RAPPORTO MACHIAVELLI-GUICCIARDINI  

UOMO Per entrambi l'uomo è un "fenomeno" della Natura soggetto a leggi fisse e immutabili, ma per Machiavelli esso è spregevole e soprattutto egoista, mentre per Guicciardini l'uomo è naturalmente portato a fare il bene, anche se più spesso fa il male perchè le tentazioni della vita sono tante, la coscienza è debole e soprattutto perchè il più delle volte facendo il bene si va contro i propri interessi e facendo il male si realizza un utile. Machiavelli però ammette che l'uomo, nella vita sociale, può comportarsi meglio di quanto consenta la sua natura se la forza della legge lo costringe a posporre il proprio interesse a quello generale dello Stato; Guicciardini invece, da questo punto di vista, è piuttosto pessimista.

STORIA Per Machiavelli dalla storia si possono ricavare insegnamenti utili per determinare i comportamenti da usare in politica, mentre Guicciardini afferma che ciò non è possibile perchè i fatti storici sono irripetibili: anche quelli contemporanei che apparentemente hanno spiccate analogie con fatti antichi, sono in realtà profondamente diversi perchè avvengono in condizioni mutate e con persone diverse.

POLITICA Per Machiavelli è una scienza in quanto è regolata da "leggi" fisse desunte dalla storia, per Guicciardini non è una scienza perchè non dispone di alcuna legge certa. Il Machiavelli afferma che l'uomo politico per eccellenza sia il Principe (anche se per lui la forma ideale di governo sarebbe la Repubblica) che nella sua attività si serve della propria "Virtù" (anche per contrastare la "Fortuna") per conseguire l' "Utile" dello Stato, senza alcun vincolo di natura morale. Il Guicciardini riconosce invece che l'unica qualità di cui l'uomo dispone, sia in politica che nella vita comune, è la "discrezione", cioè la capacità di intuire di volta in volta le scelte da operare per realizzare il proprio ''particulare" (che è l'unica molla che spinge l'uomo ad operare).

 

LESIONI ALL'EMISFERO SINISTRO  "LES"

In un semplice modello del cervello umano, il sinistro è considerato l'emisfero del linguaggio, il destro l'emisfero "spaziale".  Il linguaggio dei segni è un sistema altamente strutturato, del tutto simile al linguaggio vocale. Non esiste un linguaggio dei segni universale;inoltre le lingue di segni non sono versioni manuali delle lingue vocali.  Secondo gli studi, i non udenti che si esprimono in lingua dei segni e con lesioni cerebrali presentano deficit di linguaggio simili a quelli riscontrati nei casi di afasia di Wernicke o di Broca in soggetti udenti.   Le lesioni cerebrali responsabili delle afasie dei segni sono riscontrate all'emisfero sinistro, come nel caso di soggetti udenti con simili problemi. Da ciò si ipotizza che l'emisfero sinistro sia cruciale anche per il linguaggio dei segni.   Le ricerche più recenti indicano che il linguaggio dei segni implica un'elaborazione tanto linguistica quanto spaziale.

Un problema comune che si riscontra nei non udenti con lesioni all'emisfero sinistro (LES) è la produzione di errori parafasici-lapsus della mano- analoghi a quelli vocali che si hanno nei soggetti udenti con le stesse lesioni.

L’ITALIANO E LE ALTRE LINGUE

Dal Trecento al Cinquecento la letteratura e la cultura letteraria e intellettuale italiane sono state largamente esportate all’estero, dalla Francia all’Inghilterra, dalla Spagna al mondo di lingua tedesca e oltre. Un primo motivo del successo dell’italiano era dunque che in italiano erano scritte la Divina Commedia, il Canzoniere, il Decameron, l’Orlando Furioso, la Gerusalemme Liberata, e altre opere, fortunate come il Cortegiano del Castiglione. I testi letterari diffondevano la conoscenza della lingua tra coloro che potevano leggerli nell’originale, o almeno quella della cultura, tra quanti accedevano alle traduzioni. Fuori di un interesse specificamente letterario, l’italiano era lingua largamente nota nel mondo degli artisti: non c’è artista europeo che, nel Rinascimento e oltre, non abbia fatto il suo soggiorno di apprendistato a Venezia o a Roma. Ancora, nel Medioevo e nel Rinascimento le università italiane, e particolarmente quelle di Padova e Bologna, richiamavano studenti transalpini in gran numero, tra i quali filosofi e scienziati come Niccolò Cusano (1401-1464), che studiò a Heidelberg e a Padova, o Nicola Copernico (1473-1543) che frequentò le università di Cracovia e Bologna.