Solone  

Quando Solone ebbe compiuto la sua missione, fece giurare ai nuovi arconti e a tutti i cittadini di conformarsi alle sue leggi, giuramento da allora in avanti prestato tutti gli anni dagli ateniesi promossi alla maggiore età civile. Per prevenire le lotte intestine e le rivoluzioni, egli aveva prescritto a tutti i membri della città, come obbligo in cambio dei loro diritti, di schierarsi in caso di torbidi in uno dei partiti opposti, pena l’atimia che comportava l’esclusione dalla comunità: sperava che uscendo dalla neutralità gli uomini esenti da passione avrebbero costituito una maggioranza in grado di contrastare i perturbatori della pace pubblica. I timori erano esatti; le precauzioni furono vane. Solone non aveva soddisfatto né i ricchi né la massa dei poveri e diceva con tristezza: “Quando si fanno grandi cose, è difficile piacere a tutti.” Ancora arconte, era tempestato dalle invettive degli scontenti; quando ebbe lasciato la carica, fu uno scatenarsi di rimproveri e di accuse. Solone si difese, come sempre, con dei versi: è allora che chiamò a testimone la Madre Terra. Lo si subissava di insulti e di scherni perché “gli era mancato il coraggio” per farsi tiranno, perché non aveva voluto, “per essere il padrone di Atene, non fosse che per un giorno, che si facesse un otre della sua pelle scorticata e che la sua stirpe fosse cancellata”. Circondato di nemici, ma deciso a non cambiare niente di quanto aveva fatto, forse anche credendo che la sua assenza avrebbe calmato gli animi, decise di abbandonare Atene. Viaggiò, si fece vedere a Cipro, andò in Egitto a ritemprarsi alle fonti della saggezza. Quando tornò, la lotta fra le fazioni era più viva che mai. SI ritirò dalla vita pubblica e si rinchiuse in un inquieto riposo: “invecchiava imparando sempre e molto”, senza cessare di tendere l’orecchio ai rumori dell’esterno e di prodigarsi in avvertimenti di un patriottismo preoccupato. Ma Solone non era che un uomo; non era in suo potere arrestare il corso degli eventi. Visse abbastanza per assistere alla rovine della costituzione che credeva di avere consolidata e vide spandersi sulla sua cara città la cupa ombra della tirannia.
(cit. da: Benveniste, E., 1966, Problèmes de linguistique génèrale, Paris, Gallimard; trad. it. Problemi di linguistica generale, Milano, Il Saggiatore, 1971, pp. 298-299).



 

Nel 1687 veniva pubblicato il Manuale per convertire i maomettani di Tirso González de Santalla, professore a Salamanca e generale dei Gesuiti. Il Manuale è pensato come prontuario per i missionari e quindi abbonda di esempi e consigli pratici derivanti dall’attività di “conversore” di moriscos.
Il nucleo teorico dell’opera consiste nell’idea, ripresa dalla trattatistica rivolta ai protestanti, che i musulmani siano degli eretici, dei «fratelli separati» che hanno deviato dall’ortodossia cattolica e quindi vanno ricondotti con la forza della ragione e delle argomentazioni teologiche alla “vera” religione.

Il libretto è l’opera redatta nella seconda metà del Seicento da padre González, allora cattedratico a Salamanca, e data alle stampe nel 1687, quando il religioso era già stato eletto generale della Compagnia di Gesù. Una firma illustre, quindi, che nel suo prontuario fa leva su due filoni d’ispirazione, entrambi di matrice gesuitica: l’esperienza missionaria, da un lato, e l’argomentazione teologica dall’altro. Il risultato abbina la fermezza nel ribadire la dottrina cattolica a una sorprendente umanità, ricca di spunti semplici e quotidiani, nati dalla pratica della convivenza con i musulmani, in particolare quei moriscos ancora presenti in terra di Spagna nonostante l’ormai più che secolare cacciata dell’islam politico dall’Europa occidentale. Punta tutto sulla ragione, González, per convincere i maomettani alla vera fede. [...] Considerati, secondo lo schema concettuale dell’epoca, non un “altro” totalmente estraneo, in balia di superstizioni irragionevoli, ma quasi come “fratelli separati” ante litteram; eretici, allontanati ma non del tutto separati dalle radici della fede cristiana. Per questo il discorso di González, pensato per i musulmani, raccoglie e rilancia numerosi spunti elaborati, nei decenni precedenti, dalla trattatistica rivolta ai protestanti, tutta volta a convincere - facendo, dunque, leva proprio sull’elemento razionale dell’uomo - della maggior verità della dottrina cattolica, ma senza per questo svilire le fedi differenti. Il Manuale affonda le sue radici nella controversistica dei Padri della Chiesa e punta a “smontare” le errate convinzioni degli eretici, senza mettere in dubbio l’onestà della loro fede ma anzi additando loro un altro, e più alto, modello di virtù religiosa e di elaborazione teologica. Pensato come vero e proprio prontuario, lo scritto del gesuita abbonda di esempi e di consigli pratici, tutti tratti dall’esperienza personale di González con i moriscos e dei suoi confratelli missionari in terra d’islam. Abbondano i racconti di musulmani pii che, solo in virtù della propria rettitudine, approdano - magari in punto di morte - alla conversione. Perché il gesuita è fermamente convinto - e su questo imposta il suo manuale - che la vera carta vincente non sia l’opera di convincimento [..], ma la semplice esposizione del cristianesimo. Ai musulmani, argomenta, manca una corretta conoscenza di Cristo e della Chiesa da lui fondata; una volta posti davanti alla verità, e non alle distorsioni che se ne raccontavano nei sultanati e nei califfati, la conversione sarebbe venuta da sé. Alla menzogna, all’ideologia e alla violenza contrapponeva il semplice e incessante ripetere la verità, nella fiducia che, prima o poi, avrebbe finito per far breccia, per forza di pura ragione. [...]