TO BE OR NOT TO BE

(Amleto, atto III, scena I)
 
To be, or not to be: that is the question:

Whether 'tis nobler in the mind to suffer

The slings and arrows of outrageous fortune,

Or to take arms against a sea of troubles,

And by opposing end them? To die: to sleep;

No more; and by a sleep to say we end

The heart-ache and the thousand natural shocks

That flesh is heir to, 'tis a consummation

Devoutly to be wish'd. To die, to sleep;

To sleep: perchance to dream: ay, there's the rub;

For in that sleep of death what dreams may come

When we have shuffled off this mortal coil,

Must give us pause: there's the respect

That makes calamity of so long life;

For who would bear the whips and scorns of time,

The oppressor's wrong, the proud man's contumely,

The pangs of despised love, the law's delay,

 
The insolence of office and the spurns

That patient merit of the unworthy takes,

When he himself might his quietus make

With a bare bodkin? who would fardels bear,

To grunt and sweat under a weary life,

But that the dread of something after death,

The undiscover'd country from whose bourn

No traveller returns, puzzles the will

And makes us rather bear those ills we have

Than fly to others that we know not of?

Thus conscience does make cowards of us all;

And thus the native hue of resolution

Is sicklied o'er with the pale cast of thought,

And enterprises of great pith and moment

With this regard their currents turn awry,

And lose the name of action.

 
ESSERE O NON ESSERE
(Raffaello Piccoli, Sansoni, Firenze 1964)

Essere o non essere, questo è il problema: s’egli sia più nobile
soffrire nell’animo le frombole e i dardi dell’oltraggiosa Fortuna,
o prender armi contro un mare di guai, e contrastandoli por fine
ad essi. Morire, dormire… nient’altro; e con un sonno dire
che noi poniam fine alla doglia del cuore, e alle mille offese
naturali, che son retaggio della carne; è un epilogo da desiderarsi
devotamente, morire e dormire! Dormire, forse sognare, sì, lì é
l’intoppo; perché in quel sonno della morte quali sogni possano
venire, quando noi ci siamo sbarazzati di questo terreno imbroglio,
deve farci riflettere; questa è al considerazione che dà alla sventura
una sì lunga vita; perché chi sopporterebbe le sferzate e gl’insulti
del mondo, l’ingiustizia dell’oppressore, la contumelia dell’uomo
orgoglioso, gli spasimi dell’amore disprezzato, l’indugio delle leggi,
l’insolenza di chi è investito d’una carica, e gli scherni che il paziente
merito riceve dagli indegni, quando egli stesso potrebbe fare la
sua quietanza con un semplice pugnale? chi vorrebbe portar fardelli,
gemendo e sudando sotto una gravosa vita, se non che il timore
di qualche cosa dopo la morte, il paese non ancora scoperto dal
cui confine nessun viaggiatore ritorna, confonde la volontà, e ci
fa piuttosto sopportare i mali che abbiamo, che non volare verso
altri che non conosciamo? Così la coscienza ci fa tutti vili, e così
la tinta nativa della risoluzione è resa malsana dalla pallida cera
del pensiero, e imprese di grande altezza e importanza per questo
scrupolo deviano le loro correnti e perdono il nome di azione…
 
(Cesare Vico Ludovici, Einaudi, Torino 1983)

Essere o non essere; questo è il problema: se sia più nobile all’animo
sopportare gli oltraggi, i sassi e i dardi dell’iniqua fortuna, o prender
l’armi contro mare di triboli e combattendo disperderli. Morire: dormire;
nulla più: - e con un sonno dirsi che poniamo fine al cordoglio e alle
infinite miserie naturale retaggio della carne, è soluzione da accogliere
a mani giunte. Morire – dormire – sognare, forse: ma qui è l’ostacolo:
perché, quali sogni possano assalirci in quel sonno di morte – quando
siamo già sdipanati dal groviglio mortale – ci trattiene: è la remora,
questa, che di tanto prolunga la vita ai nostri tormenti. Chi vorrebbe,
se no, sopportar le frustate e gl’insulti del tempo, le angherie del
tiranno, il disprezzo dell’uomo borioso, le angosce dell’amore respinto,
gli indugi della legge, l’oltracotanza dei grandi, i calci in faccia che il
merito paziente riceve dai mediocri, quando di mano propria potrebbe
saldare il suo conto con due dita di pugnale? Chi vorrebbe caricarsi di
grossi fardelli imprecando e sudando sotto il peso di tutta una vita
stracca, se non fosse il timore di qualche cosa, dopo la morte – la terra
inesplorata donde mai non tornò alcun viaggiatore – a sgomentare la
nostra volontà e a persuaderci di sopportare i nostri mali piuttosto
che correre in cerca d’altri che non conosciamo? Così ci fa vigliacchi
la coscienza; così l’incarnato naturale della determinazione si scolora
al cospetto del pallido pensiero. E così imprese di grande importanza
e rilievo sono distratte dal loro naturale corso: e dell’azione perdono
anche il nome.
 
