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Esiste un nucleo etico comune a tutte le religioni? La
Regola d'oro (non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te) si
ritrova nelle scritture di molte religioni. La Bibbia ebraica (Levitico
19.18) dice "Ama il prossimo tuo come te stesso", e questo principio diverrà
fondamentale nella predicazione di Gesù; nei Vangeli è scritto che "Tutto
quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro" (Matteo,
7.12); per l'Islam, "Nessuno di voi è un credente se non desidera per il
proprio fratello ciò che desidera per se stesso" (I quaranta hadith di al-Nawawi
13; secondo l'Induismo "Questo, dicono i saggi, è il sommo dharma: come è la
vita che tu desideri per te, così sia per te quella delle [altre] creature"
(Mahabharata, 13.116.2); per il Giainismo, "Un uomo dovrebbe procedere
trattando tutte le creature nel modo in cui lui stesso vorrebbe essere
trattato" (Sutrakritanga, 1.11.33); il concetto di ren, centrale per l'etica
confuciana, consiste nella capacità di amare il prossimo, al quale non si
dovrebbe fare mai nulla che non si vorrebbe fatto a se stessi; un proverbo
Yoruba (Nigeria) afferma che "Chi stia per infilzare un uccellino con un
legno appuntito dovrebbe prima provarlo su se stesso per sentire quanto fa
male".
• EBRAISMO: I Dieci Comandamenti
Dio allora pronunciò tutte queste parole: "Io sono il Signore, tuo Dio, che
ti ho fatto uscire dal paese d'Egitto, dalla condizione di schiavitù: non
avrai altri dèi di fronte a me. Non ti farai idolo né immagine alcuna di ciò
che è lassù nel cielo né di ciò che è quaggiù sulla terra, né di ciò che è
nelle acque sotto la terra. Non ti prostrerai davanti a loro e non li
servirai. perché io, il Signore, sono il tuo Dio, un Dio geloso, che punisce
la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione, per
coloro che mi odiano, ma che dimostra il suo favore fino a mille
generazioni, per quelli che mi amano e osservano i miei comandi.
Non pronuncerai invano il nome del Signore, tuo Dio, perché il Signore non
lascerà impunito chi pronuncia il suo nome invano.
Ricordati del giorno di sabato per santificarlo: sei giorni faticherai e
farai ogni tuo lavoro; ma il settimo giorno è il sabato in onore del
Signore, tuo Dio: tu non farai alcun lavoro, né tu, né tuo figlio, né tua
figlia, né il tuo schiavo, né la tua schiava, né il tuo bestiame, né il
forestiero che dimora presso di te, perché in sei giorni il Signore ha fatto
il cielo e la terra e il mare e quanto è in essi, ma si è riposato il giorno
settimo. Perciò il Signore ha benedetto il giorno di sabato e lo ha
dichiarato sacro.
Onora tuo padre e tua madre, perché si prolunghino i tuoi giorni nel paese
che ti dà il Signore, tuo Dio.
Non uccidere.
Non commettere adulterio.
Non rubare.
Non pronunciar falsa testimonianza contro il tuo prossimo.
Non desiderare la casa del tuo prossimo.
Non desiderare la moglie del tuo prossimo, né il suo schiavo, né la sua
schiava, né il suo bue, né il suo asino, né alcuna cosa che appartenga al
tuo prossimo".
(Esodo, 20:1-17)
• CRISTIANESIMO: Il Sermone della
Montagna
Beati voi poveri,
perché vostro è il regno di Dio.
Beati voi che ora avete fame,
perché sarete saziati.
Beati voi che ora piangete,
perché riderete.
Beati voi quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e
v'insulteranno e respingeranno il vostro nome come scellerato, a causa del
Figlio dell'uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate, perché, ecco, la
vostra ricompensa è grande nei cieli. Allo stesso modo infatti facevano i
loro padri con i profeti.
Ma guai a voi, ricchi,
perché avete già la vostra consolazione.
