sveli il
mistero inestricabile della sua epoca.
E' lo straordinario prestigio che Ficara accorda al personaggio a spingerlo a
polemizzare con scrittori del calibro di Croce. Debenedetti, Forster, Lukacs,
Ortega y Gasset. E con tutti coloro che hanno visto nella trasformazione del personaggio avvenuta nel
Novecento una regressione. Ficara difende Matia Pascal e Palomar dall'accusa di
essere personaggi incompiuti, non umani e palpitanti come Emma Bovary. Ficara
rivela come essi vantino una parentela con Jacques il Fatalista o con Tristan
Shandy (è noto l'interesse per il Settecento dei grandi romanzieri
novecenteschi!). Ficara vede in questi personaggi non totalmente umani una forma
di «realizzazione» della disumana epoca in cui sono stati creati. E per questo
li rispetta, e li ama: «Quando Ortega, Lukacs, e Bachtin (...) auspicavano un
ritorno al personaggio nel senso tradizionale di personaggio-uomo in effetti
dimenticavano (o ignoravano) la lezione, pur tanto clamorosa, del Fu Malia
Pascal». Di quale lezione si tratta?
Quella contenuta in un interrogativo che falcidiò tutta la carriera artistica di
Pirandello, che così Ficara sintetizza: «Che fare, precisamente ed esattamente,
di un personaggio del tutto nuovo che si è posto sulla scena?». Già, che farne? Beh, non resta che aspettare. Sarà lui a indicarci la
strada.
Si evince come l'atteggiamento di Ficara sia straordinariamente progressivo. Di
come lui - partendo dal presupposto che il romanzo sía un genere popolare,
muovendo dall'assunto che esso sia per noi quel che l'epica era per gli antichi-confidi nella
forza indistruttibile degli intrecci narrativi e dei grandi personaggi. Di come
lui, in polemica con la neoavanguardia, creda nella «prerogativa di socievolezza di ogni grande letteratura».
Per lui il romanzo è come uno di quei fiori che attecchiscono ovunque, che si
abituano a qualsiasi clima. Che non temono né il freddo né il caldo. Che fingono
di appassire per poi rifiorire più forte che mai. Sì, ci crede.
Ma non fino in fondo.
Alla fine del suo libro, infatti, nella sezione dedicata all'Italia
contemporanea, Ficara rivela la sua frustrazione storica. Ora, mi sembra
inopportuno entrare nel merito della giovane narrativa italiana (per chi non lo
sapesse, faccio vergognosamente parte della categoria). E tuttavia non posso non
notare come Ficara, parlando dei nostri tempi, perda la sua forza propulsiva,
imploda in un pessimismo un po' rigido, incorrendo nell'errore dei maestri da
lui fustigati poche pagine prima. C'è un'atmosfera di dismissione, di fine della
festa, nell'ultima parte di Stile Novecento (forse perché il Novecento è andato
in pensione?). La speranza nel futuro che Ficara dichiara è più una formalità
che una fiaccola che gli scalda il cuore. Naturalmente in questo non c'è nulla
di male. Immagino che professare il proprio pessimismo sia un diritto garantito
dalla Costituzione. Ciò che non mi convince è l'argomentazione di fondo che
spinge Ficara alla disillusione. Lui ce l'ha con «il vischioso e planetario
cousinage mediatico» della comunicazione di massa dell'era televisiva. Questo,
secondo Ficara, giustifica ogni pessimismo.
Forse sarò io capzioso, ma tale analisi mi sembra incongruente rispetto
all'impostazione del libro che, come dicevo, è un inno alle infinite
possibilità del romanzo di rinnovare se stesso «realizzando» anche la meno
nobile delle epoche. Ma so anche che dietro il discorso di Ficara si sommuove il
nero fantasma di Adorno. E lui, quel vecchio inacidito snob, che leggevamo ai tempi dell'università compiaciuti
dall'indignazione che solo lui
sapeva infonderci, il grande
corruttore. È lui, con il suo cattivo umore, ad averci impartito
lezioni di aristocrazia apocalittica. Forse è venuto il tempo di
contrastarlo. E chissà che le «invasioni» che lui considerava fatali alla
letteratura - e che non a caso Ficara cita nell'ultima pagina del suo libro -
non siano il prezioso diamante del romanzo a venire?