I Libri Peculiares
 

I "libri favoriti", o canone degli autori più importanti è una lista di una cinquantina di titoli che Petrarca vergò nel 1333 sul suo codice di Cassiodoro e Agostino (attuale Parigino latino 2201), sotto il lemma: «Libri mei Peculiares. Ad reliquos non transfuga sed explorator transire soleo» ("I miei libri favoriti. Per gli altri sono solito passare non come un fuggiasco, ma come un esploratore").
Predominano i testi morali («Moralia»): Cicerone («M.Tullii») in primo luogo, con in testa il VI libro del De re publica, una rarità, e poi le amate Tusculane, il testo filosofico più citato dal Petrarca; il canonico De officiis; gli altrettanto attesi Laelius e Cato maior; il De divinatione; l’Hortensius, la famosa laus philosophiae che entusiasmò sant’Agostino, in realtà perduta, ma che il poeta in quel tempo identificava, sulla base della tradizione, con il secondo libro degli Academica priora; il Lucullus (si ricrederà una decina d’anni più tardi, correggendo il titolo sul suo manoscritto); chiudono il De natura deorum e i Paradoxa stoicorum. Cicerone è presente naturalmente anche nella sezione retorica: De inventione, De oratore, le orazioni comuni, e gli spuri ma nel Medioevo unanimemente attribuiti a Cicerone
Rhetorica ad Herennium e Invectivae contro Sallustio; sotto il lemma orationes comunes vanno ravvisate quasi certamente le orazioni Catilinarie. Segue Seneca, tra le cui opere, inaugurate dalle classiche Ad Lucilium, vengono senza esitazioni annoverati tanto le tragedie quanto i Remedia fortuitorum. Tra il primo e il secondo, l’Etica di Aristotele.
Gli storici vi sono copiosamente rappresentati: in prima fila Valerio Massimo, poi Livio, Giustino, Floro, Sallustio, Svetonio, il Breviarium di Festo, Eutropio; sotto la rubrica «exempla» figurano i Saturnalia di Macrobio e Agellius (Aulo Gellio). Isolato, Boezio (
De consolatione philosophie). Tra i poeti, dopo Virgilio, Lucano, Stazio, Orazio presertim in odis (a testimonianza della preferenza - non comune all’epoca - per le liriche oraziane), Giovenale, Ovidio, presertim in maiori: cioè nelle Metamorfosi. I testi base grammaticali non possono mancare: Prisciano, e i "medievali" Papia e Catholicon. Tra i dialettici, solo un Tractatus (più probabilmente un De dialectica di Cassiodoro, capitolo III del Liber saecularium litterarum, che l’Ars dialectica di Pietro Ispano), sottolineando: «et nichil ultra» ("e nient’altro!"). Chiude il De spera, trattato di astrologia, probabilmente di Cecco d’Ascoli, contemporaneo del Petrarca, e Macrobio, ricco di informazioni astrologiche nel commento al VI libro del De re publica di Cicerone, con l’avvertenza di integrarlo con altri commentatori .
Successivamente il Petrarca aggiunse sullo stesso manoscritto una seconda lista, ridotta, come a integrazione o specificazione della prima, dove alle opere etiche ciceroniane e agli storici (con la curiosa assenza di Livio) si aggiungono alcune opere di Agostino, in primo luogo le
Confessiones, ricompare Boezio, mentre i grammatici si riducono al solo Prisciano. Il canone dei poeti non muta: «de poetis dicitur ut supra».