(Eugenio Montale, Mondadori, Milano 1988)

Essere… o non essere. E’ il problema.
Se sia meglio per l’anima soffrire
Oltraggi di fortuna, sassi e dardi,
o prender l’armi contro questi guai
e opporvisi e distruggerli. Morire,
dormire… nulla più. E dirsi così
con un sonno che noi mettiamo fine
al crepacuore ed alle mille ingiurie
naturali, retaggio della carne!
Questa è la consunzione da invocare
Devotamente. Morire, dormire;
dormire, sognar forse… Forse; e qui
è l’incaglio: che sogni sopravvengano
dopo che ci si strappa dal tumulto
della vita mortale, ecco il riguardo
che ci arresta e che induce la sciagura
a durar tanto anch’essa. E chi vorrebbe
sopportare i malanni e le frustate
dei tempi, l’oppressione dei tiranni,
le contumelie dell’orgoglio, e pungoli
d’amor sprezzato e rèmore di leggi,
arroganza dall’alto e derisione
degl’ingegni sul merito paziente,
chi lo potrebbe mai se uno può darsi
quietanza col filo di un pugnale?
Chi vorrebbe sudare e bestemmiare
Spossato, sotto il peso della vita,
se non fosse l’angoscia del paese
dopo la morte, da cui mai nessuno
è tornato, a confonderci il volere
ed a farci indurire ai mali ignoti?
La coscienza, così, fa tutti vili,
così il colore della decisione
al riflesso del dubbio si corrompe
e le imprese più alte e che più contano
si disviano, perdono anche il nome
dell’azione.
 

(Fiornando Gabbrielli, per il compagno segreto, Trieste 2007)

Essere, o non essere - ecco il punto.
Se è meglio sopportare, e tener dentro,
Frecciate e sassi d'un destino avverso,
O ribellarsi alla marea di guai
Facendola finita. Morire, dormire.
Nient'altro: un sonno e dire basta
Al male in cuore e agli altri mille acciacchi
Che la carne comporta. E' da augurarsela,
Una fine così, sinceramente.
Morire, dormire. Dormire e, forse,
Sognare. Eh già, qui sta l'inghippo:
Quali sogni ci possan visitare
In quel sonno di morte, messo via
Questo guscio mortale, ci costringe
A non prender partito: ecco il ritegno
Che fa durare tanto la sciagura.
Perché reggere ai danni ed alle beffe
Della vita - ai soprusi d'un tiranno,
Agli insulti d'un becero, ai patemi
D'un'amore spregiato, alle lungaggini
Della legge, alla spocchia dei burocrati,
E ai calci che chi arriva a far qualcosa
Sempre riceve da chi è un buono a nulla -
Quando uno può da sé darsi quietanza
Con un semplice stocco? Perché mai
Piegar la schiena, grugnire e sudare
Sotto il noioso logorìo degli anni,
Se non fosse il terrore di qualcosa
Dopo la morte - il regno sconosciuto
Dai cui confini mai nessuno torna -
Che ci confonde e ci fa sopportare
Questi mali che abbiamo qui piuttosto
Di volarsene ad altri sconosciuti?
La coscienza, così, fa tutti vili,
E così un goccio di pensiero sbianca
Il volto che era in prima di fermezza,
E le imprese più alte e più importanti
Volgono indietro il loro corso e pèrdono,
Riguardo a questo, il titolo d'azione.
 

(Masolino d’Amico, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2005)

