Quando nel 1859
comparve L'origine delle specie di Darwin l'idea di evoluzione degli
organismi non era certamente nuova. Da circa un secolo molti autori
l'avevano sostenuta e discussa senza tuttavia ottenere per essa una
sufficiente credibilità scientifica.
Nella seconda metà del Settecento, specialmente in Francia, alla
iniziale concezione della scala naturale che vedeva in ogni forma
vivente una realtà fissa e statica si era venuta contrapponendo una
visione storica e dinamica della natura. Già nel racconto mitologico
scientifico di Telliamed si era abbozzata una cosmologia
materialistica che comprendeva nelle sue trasformazioni anche le forme
viventi. Buffon nella sua grande opera aveva sviluppato l'idea di una
storicità della natura rifiutando la cosmogonia biblica che fissava in
seimila anni il periodo di tempo trascorso dall'inizio del mondo.
Maupertuis aveva abbozzzato un'ipotesi geniale sulla evoluzione degli
organismi e Buffon analizzando in più punti della sua opera questa
possibilità ritenne tuttavia che l'ipotesi della evoluzione non fosse
sufficientemente provata dai fatti. L'idea di una continua
trasformazione dei viventi doveva però trovare un convinto assertore
in Diderot che vedeva in essa una necessaria conseguenza della sua
concezione materialistica per cui tutta la realtà è coinvolta in un
perenne flusso di mutamenti.
Tale idea di trasformazione dei viventi era legata alla concezione che
la materia avesse una continua ed autonoma capacità creatrice, e la
generazione spontanea, nuovamente asserita per gli organismi più
semplici da vari autori di questo periodo, sembrava costituire una
delle prove più convincenti di questa concezione.
Ma l'idea di un rinnovato prodursi di forme viventi nelle varie epoche
della natura doveva essere elaborata con maggior successo da alcuni
autori che tentarono di conciliarla con il creazionismo tradizionale
rifiutando la concezione materialistica. Robinet e Bonnet pur seguendo
una diversa impostazione scientifica e filosofica ammisero ad esempio
una successiva comparsa di nuove forme di organismi nelle epoche
passate della terra. Tali organismi non risultavano però dalla
modificazione di organismi precedenti ma da semi creati tutti
all'inizio del mondo e sviluppantisi soltanto al momento opportuno.
Bonnet in particolare cercava di conciliare in questo modo l'idea di
ascesa e di perfezionamento della natura con quella di un atto unico
di creazione che non richiedesse un successivo intervento di dio nel
mondo. Lamarck doveva invece sviluppare la sua ampia e approfondita
teoria dell'evoluzione all'inizio dell'Ottotocento senza alcuna
preoccupazione di salvare il creazionismo. Seguendo il pensiero di
molti illuministi la natura è per lui un ordine autonomo della realtà
che può realizzare il piano divino solo in base alle sue proprie leggi.
Tale piano comporta per Lamarck un graduale e progressivo
perfezionamento degli organismi destinato a culminare nell'uomo, e si
realizza mediante una tendenza necessaria della materia vivente a
differenziarsi in forme sempre più complesse che seguono un disegno
uniforme ed ordinato. Le circostanze concrete e differenti in cui
vengono però a trovarsi gli organismi crea in essi il bisogno di
adattarsi e di modificarsi assumendo funzioni e forme che si
allontanano in parte da quel disegno. Ai discendenti viene perciò
trasmesso sia il frutto della necessaria e ordinata differenziazione
della materia vivente sia il risultato di quegli adattamenti prodotti
nelle varie circostanze dall'uso o non uso di determinati organi.
I temi del naturalismo illuministico e l'idea di un progressivo
perfezionarsi delle forme, che realizzano nel tempo la loro ascesa
lungo la scala della natura, trovarono in Germania un'eco importante
nell'opera di Herder a cui si ispirano molti autori appartenenti al
periodo della scienza romantica tedesca. Goethe tende a vedere nella
continuità delle forme viventi la metamorfosi ideale di una forma
percepita direttamente nell'esperienza. Oken ammette invece la
discendenza diretta di tutti gli organismi da una sorta di cellula
primitiva attraverso un tempo mitico in cui la cronologia si confonde
con una derivazione puramente ideale. Meckel infine sviluppa una
teoria dell'evoluzione analoga a quella di Lamarck considerando una
molteplicità più vasta di cause.
Nel complesso le varie teorie dell'evoluzione che vengono formulate
tra il Settecento ed i primi anni dell'Ottocento si rifacevano a dei
procedimenti esplicativi che apparvero ben presto di carattere
speculativo o comunque ipotizzavano processi o forze vitali che la
nuova fisiologia, che sorgeva allora in Francia su basi più
strettamente empiriche, doveva fatalmente respingere. Questa debolezza
nell'individuare le cause dell'evoluzione non toglie però a tali
autori il merito di aver sviluppato alcuni argomenti importanti a
favore dell'esistenza di un processo evolutivo.
