Home Indice Darwin Biografia Scienze Novità E-mail

La teoria dell'evoluzione

e l'opera di Charles Darwin

site map

 

Home Page
 About this site
indice Darwin
biografia
scienze
  Research
cerca nel sito
mappa del sito
news
archives

  

L'origine delle specie
Richiami storici

Quando nel 1859 comparve L'origine delle specie di Darwin l'idea di evoluzione degli organismi non era certamente nuova. Da circa un secolo molti autori l'avevano sostenuta e discussa senza tuttavia ottenere per essa una sufficiente credibilità scientifica.
Nella seconda metà del Settecento, specialmente in Francia, alla iniziale concezione della scala naturale che vedeva in ogni forma vivente una realtà fissa e statica si era venuta contrapponendo una visione storica e dinamica della natura. Già nel racconto mitologico scientifico di Telliamed si era abbozzata una cosmologia materialistica che comprendeva nelle sue trasformazioni anche le forme viventi. Buffon nella sua grande opera aveva sviluppato l'idea di una storicità della natura rifiutando la cosmogonia biblica che fissava in seimila anni il periodo di tempo trascorso dall'inizio del mondo. Maupertuis aveva abbozzzato un'ipotesi geniale sulla evoluzione degli organismi e Buffon analizzando in più punti della sua opera questa possibilità ritenne tuttavia che l'ipotesi della evoluzione non fosse sufficientemente provata dai fatti. L'idea di una continua trasformazione dei viventi doveva però trovare un convinto assertore in Diderot che vedeva in essa una necessaria conseguenza della sua concezione materialistica per cui tutta la realtà è coinvolta in un perenne flusso di mutamenti.
Tale idea di trasformazione dei viventi era legata alla concezione che la materia avesse una continua ed autonoma capacità creatrice, e la generazione spontanea, nuovamente asserita per gli organismi più semplici da vari autori di questo periodo, sembrava costituire una delle prove più convincenti di questa concezione.
Ma l'idea di un rinnovato prodursi di forme viventi nelle varie epoche della natura doveva essere elaborata con maggior successo da alcuni autori che tentarono di conciliarla con il creazionismo tradizionale rifiutando la concezione materialistica. Robinet e Bonnet pur seguendo una diversa impostazione scientifica e filosofica ammisero ad esempio una successiva comparsa di nuove forme di organismi nelle epoche passate della terra. Tali organismi non risultavano però dalla modificazione di organismi precedenti ma da semi creati tutti all'inizio del mondo e sviluppantisi soltanto al momento opportuno.
Bonnet in particolare cercava di conciliare in questo modo l'idea di ascesa e di perfezionamento della natura con quella di un atto unico di creazione che non richiedesse un successivo intervento di dio nel mondo. Lamarck doveva invece sviluppare la sua ampia e approfondita teoria dell'evoluzione all'inizio dell'Ottotocento senza alcuna preoccupazione di salvare il creazionismo. Seguendo il pensiero di molti illuministi la natura è per lui un ordine autonomo della realtà che può realizzare il piano divino solo in base alle sue proprie leggi.
Tale piano comporta per Lamarck un graduale e progressivo perfezionamento degli organismi destinato a culminare nell'uomo, e si realizza mediante una tendenza necessaria della materia vivente a differenziarsi in forme sempre più complesse che seguono un disegno uniforme ed ordinato. Le circostanze concrete e differenti in cui vengono però a trovarsi gli organismi crea in essi il bisogno di adattarsi e di modificarsi assumendo funzioni e forme che si allontanano in parte da quel disegno. Ai discendenti viene perciò trasmesso sia il frutto della necessaria e ordinata differenziazione della materia vivente sia il risultato di quegli adattamenti prodotti nelle varie circostanze dall'uso o non uso di determinati organi.
I temi del naturalismo illuministico e l'idea di un progressivo perfezionarsi delle forme, che realizzano nel tempo la loro ascesa lungo la scala della natura, trovarono in Germania un'eco importante nell'opera di Herder a cui si ispirano molti autori appartenenti al periodo della scienza romantica tedesca. Goethe tende a vedere nella continuità delle forme viventi la metamorfosi ideale di una forma percepita direttamente nell'esperienza. Oken ammette invece la discendenza diretta di tutti gli organismi da una sorta di cellula primitiva attraverso un tempo mitico in cui la cronologia si confonde con una derivazione puramente ideale. Meckel infine sviluppa una teoria dell'evoluzione analoga a quella di Lamarck considerando una molteplicità più vasta di cause.