Guai a voi che ora siete sazi,
perché avrete fame.
Guai a voi che ora ridete,
perché sarete afflitti e piangerete.
Guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi.
Allo stesso modo infatti facevano i loro padri con i falsi profeti.
Ma a voi che ascoltate, io dico: Amate i vostri nemici, fate del bene a
coloro che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro
che vi maltrattano. A chi ti percuote sulla guancia, porgi anche l'altra; a
chi ti leva il mantello, non rifiutare la tunica. Dà a chiunque ti chiede; e
a chi prende del tuo, non richiederlo. Ciò che volete gli uomini facciano a
voi, anche voi fatelo a loro. Se amate quelli che vi amano, che merito ne
avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se fate del bene a coloro che
vi fanno del bene, che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso.
E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, che merito ne avrete? Anche
i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto.
Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla,
e il vostro premio sarà grande e sarete figli dell'Altissimo; perché egli è
benevolo verso gl'ingrati e i malvagi.
(in Luca, 6, 20-35)
• INDUISMO: Bhagavad-gita (Il canto del
Glorioso Signore)
(12, 13-20)
Chi non odia creatura alcuna,
ma tutte le ama e ne ha compassione,
privo di attaccamento e di egoismo,
equanime nel dolore e nel piacere, paziente,
sempre contento, capace di controllarsi,
padrone di sé, risoluto,
con la mente e l'intelletto fissi su di me,
a me teneramente devoto - costui mi è caro.
Colui che il mondo non teme
e che non teme il mondo,
che è libero da moti di gioia e d'insofferenza,
di paura e di ansia - costui mi è caro.
Colui che nulla si attende,
che è puro, esperto, impassibile, senz'affanni,
che ha abbandonato ogni iniziativa interessata,
a me teneramente devoto - costui mi è caro.
Colui che non esulta né odia,
che non si rammarica e non brama,
che ha lasciato da parte così il bene come il male,
che mi è teneramente devoto - costui mi è caro.
Colui che è uguale col nemico e con l'amico,
nell'onore e nel disprezzo, nel freddo e nel caldo,
nel piacere e nella sofferenza,
libero da legami,
uguale verso il biasimo e la lode,
silenzioso, soddisfatto di qualunque cosa,
senza una dimora, con la mente ben salda,
pieno di tenera devozione - quest'uomo mi è caro.
Ma quelli che con fede, a me totalmente votati,
credono fermamente in queste parole di saggezza immortale
che ora ho enunciato e mi sono teneramente devoti
- costoro mi sono sommamente cari!
12, 13-20 e 13, 7-11 (tr.it. di Stefano Piano, Edizioni San Paolo, Milano,
1994)
• BUDDHISMO:
Dhammacakkappavattana-sutta
(Discorso della messa in moto della ruota del dhamma), 17-22
"Due, o monaci, sono gli estremi che non deve seguire chi è andato via
[dalla vita comune]. Quali sono questi due estremi? Uno è la dedizione, nei
desideri, ai piaceri dei desideri, bassa, rozza, volgare, ignobile, senza
profitto; l'altro è la dedizione all'automacerazione, dolorosa, ignobile,
senza profitto.
Ora, o monaci, evitando questi due estremi, una via mediana è stata compresa
nel risveglio del Tathagata [epiteto del Buddha], una via che produce vista,
che produce conoscenza, e conduce alla quiete, al sapere, al completo
risveglio, al nibbana [o nirvana].
E qual è, o monaci, questa via mediana, compresa nel risveglio del
Tathagata, che produce vista, che produce conoscenza, e conduce alla quiete,
al sapere, al completo risveglio, al nibbana? È il nobile sentiero a otto
membri, e cioè: retta visione, retta intenzione, retta parola, retta azione,
retto modo di vivere, retto sforzo, retta consapevolezza, retta
concentrazione. È questa, o monaci, quella via intermedia, compresa nel
risveglio del Tathagata, che produce vista, che produce conoscenza, e
conduce alla quiete, al sapere, al completo risveglio, al nibbana.