Essere o non essere, ecco la questione.
Se sia più degno nell’anima soffrire
Le frecce e le sassate dell’oltraggiosa fortuna,
oppure armarsi contro un oceano di guai
e con l’opporsi stroncarli. Morire… dormire,
niente più. E col dormire, dirci che annientiamo
il dolore e gli altri mille accidenti naturali
che sono il retaggio della carne: è una consumazione
da invocare con la preghiera. Morire, dormire.
Dormire… forse, sognare: sì, ecco l’intoppo;
perché in questo sonno di morte quali sogni potremo avere?
Una volta liberati di questa spoglia mortale,
tali da darci tregua… con questo ragionamento
più la vita sarà lunga, più sarà infelice.
Perché infatti sopportare le fruste e le ingiurie del tempo,
l’oppressione ingiusta, le offese dell’orgoglio,
l’agonia di quando si soffrire per amore, le more della legge,
l’insolenza di chi sta in alto, e il disprezzo
che il paziente merito prova per mano degli indegni,
quando uno con le proprie mani potrebbe darsi la quietanza
grazie a un pugnale affilato? Perché portare fardelli
e grugnire e sudare sotto le fatiche della vita?
Ma c’è il terrore di qualcosa dopo la morte,
dell’inesplorato paese dai cui confini
nessun viaggiatore ritorna. Questo paralizza la volontà
e ci fa affrontare i malanni familiari
piuttosto che fuggire verso altri che ci sono ignoti.
Ed è così che il colore naturale della decisione
è inquinato dal malsano incarnato del pensiero
e anche imprese di gran piglio e importanza
per questa ragione si dirottano dal loro corso
e pèrdono il nome di azione.
(Agostino Lombardo, Feltrinelli, Milano, 2006)

Essere o non essere – questa è la domanda.
Se è più nobile per la mente sopportare
Le sassate e le frecce dell’oltraggiosa fortuna
O prendere le armi contro un mare di guai
E, combattendo, finirli. Morire, dormire –
Nient’altro – e con un sonno dire che poniamo
Fine al male del cuore e ai mille
Travagli maturali di cui la carne è erede.
Questa è consumazione da desiderare devotamente.
Morire, dormire – dormire, forse sognare.
Ah, qui è l’intoppo. Perché in quel sonno
Di morte quali sogni possano venire quando ci siamo liberati
Di questo grovigli mortal, è cosa
Che deve farci meditare. E’ questo il pensiero
Che dà alla sofferenza una vita così lunga.
Chi sopporterebbe la frusta e l’ingiuria del tempo,
I torti dell’oppressore, le contumelie
Del superbo, i dolori dell’amore disprezzato,
I ritardi della giustizia, l’insolenza del potere
E il disprezzo che il merito paziente riceve
Dagli indegni, quando lui steso potrebbe
Darsi quietanza con un nudo pugnale?
Chi porterebbe fardelli, grugnendo
E sudando sotto il peso della vita, se non fosse
Che la paura di qualcosa dopo la morte,
La terra inesplorata dai cui confini
Non torna il viaggiatore, paralizza la volontà
E ci fa sopportare i mali che abbiamo
Piuttosto che fuggire verso quelli
Che non conosciamo? Così la coscienza
Ci rende tutti codardi, e così
La tinta naturale della risolutezza
E’ resa livida dalla pallida impronta
Del pensiero, e imprese di grande
Portata e momento mutano per questo
Il loro corso e perdono il nome
Di azione.
 
(fc, per il compagno segreto, Trieste 2007)

Essere o non essere? Questo è il punto:
è più degno che l’animo sopporti
sassi e frecce con cui infama fortuna,
o, armati contro un mare di guai,
opporsi e finirla? Morire – dormire,
Nient’altro, e dire basta con quel sonno
allo scempio del cuore e ai mille strazi
inscritti nella carne: è un finirsi
da implorare. Morire, dormire;
dormire – sognare? – oh, quest’è l’incaglio:
che sogno verrà nel sonno da morti,
quando saremo disciolti dal nodo
letale? - Qui ci si ferma: è il dubbio
che tanto allunga le nostre disgrazie.
Chi si rassegna alla frusta e agli scorni
del tempo, ai torti dei tiranni, all’onta
del superbo, all’angoscia dell’amore
schifato, le lenturie della legge,
l’insolenza degli uffici, gli scherni
dei mediocri al merito tenace,
quando da solo può saldare il conto
un facile pugnale? Chi acconsente
a sbavare e sudare sotto il peso
della VITA, se non per il terrore
di chissà che dopo la morte: terra
mai scoperta, senza nessun ritorno,
che ci annulla il volere e aggrappa ai mali
che ora abbiamo, per non volare ad altri
di cui ignoriamo tutto? Ecco come
il sapere ci fa tutti vigliacchi:
il colore nascente della scelta
sotto l’ombra smorta del pensïero
si fa viola, e grandi imprese per questo
sguardo si svìano dal loro corso
e perdono il nome di azione.
(Nemi D’Agostino, Garzanti, Milano, 1993)