Nel complesso le varie teorie dell'evoluzione che vengono formulate tra il Settecento ed i primi anni dell'Ottocento si rifacevano a dei procedimenti esplicativi che apparvero ben presto di carattere speculativo o comunque ipotizzavano processi o forze vitali che la nuova fisiologia, che sorgeva allora in Francia su basi più strettamente empiriche, doveva fatalmente respingere. Questa debolezza nell'individuare le cause dell'evoluzione non toglie però a tali autori il merito di aver sviluppato alcuni argomenti importanti a favore dell'esistenza di un processo evolutivo.
Fra gli argomenti più o meno implicitamente addotti ve ne era uno di carattere filosofico generale, condiviso da molti sostenitori di una concezione di tipo materialistico o teistico. Per costoro l'universo poteva essere soggetto ad un flusso continuo di trasformazioni che doveva coinvolgere anche gli organismi o comunque si doveva ritenere che con la creazione divina del mondo fossero state fissate soltanto le leggi in base alle quali doveva scaturire e svilupparsi necessariamente la vita in tutte le sue forme.
Accanto a queste considerazioni filosofiche assumevano ovviamente un grande peso alcuni argomenti di carattere più strettamente empirico e scientifico. Fra cuesti ricorderemo in primo luogo le molteplici somiglianze di forma e funzione che venivano valorizzate nel modo più tipico col tentativo, sviluppato specialmente da Lamarck, di porre gli organismi in una serie lineare continua. Le eventuali lacune fra gli elementi di questa serie dovevano essere colmate da organismi ancora ignoti che l'ulteriore ricerca avrebbe scoperto ed analizzato.
Altro argomento molto importante era costituito dalla variabilità che risultava dalla riproduzione dei viventi. Da un lato si era colpiti dalle mostruosità che sembravano indicare una evidente plasticità nel processo della generazione, dall'altro, e questo era il caso più significativo, si poneva attenzione alle variazioni o meglio alla comparsa di nuovi caratteri sia nelle specie domestiche che in quelle selvatiche. Lo stesso Linneo, che nei suoi primi scritti aveva particolarmente insistito sulla fissità della specie, nelle ultime edizioni del suo Systema naturae aveva lasciato cadere l'affermazione che non possono sorgere nuove specie (nullae species novae) ed aveva sostenuto la possibilità che queste potessero prodursi coll'incrocio di altre specie più antiche.
Questa teoria che specie vere potessero sorgere attraverso l'ibridazione venne però confutata prima della fine del Settecento. Altri autori tuttavia, come il botanico francese Michel Adanson (1727-1806), osservarono il sorgere di variazioni stabili nelle piante e giunsero a sostenere la possibilità di una trasformazione delle specie per effetto dell'ambiente.
Le complesse indagini sviluppate fra il Settecento e l'Ottocento sulle variazioni delle specie erano volte soprattutto a stabilire dei criteri precisi nell'opera di slassificazione più che a gettare luce sul problema generale dell'origine dei viventi. Questo problema sembrava a molti del tutto irresolubile dal momento che non si era ancora trovata una concorde soluzione per lo stesso problema della generazione, che aveva suscitato la prolungata ed ancora irrisolta contrapposizione fra preformisti ed epigenetisti. Questi ultimi al contrario dei primi erano in genere i più disposti ad ammettere sia la generazione spontanea che un'evoluzione dei viventi, come risulta chiaramente nel caso di Lamarck e di Erasmus Darwin.
Un altro argomento su cui si basavano nel Settecento alcuni sostenitori della teoria evoluzionistica degli animali era l'esistenza di un piano fondamentale nella forma anatomica degli organismi che avrebbe indicato la loro discendenza da un essere primitivo. Questa comunanza di organizzazione poteva però essere anche interpretata in senso creazionistico, cioè come il modello secondo cui il sommo artefice aveva forgiato gli esseri viventi, oppure poteva essere considerata come una struttura ideale che attraverso un processo platonico di derivazione si dispiegava nelle forme, come sostennero alcuni autori tedeschi specialmente nel periodo romantico.