Fra gli argomenti più o meno implicitamente addotti ve ne era uno di
carattere filosofico generale, condiviso da molti sostenitori di una
concezione di tipo materialistico o teistico. Per costoro l'universo
poteva essere soggetto ad un flusso continuo di trasformazioni che
doveva coinvolgere anche gli organismi o comunque si doveva ritenere
che con la creazione divina del mondo fossero state fissate soltanto
le leggi in base alle quali doveva scaturire e svilupparsi
necessariamente la vita in tutte le sue forme.
Accanto a queste considerazioni filosofiche assumevano ovviamente un
grande peso alcuni argomenti di carattere più strettamente empirico e
scientifico. Fra cuesti ricorderemo in primo luogo le molteplici
somiglianze di forma e funzione che venivano valorizzate nel modo più
tipico col tentativo, sviluppato specialmente da Lamarck, di porre gli
organismi in una serie lineare continua. Le eventuali lacune fra gli
elementi di questa serie dovevano essere colmate da organismi ancora
ignoti che l'ulteriore ricerca avrebbe scoperto ed analizzato.
Altro argomento molto importante era costituito dalla variabilità che
risultava dalla riproduzione dei viventi. Da un lato si era colpiti
dalle mostruosità che sembravano indicare una evidente plasticità nel
processo della generazione, dall'altro, e questo era il caso più
significativo, si poneva attenzione alle variazioni o meglio alla
comparsa di nuovi caratteri sia nelle specie domestiche che in quelle
selvatiche. Lo stesso Linneo, che nei suoi primi scritti aveva
particolarmente insistito sulla fissità della specie, nelle ultime
edizioni del suo Systema naturae aveva lasciato cadere l'affermazione
che non possono sorgere nuove specie (nullae species novae) ed aveva
sostenuto la possibilità che queste potessero prodursi coll'incrocio
di altre specie più antiche.
Questa teoria che specie vere potessero sorgere attraverso
l'ibridazione venne però confutata prima della fine del Settecento.
Altri autori tuttavia, come il botanico francese Michel Adanson
(1727-1806), osservarono il sorgere di variazioni stabili nelle piante
e giunsero a sostenere la possibilità di una trasformazione delle
specie per effetto dell'ambiente.
Le complesse indagini sviluppate fra il Settecento e l'Ottocento sulle
variazioni delle specie erano volte soprattutto a stabilire dei
criteri precisi nell'opera di slassificazione più che a gettare luce
sul problema generale dell'origine dei viventi. Questo problema
sembrava a molti del tutto irresolubile dal momento che non si era
ancora trovata una concorde soluzione per lo stesso problema della
generazione, che aveva suscitato la prolungata ed ancora irrisolta
contrapposizione fra preformisti ed epigenetisti. Questi ultimi al
contrario dei primi erano in genere i più disposti ad ammettere sia la
generazione spontanea che un'evoluzione dei viventi, come risulta
chiaramente nel caso di Lamarck e di Erasmus Darwin.
Un altro argomento su cui si basavano nel Settecento alcuni
sostenitori della teoria evoluzionistica degli animali era l'esistenza
di un piano fondamentale nella forma anatomica degli organismi che
avrebbe indicato la loro discendenza da un essere primitivo. Questa
comunanza di organizzazione poteva però essere anche interpretata in
senso creazionistico, cioè come il modello secondo cui il sommo
artefice aveva forgiato gli esseri viventi, oppure poteva essere
considerata come una struttura ideale che attraverso un processo
platonico di derivazione si dispiegava nelle forme, come sostennero
alcuni autori tedeschi specialmente nel periodo romantico.
Nei primi decenni dell'Ottocento Geoffroy Saint-Hilaire anch'egli
sostenitore di una teoria evoluzionistica cercò di dimostrare
l'esistenza di un piano comune anche per forme molto diverse di
animali. La decisa e convincente opposizione di Cuvier a questa tesi,
doveva culminare nella famosa disputa all'Accademia delle scienze di
Parigi nel 1830, ed inferire un duro colpo a questa presunta prova
della teoria dell'evoluzione. Cuvier introducendo con la sua anatomia
comparata una distinzione netta fra quattro piani fondamentali,
secondo cui raggruppare le varie forme animali, non solo respingeva la
tesi di Geoffroy Saint-Hilaire ma ance quella di Lamarck per cui gli
animali potevano essere posti in una serie continua.
Cuvier, quale tipico rappresentante di una cultura di reazione al
naturalismo illuministico, elabora e sviluppa nel modo più preciso
tutti i motivi che potevano essere addotti dalla scienza del suo tempo
contro la teoria della trasformazione della specie. Egli rileva non
solo il carattere estremamente limitato delle variazioni e l'assenza
di forme intermedie fra le singole specie, ma osserva che in base al
principio di correlazione degli organi l'emergere di una modificazione
rilevante in un dato organo non è compatibile con l'armonica
connessione di tutte le parti del vivente.