Ora, o monaci, questa è la nobile verità riguardo al dolore: la nascita è
dolore, la vecchiaia è dolore, la malattia è dolore, la morte è dolore,
l'unione con ciò che è spiacevole è dolore, la separazione da ciò che è
piacevole è dolore, non soddisfare un desiderio è dolore, in breve i cinque
aggregati dell'attaccamento sono dolore.
Ora, o monaci, questa è la nobile verità riguardo all'origine del dolore:
essa è quella sete, che procura rinascita, che si accompagna al piacere e
alla passione, che cerca il piacere ora qui ora là; sete di desiderio, sete
di esistenza, sete di non-esistenza.
Ora, o monaci, questa è la nobile verità riguardo alla cessazione del
dolore: essa è appunto la cessazione di questa sete e il completo distacco
da essa, l'abbandono di essa, la rinuncia ad essa, la liberazione da essa,
la non dipendenza da essa.
Ora, o monaci, questa è la nobile verità riguardo alla via che conduce alla
cessazione del dolore: è appunto il nobile sentiero in otto parti, e cioè:
retta visione, retta intenzione, retta parola, retta azione, retto modo di
vivere, retto sforzo, retta consapevolezza, retta concentrazione".
(tr. it. di Saverio Marchignoli, in Bori [ed.], Per un percorso etico tra
culture, Roma: Carocci, 1998)
• CONFUCIANESIMO: Mencio (II, A, 6)
1. Tutti gli uomini hanno un animo sensibile all'altrui sofferenza.
2. Gli antichi sovrani avevano un animo sensibile e, di conseguenza,
attuarono governi compassionevoli: esercitare un governo compassionevole con
animo sensibile all'altrui sofferenza rendeva facile governare il mondo come
se questo girasse sul palmo della propria mano.
3. La ragione per cui affermo che tutti gli uomini hanno un animo sensibile
all'altrui sofferenza è la seguente: supponi che vi siano delle persone che
all'improvviso vedano un bimbo mentre sta per cadere in un pozzo. Ebbene,
tutte proveranno in cuor loro un senso di apprensione e di sgomento, di
partecipazione e di compassione. Questa reazione non dipende certo
dall'esigenza di mantenere buoni rapporti con i genitori del bambino, né dal
desiderio di essere elogiati da vicini e amici, e neppure perché disturbino
le grida del bambino.
4. Da tutto questo si può arguire che non sono uomini quanti sono privi di
un animo sensibile ai sentimenti della partecipazione e della compassione,
della vergogna e dell'indignazione, della deferenza e dell'acquiescenza, e
del senso di ciò che è giusto e di ciò che non è giusto.
5. I sentimenti della partecipazione e della compassione sono il principio
della benevolenza [ren], i sentimenti della vergogna e dell'indignazione
sono il principio della rettitudine [yi]; i sentimenti della deferenza e
dell'acquiescenza sono il principio delle tradizionali norme di
comportamento [li], il senso di ciò che è giusto e di ciò che non è giusto è
il germoglio della saggezza [zhi].
6. L'uomo possiede questi quattro princìpi, così come possiede le quattro
membra. Possedere questi quattro germogli, ma sostenere di non essere in
grado di farli crescere, equivale a mutilare se stessi; sostenere che il
proprio sovrano non è in grado di farli crescere, equivale a mutilare il
proprio sovrano.
7. Tutti quanti abbiamo i quattro princìpi in noi; se sapremo farli
prosperare, essi si svilupperanno come un fuoco che inizia ad ardere o una
sorgente che inizia a sgorgare. Se riusciremo a fare in modo che essi si
sviluppino completamente, essi basteranno per proteggere chiunque
all'interno dei quattro mari, ma se non dovessimo riuscire nell'impresa, non
basteranno nemmeno per adempiere agli obblighi verso il padre e la madre.
(tr. it. Scarpari, in Bori, Per un percorso etico tra culture, Roma:
Carocci, 1998)
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