Essere o non essere, è questo che mi chiedo:
se è più grande l’animo che sopporta
i colpi di fionda e i dardi della fortuna insensata,
o quello che si arma contro un mare di guai
e opponendosi li annienta. Morire… dormire,
null’altro. E con quel sonno mettere fine
allo strazio del cuore e ai mille traumi
che la carne eredita: è un consummatum
da invocare a mani giunte. Morire, dormire, -
dormire, sognare forse – ah, qui è l’incaglio:
perché nel sonno della morte quali sogni
possono venire, quando ci siamo districati
da questo groviglio funesto, è la domanda
che ci ferma – ed è questo il dubbio
che dà una vita così lunga alla nostra sciagura.
Perché, chi sopporterebbe le frustate e le ingiurie del tempo,
il torto dell’oppressore, l’oltraggio del superbo,
le angosce dell’amore disprezzato, le lentezze della legge,
l’insolenza delle autorità, e le umiliazioni
che il merito paziente riceve dagli indegni,
quando da sé, potrebbe darsi quietanza
con un semplice colpo di punta? Chi accetterebbe
di accollarsi quelle some, e grugnire
e sudare sotto il peso della vita,
se non fosse il terrore di qualcosa
dopo la morte, la terra sconosciuta
da dove non torna mai nessuno, a paralizzarci
la volontà, a farci preferire i mali che abbiamo
ad altri di cui non sappiamo niente? Così
la coscienza ci rende codardi, tutti
e così il colore naturale della risolutezza
s’illividisce all’ombra pallida del pensiero
e imprese di gran rilievo e momento
per questo si sviano dal loro corso
e perdono il nome di azioni.
 
(Luigi Squarzina, Newton Compton, Roma, 2003)

Essere o non essere, qui sta il problema: è più degno patire gli strali,
 i colpi di balestra di una fortuna oltraggiosa, o prendere armi contro
un mare di affanni, e contrastandoli por fine a tutto? Morire, dormire,
non altro, e con il sonno dire che si è messo fine alle fitte del cuore,
a ogni infermità naturale alla carne: grazia da chiedere devotamente.
Morire, dormire. Dormire? sognare forse. Ecco il punto: perché nel
sonno di morte quali sogni intervengano a noi sciolti da questo viluppo,
è pensiero che deve arrestarci. Ecco il dubbio che tiene in vita a così
tarda età gli infelici, perché chi vorrebbe subire la sferza e gli sputi del
tempo, i torti dell’oppressore, contumelie dell’uomo arrogante, pene
per l’amore disprezzato, remore in luogo di legge, gli uffici e la loro
insolenza, e gli oltraggi che il merito paziente ha inflitti dalla iniquità,
quando egli stesso nient’altro che con un pugnale, potrebbe far sua
la pace? Chi vorrebbe portare some, gemere, smaniare sotto una
vita opprimente, se lo sgomento di qualcosa dopo la morte, l’inesplorato
dei continenti dalla cui frontiera non c’è viaggiatore che torni, non
intrigasse la volontà, facendo preferire il peso dei mali presenti al volo
verso altri di cui non si sa? E’ la coscienza che ci fa vili, noi quanti siamo.
Così la tinta nativa della risoluzione, si stempera sulla ficca paletta del
pensiero, imprese di grande flusso e momento insabbiano il loro corso
e perdono il nome di azione.



(Alessandro Serpieri, Marsilio, Venezia 2003)

Essere o non essere, questa è la domanda:
se sia più nobile per la mente sopportare
i sassi e le frecce della oltraggiosa fortuna
o prendere le armi contro un mare di affanni
e contrastandoli, finirli. Morire, dormire…
nient’altro, e con un sonno dire fine
alla stretta del cuore e ai mille tumulti naturali
che eredita la carne: è una consumazione
da desiderare devotamente. Morire, dormire.
Dormire, forse sognare. Ah, qui è l’intoppo.
Perché, in quel sonno di morte, quali sogni
Possano venire, dopo che ci siamo cavati
Di dosso questo groviglio mortale,
deve farci esitare. Ecco il motivo
che dà alla sventura così lunga vita.
Perché chi sopporterebbe le frustate e gli insulti
Del tempo, il torto degli oppressori,
l’offesa degli arroganti, gli spasimi
dell’amore disprezzato, il ritardo della legge,
l’insolenza delle cariche ufficiali, e gli insulti
che il merito paziente riceve dagli indegni,
quando da solo potrebbe darsi quietanza
con un semplice stilo? Chi vorrebbe portare pesi,
imprecare e sudare sotto una faticosa vita,
se non fosse che il terrore di qualcosa
dopo la morte, il paese inesplorato
dal cui confine nessun viaggiatore ritorna,
sconcerta la volontà e ci fa sopportare
i mali che abbiamo piuttosto che volare
ad altri che non conosciamo?
Così la coscienza ci rende codardi tutti,
e così il colore naturale della risolutezza
è contagiato dalla pallida cera del pensiero,
e imprese di grande altezza e momento,
per questa causa, deviano dal loro corso
e perdono il nome di azione.