Mecenatismo

Propriamente nome (voce dotta dal lat. Maecenas) di Gaio Plinio Mecenate, famoso e ricco cavaliere romano (69-8 a. C.), di antichissima e nobile famiglia etrusca di Arezzo. Fu uno dei più ascoltati ministri di Ottaviano e suo fidato consigliere. Tra i principali autori dell’accordo di Taranto del 37 e poi, senza carica ufficiale, ma con poteri quasi illimitati, il rappresentante di Ottaviano a Roma e in Italia. Quando Ottaviano divenne Augusto, Mecenate si ritirò dalla scena politica, pur conservando una delicata funzione di garante del consenso intellettuale intorno al programma augusteo, attraverso la mediazione con quel circolo letterario che, nel frattempo, aveva costituito intorno a sé: Lucio Vario, Plozio Tucca, Quintilio Varo, Aristio Fusco, Valgio Rufo, Domizio Marso, Cornelio Gallo, Properzio, che gli dedicò il secondo libro delle sue Elegie e che così lo canta nel terzo (III 9 1-6): "Maecenas, eques Etrusco de sanguine regum, / intra fortunam qui cupis esse tuam, / quid me scribendi tam vastum mittis in aequor? / non sunt apta meae grandia vela rati. / Turpe est, quod nequeas, capiti committere pondus / et pressum inlexo mox dare terga genu" ("O Mecenate, cavaliere di etrusco sangue di re, / tu che desideri mantenerti nei limiti della tua condizione, / perché spingi me in un così vasto mare di poesia? / Le grandi vele non sono adatte alla mia barca./ È vergognoso prendere sul capo un peso che non si riesce a sopportare, / e oppressi piegare le ginocchia e volgersi in fuga» ); e ancora al verso finale sempre della nona elegia: « hoc mihi, Maecenas, laudis concedis, et a te est / quod ferar in partis ipse fuisse tuas" ("Mi concedi, o Mecenate, questa lode; dipende da te, / se un giorno si dirà che sono stato uno dei tuoi", 59-60).
Virgilio gli dedicò le Georgiche: "Quod faciat laetas segretes, quo sidere terram / vertere, Maecenas, ulmisque adiungere vites / conveniat, quae cura boum, qui cultus habendo / sit pecori, apibus quanta experientia parcis, / hinc canere incipiam" ("Quel che allieti le messi, a quale stella / voltar la terra, o Mecenate, e agli olmi / unir le viti, quale aver de’ buoi / cura e qual modo in allevare armenti / seguire, quanta dell’api frugali / esperienza, qui a cantare io prenda» , I 1).
Ma e soprattutto Orazio, il suo più intimo e caro amico, ad avergli assicurato fama eterna; non solo gli dedicò gli Epodi: "Ibis Liburnis inter alta navium, / amice, propugnacula, / paratus omne Caesaris periculum/ subire, Maecenas, tuo" ("Andrai su navi leggere, amico, / fra alte torri di navi, / pronto ad affrontare col tuo rischio, Mecenate, / ogni rischio di Cesare» , I 1-4), ma anche le Satire e i primi tre libri delle Odi: "Maecenas atavis edite regibus, / o et praesidium et dulce decus meum" ("Mecenate, nipote di antichi re,/ mio sostegno e amichevole onore", I 1 1-2).
Dal nome del consigliere di Augusto, quindi, per antonomasia, mecenate passa a indicare ogni munifico protettore e benefattore di poeti e artisti.
In questa accezione l’uso è attestato fin dall’antichità: Laus Pisonis, V 248 "Tu mihi Maecenas tereti canatbere versu" Tu sarai cantato da me, come Mecenate, con levigato verso; Marziale, Epigrammi, VIII 55 5: "Sint Maecenates non derunt Facce Marone" ("Si facciano avanti i Mecenati, o Flacco, e non mancheranno i Maroni"); Giovenale, Satire, VII: "Haut tamen invideas vati quem pulpita pascunt. / Quis tibi Maecenas [...]" ("Ma non te la prendere col poeta / che trae da vivere dal palcoscenico. / Chi sarà il tuo Mecenate [...]"), e XII: ""Fundite quae mea sunt" dicebat cuncta Catullus / praecipitare volens etiam pulcherrima, vestem / purpuream teneris quoque Maecenatibus aptam" (""Gettate le cose mie, tutte", diceva Catullo, / deciso a buttare giù anche le cose più belle, / vesti di porpora adatte anche per eleganti Mecenati").
