Tempo

Categoria filosofica di grande rilievo nella tradizione occidentale. Gli antichi ci hanno fornito diversi gradi di interpretazione del tempo. Platone nel Timeo lo definisce «immagine mobile dell’eternità» che «procede secondo il numero» (37 d). Il cielo, con i suoi astri, fornisce la misura del divenire temporale: di esso fanno parte il passato e il futuro, sebbene solo il presente ne incarni la dimensione autentica come punto di contatto tra tempo ed eternità. Aristotele nella Fisica definisce il tempo «il numero del movimento secondo il prima e il poi» (219/b); il tempo è perciò «il numerato e il numerabile». In Agostino (Confessioni, XI, 14 e De civitate Dei XI, 5) il tempo viene interiorizzato e ridotto a «distensione dell’animo», pura rilevazione soggettiva che situa all’interno della coscienza la successione degli avvenimenti passati (tramite la memoria), futuri (tramite l’attesa) e presenti (tramite l’attenzione). In Agostino e in genere nel pensiero cristiano la concezione del tempo non si uniforma più alla teoria pagana della ciclicità della storia ed assume una direzione lineare-progressiva: il tempo della storia procede in una prospettiva escatologica, verso la «consumazione del tempo» e il ritorno a Dio. Fino al XVII secolo le teorie cicliche dell’antichità convivono con le concezioni lineari del tempo, fondate sull’idea del perfezionamento progressivo dell’umanità. L’ideologia ciclica sopravvive in Keplero, Giordano Bruno, Campanella. La concezione del progresso lineare del tempo è professata per esempio da Bacone e Pascal. 
Nella letteratura italiana del Medioevo, il tempo è spesso concepito malinconicamente. Ad esempio in
Dante, Vita Nuova XXXIX, 1: «Allora cominciai a pensare di lei; e ricordandomi di lei secondo l’ordine del tempo passato, lo mio cuore cominciò dolorosamente a pentere». Ancor più evidente in Inferno, V,121-123:«E quella a me: Nessun maggior dolore/ che ricordarsi del tempo felice /ne la miseria; e ciò sa ‘l tuo dottore». 
Sulla stessa linea
Petrarca, Canzoniere, 128, 97-99: «Signor, mirate come ‘l tempo vola,/ e sì come la vita/ fugge, e la morte n’è sovra le spalle». «Non indugiate, ché ‘l tempo è breve e ‘l punto della morte ne viene».
Nel Cinquecento il tempo acquista un «senso nuovo, più preciso e più umano» (Romano 1971: 113). La memoria si distingue sempre più dall’abitudine ed il tempo diviene un patrimonio umano e non più divino. Si istituisce così una contrapposizione tra «tempo della Chiesa» e «tempo del mercante», secondo la felice espressione di Le Goff. Nella nuova civiltà sorta dall’umanesimo, l’uomo torna a rimpossessarsi della razionalità del tempo, sfrutta le ore del giorno per il proprio utile, programma le attività su scadenze temporali predeterminate, lavora e si relaziona con l’esterno sfruttando e non subendo il tempo. Il buon uso del tempo diviene fonte di felicità per l’uomo, ma al tempo stesso motivo di angoscia per l’inevitabile brevità del tempo a disposizione («Volat irreparabile tempus»). Da qui l’immagine del tempo "invidioso", che sottrae spazio di vita alle iniziative e alle cose create dagli uomini, come in Castiglione, Cortigiano I, 36: «Ma delle parole son alcune che durano bone un tempo, poi s’invecchiano ed in tutto perdono la grazia; altre piglian forza e vengono in prezzo […] fin che, dall’invidioso morso del tempo a poco a poco consumate, giungono poi esse ancora alla lor morte».
In
Machiavelli il tempo è il principio attivo delle trasformazioni e delle variazioni politiche, esso va dunque "intercettato", "decifrato" e infine "controllato" per garantire vitalità alle istituzioni dello Stato. In Discorsi III,8 è scritto: «gli uomini nel procedere loro e tanto più nelle azioni grandi debbono considerare i tempi ed accomodarsi a quegli». 
Nell’Orlando furioso dell’
Ariosto il tempo è una dimensione in continuo movimento a cui l’uomo deve sapersi rapportare con prontezza e capacità. Di qui le preoccupazioni ariostesche sul «fare a tempo» e sul «perdere tempo», come in XVII,102: «Gli è un perder tempo che ‘l pagan più fera;/ così son l’arme dure in ogni canto».
Nel Galateo del Della Casa il tempo è principio uniformante che regola gli usi e i costumi dell’uomo, come si legge al cap. 28: «I tuoi panni convien che siano secondo il costume degli altri di tuo tempo o di tua condizione[..] ché noi non abbiamo potere di mutar le usanze a nostro senno, ma il tempo le crea, e consumale altresì il tempo». 
Sulla linea aristotelica si colloca la definizione di
Torquato Tasso (Il Nifo, 415): «perché, se ben mi ramento de le cose udite, il tempo è misura del movimento».
Cesare Ripa offre nell’Iconologia la seguente definizione: «Huomo vecchio, alato, col piede destro sopra d’una ruota, e con le bilancie, overo col peso geometrico in mano. Il piè destro sopra alla ruota, la quale con la sua circonferenza non tocca, se non in un punto, che non sta mai fermo, ci fa comprendere che il tempo non ha se non il preterito, e il futuro, essendo il presente un momento indivisibile. Le bilancie, overo peso Geometrico dimostrano che il tempo è quello che agguaglia e aggiusta tutte le cose».