Ma è soprattutto quale artefice di un nuovo indirizzo di ricerca, la
paleontologia, che Cuvier accreditò nel modo più autorevole e
convincente la concezione fissista e creazionista della specie. Il
ritrovamento di resti fossili di organismi, considerati a lungo dai
teologi e dai naturalisti come la testimonianza del diluvio biblico,
era stata considerata a poco a poco come la traccia di molteplici e
profondi cambiamenti nel passato della terra che avevano dovuto
coinvolgere anche le forme viventi. Si era così giunti nel Settecento,
attraverso gli studi geologici, all'idea che tali cambiamenti si erano
svolti in epoche successive, che alcuni consideravano coincidenti in
modo simbolico coi sei giorni della creazione.
Malgrado la nuova concezione storica della natura sviluppata
specialmente nell'opera di Buffon e l'eventuale ammissione di una
successiva comparsa delle forme viventi, il clima culturale prevalente
nel Settecento era però ancora favorevole al creazionismo e quindi
all'idea che un breve periodo di tempo fosse trascorso dall'inizio del
mondo; appariva perciò difficile ammettere che le passate vicende
della natura si fossero svolte per effetto delle semplici forze
naturali e soprattutto che i processi derivanti da tali forze fossero
quelli tuttora osservabili. Si riteneva perciò che le azioni delle
acque o eventualmente quelle del calore responsabili delle passate
trasformazioni della terra (secondo i nettunisti o i vulcanisti) si
fossero prodotte in modo violento cioè attraverso catastrofi.
Solo mediante tali catastrofi si poteva ad esempio ammettere che in un
tempo relativamente breve le acque avessero raggiunto e poi
abbandonato le attuali montagne lasciandovi resti fossili di animali
marini. Solo in tal modo si riusciva a conciliare il racconto biblico
con la storia della terra considerando il diluvio universale l'ultima
delle grandi catastrofi note a memoria d'uomo.
Cuvier nello sviluppare le sue ricerche paleontologiche ed in
particolare nel Discorso sulle rivolugioni della superficie del globo
(1812) si fece convinto assertore del catastrofismo giungendo anche
attraverso di esso a negare la teoria dell 'evoluzione. La
discontinuità da lui posta fra i quattro piani fondamentali, a cui si
dovevano ricondurre le varie forme animali, trovava un riscontro anche
nello studio degli animali fossili. Nell'esplorazione del bacino di
Parigi egli osservò bruschi passaggi da strati contenenti resti di
animali marini a strati in cui si trovavano fossili di animali d'acqua
dolce, a strati infine in cui non appariva alcuna residua traccia di
vita. Ogni epoca geologica aveva dunque avuto una fauna e flora
caratteristica e quasi nessuna specie era sopravvissuta fra un'epoca e
la successiva.
Cuvier non si pronuncia sul periodo di tempo né sulle cause precise
delle successive catastrofi che avevano distrutto gli abitanti della
terra. Sicuro era comunque che tali cause avevano agito violentemente
in un modo che non era più attualmente osservabile. Anche il
ritrovamento di antichi animali quasi intatti sepolti nelle nevi delle
regioni siberiane sembrava provare che la loro morte era dovuta ad
improvvisi cataclismi.
Queste specie animali erano definitivamente scomparse dalla terra,
come quelle dei grandi mastodonti le cui ossa erano state da pochi
anni ritrovate in America e ciò deponeva per il carattere estremamente
esteso delle grandi catastrofi. Cuvier non dichiara che dopo ciascuna
di queste le nuove specie dell'epoca successiva siano state
direttamente create da dio. Gli è sufficiente provare che le specie
scomparse violentemente nella loro quasi totalità non possono aver
prodotto per discendenza quelle dell'epoca successiva, come poteva
sostenere Lamarck. La nuova paleontologia sviluppata nell'ambito del
catastrofismo risultava quinti una nuova confutazione della teoria
evoluzionistica.
Resti fossili di uomini non erano stati ancora trovati nei primi
decenni dell'Ottocento e quindi appariva ovvio secondo Cuvier che la
loro comparsa sulla terra doveva essere molto recente. Doveva cioè
risalire al periodo precedente l'ultima grande catastrofe cioè il
diluvio universale narrato dalla Bibbia.
Cuvier non cerca tuttavia dí conciliare direttamente la paleontologia
con le Sacre Scritture. Con il suo stile distaccato ed oggettivo egli
realizza un ideale di scientificità del tutto moderno ispirato alla
cautela ed alieno da ogni speculazione. Ma proprio per questo risultò
più efficace la sua confutazione dell'evoluzionismo ed il sostanziale
appoggio alla tradizione religiosa che riacquistava sempre più la sua
egemonia nel clima culturale e politico della restaurazione.