Il mecenatismo rinascimentale è un fenomeno di grandissima rilevanza sia per quantità che per qualità. Nel mecenatismo l’idea di potere rinascimentale trova il suo momento più rappresentativo e, in parte, più autocelebrativo, e l’esaltazione più alta di un ideale di perfezione formale che è fondato sulle categorie classiciste: misura, armonia, bellezza, proporzione.
All’interno della corte il potere di un signore si salda con il favore popolare anche attraverso una politica attenta a non sottovalutare il "tempo" di pace: feste, tornei, giochi, spettacoli, commissioni di grandiose opere architettoniche o figurative, costituzione di biblioteche, tutto ciò che riguarda la sfera dell’otium ("ozio").
Nello stesso tempo la creazione delle condizioni più favorevoli per la permanenza dei migliori esponenti delle lettere e delle arti crea alla corte quella gloria che il principe persegue. In cambio della protezione, il letterato o l’artista, attraverso le sue opere, assicura il consenso più largo, la fama più duratura.
Quindi se da una parte il mecenatismo garantisce quella tranquillità economica così spesso, anche drammaticamente, inseguita dagli uomini di cultura, dall’altro prevede una diretta committenza per il suo riconoscimento, la sua gratificazione politica e sociale che non può non limitare la libertà dell’artista (a questo proposito sono famosi i versi di Ariosto in conclusione della prima delle Satire: "Or, conchiudendo dico che, se ‘l sacro / Cardinal comperato avermi stima / con li suoi doni, non mi è acerbo et acro / renderli, e tòr la libertà mia prima").
Nella storiografia il dibattito sull’argomento è stato serrato e ha creato due punti di vista inconciliabili: chi vede nel mecenatismo una promozione delle arti come "virtuosa" manifestazione della liberalità e magnificenza del principe (del Papa e del cardinale: "gran cardinale Farnese, nuovo Mecenate o più tosto nuovo Augusto de’ nostri tempi", Tasso, Il Conte) e chi invece considera una produzione "asservita" di letteratura encomiastica un prezzo troppo alto da pagare per la prodigalità del mecenate.
Già più problematica la posizione, a esempio, di Giordano Bruno: "Come per il contrario è accaduto alla prudenza di quel tanto celebrato Mecenate, il quale, se non avesse avuto altro splendore che de l’animo inchinato alla protezione, e favor delle Muse, sol per questo meritò che gl’ingegni de tanti illustri poeti gli divenessero ossequiosi a metterlo nel numero dei più famosi eroi che abbiano calpestato il dorso de la terra. Gli propri studii ed il proprio splendore l’han reso chiaro e nobilissimo, e non l’esser nato d’atavi regi, non l’esser gran secretario e consigliero d’Augusto. Quello, che dico, che l’ha fatto illustrissimo, è l’aversi fatto degno nell’execuzion della promessa di quel poeta" (Degli eroici furori, II 1).
Nella Civil conversazione Guazzo difende il mecenatismo in primo luogo perché manifestazione di amicizia tra principi e letterati e poi come segno di liberalità e magnificenza. Nello scambio "virtuoso" si ha, da una parte la protezione concessa dal principe che ne ricava fama, dall’altra l’acquisizione dei benefici: « Ma come si sia, mostrano gran senno quei che si tengono amici i letterati e li raccolgono sotto il favore e la protezione loro, non tanto per proprio interesse, quanto per amor della virtù: il che apportò somma gloria ad Alessandro, ad Augusto e a Mecenate, i quali con onori e presenti maravigliosi gradirono diversi grammatici, oratori, poeti e filosofi»
La leggenda del califfo
E' la leggenda del califfo che ha ordinato la distruzione della biblioteca di Alessandria argomentando: "o questi libri dicono le stesse cose del Corano, e sono inutili, o dicono cose diverse, e sono falsi e dannossi."