Il primo esempio di Banca  

I Templari entrarono nelle attività bancarie quasi per caso. Quando dei nuovi membri si univano all'ordine, generalmente donavano ad esso ingenti somme di denaro o proprietà, poichè tutti dovevano prendere il voto di povertà. Grazie anche ai vari privilegi papali, la potenza finanziaria dei Cavalieri fu assicurata dall'inizio. Poichè i Templari mantenevano denaro contante in tutte le loro case e templi, fu nel 1135 che l'ordine cominciò a prestare soldi ai pellegrini spagnoli che desideravano viaggiare fino alla Terra Santa. Il coinvolgimento dei Cavalieri nelle attività bancarie crebbe nel tempo verso una nuova base per il finanziamento, dato che fornivano anche servizi di intermediazione bancaria. Sotto l'aspetto economico-finanziario, i Templari rivestirono un ruolo così importante da arrivare a "prestare" agli stati occidentali ingenti somme di danaro e gestire perfino "le casse" di stati come la Francia.
Le connessioni politiche dei Templari e la consapevolezza della natura eminentemente cittadina e commerciale delle comunità d'oltremare portarono l'Ordine a raggiungere una posizione significativa di potenza, sia in Europa che in
Terrasanta. Il loro successo attrasse la preoccupazione di molti altri Ordini, come pure della nobiltà e delle nascenti grandi monarchie europee, le quali a quel tempo cercavano di monopolizzare il controllo del denaro e delle banche, dopo un lungo periodo nel quale la società civile, specialmente la Chiesa ed i suoi ordini, aveva dominato le attività finanziarie. I possedimenti dei Templari erano estesi sia in Europa che nel Medio Oriente e tra queste vi fu, per un certo periodo, l'intera isola di Cipro.

I Bardi, ossia la storia curiosa di una mitica banca italiana

Nella storia dei grandi banchieri italiani, le famiglie dei Bardi e dei Peruzzi sono diventate una sorta di mito, non solo perché all’inizio del Trecento erano tra i Banchi più potenti e ricchi d’Europa, ma soprattutto perché, avendo prestato al re d’Inghilterra, rispettivamente, 900.000 e 600.000 fiorini d’oro, nel 1346, la crisi economica generale e l’andamento della guerra dei Cento anni resero insolvente il re. Il debito non fu mai rimborsato, le due banche italiane fallirono, ma in compenso i loro nomi sono entrati nella storia come grandi uomini della finanza, martiri di un sistema politico che stritola le ideali imprese delle forze progressive.
Lo storico ed economista Carlo Maria Cipolla, in un gustosissimo saggio di facile divertente e istruttiva lettura, si incarica di scavare tra le quinte del mito della famiglia dei Bardi e inquadra la vicenda di quel fallimento nell’ambito della storia di una delle più rissose, violente e discutibili famiglie fiorentine, originaria della località Ruballa.
I tre Bardi protagonisti di questa storia sono Aghinolfo, Sozzo e Rubecchio (i nomi sono reali e non è colpa dei nomi se finiscono per essere allusivi dei personaggi). Essi sono tutti imparentati con il più noto esponente della famiglia: Piero di Gualterotto che, spiega l’autore, «non era affatto quel savio e onesto amministratore quale appare dai suoi statuti. Al contrario: era un bandito della peggior specie. Per i Bardi le leggi erano strumenti per controllare “gli altri”. Loro, i Bardi, si sentivano non vincolati dalle leggi bensì al di sopra delle stesse».
Sozzo è il figlio di Piero ed «aveva ereditato dal padre i geni della furfanteria. Era arrogante e protervo come pochi e i suoi omicidi, vendette, carcerazioni, violenze e ruberie non si contano». Aghinolfo, fratello di Piero «non era meglio di Piero o di Sozzo». Rubecchio era «il più giovane della banda. Suo padre Lapaccio [figlio di Piero] in gioventù aveva optato per la carriera delle armi. […] Soldataccio prima e poi per diversi anni prigioniero di guerra, non può aver messo da parte risparmi di qualche entità, per cui il figlio doveva trovarsi in strettezze finanziarie molto più di suo zio Aghinolfo e suo cugino Sozzo».


La "polis". Sparta ed Atene V secolo a.C.

La ricchezza diventa il nuovo metro di valutazione. « Le virtù e la gloria seguono la ricchezza, » constata Esiodo, e Alceo sentenzia: « Il denaro fa l'uomo. » Quanto al nobile declassato Teognide, non può che lamentarsi perché « un uomo bennato non disdegna più di sposare una donna da nulla, la figlia d'un plebeo, purché porti in dote molti quattrini ». La ricchezza mescola le schiatte.