Nei primi decenni dell'Ottocento Geoffroy Saint-Hilaire anch'egli sostenitore di una teoria evoluzionistica cercò di dimostrare l'esistenza di un piano comune anche per forme molto diverse di animali. La decisa e convincente opposizione di Cuvier a questa tesi, doveva culminare nella famosa disputa all'Accademia delle scienze di Parigi nel 1830, ed inferire un duro colpo a questa presunta prova della teoria dell'evoluzione. Cuvier introducendo con la sua anatomia comparata una distinzione netta fra quattro piani fondamentali, secondo cui raggruppare le varie forme animali, non solo respingeva la tesi di Geoffroy Saint-Hilaire ma ance quella di Lamarck per cui gli animali potevano essere posti in una serie continua.
Cuvier, quale tipico rappresentante di una cultura di reazione al naturalismo illuministico, elabora e sviluppa nel modo più preciso tutti i motivi che potevano essere addotti dalla scienza del suo tempo contro la teoria della trasformazione della specie. Egli rileva non solo il carattere estremamente limitato delle variazioni e l'assenza di forme intermedie fra le singole specie, ma osserva che in base al principio di correlazione degli organi l'emergere di una modificazione rilevante in un dato organo non è compatibile con l'armonica connessione di tutte le parti del vivente.
Ma è soprattutto quale artefice di un nuovo indirizzo di ricerca, la paleontologia, che Cuvier accreditò nel modo più autorevole e convincente la concezione fissista e creazionista della specie. Il ritrovamento di resti fossili di organismi, considerati a lungo dai teologi e dai naturalisti come la testimonianza del diluvio biblico, era stata considerata a poco a poco come la traccia di molteplici e profondi cambiamenti nel passato della terra che avevano dovuto coinvolgere anche le forme viventi. Si era così giunti nel Settecento, attraverso gli studi geologici, all'idea che tali cambiamenti si erano svolti in epoche successive, che alcuni consideravano coincidenti in modo simbolico coi sei giorni della creazione.
Malgrado la nuova concezione storica della natura sviluppata specialmente nell'opera di Buffon e l'eventuale ammissione di una successiva comparsa delle forme viventi, il clima culturale prevalente nel Settecento era però ancora favorevole al creazionismo e quindi all'idea che un breve periodo di tempo fosse trascorso dall'inizio del mondo; appariva perciò difficile ammettere che le passate vicende della natura si fossero svolte per effetto delle semplici forze naturali e soprattutto che i processi derivanti da tali forze fossero quelli tuttora osservabili. Si riteneva perciò che le azioni delle acque o eventualmente quelle del calore responsabili delle passate trasformazioni della terra (secondo i nettunisti o i vulcanisti) si fossero prodotte in modo violento cioè attraverso catastrofi.
Solo mediante tali catastrofi si poteva ad esempio ammettere che in un tempo relativamente breve le acque avessero raggiunto e poi abbandonato le attuali montagne lasciandovi resti fossili di animali marini. Solo in tal modo si riusciva a conciliare il racconto biblico con la storia della terra considerando il diluvio universale l'ultima delle grandi catastrofi note a memoria d'uomo.
Cuvier nello sviluppare le sue ricerche paleontologiche ed in particolare nel Discorso sulle rivolugioni della superficie del globo (1812) si fece convinto assertore del catastrofismo giungendo anche attraverso di esso a negare la teoria dell 'evoluzione. La discontinuità da lui posta fra i quattro piani fondamentali, a cui si dovevano ricondurre le varie forme animali, trovava un riscontro anche nello studio degli animali fossili. Nell'esplorazione del bacino di Parigi egli osservò bruschi passaggi da strati contenenti resti di animali marini a strati in cui si trovavano fossili di animali d'acqua dolce, a strati infine in cui non appariva alcuna residua traccia di vita. Ogni epoca geologica aveva dunque avuto una fauna e flora caratteristica e quasi nessuna specie era sopravvissuta fra un'epoca e la successiva.
Cuvier non si pronuncia sul periodo di tempo né sulle cause precise delle successive catastrofi che avevano distrutto gli abitanti della terra. Sicuro era comunque che tali cause avevano agito violentemente in un modo che non era più attualmente osservabile. Anche il ritrovamento di antichi animali quasi intatti sepolti nelle nevi delle regioni siberiane sembrava provare che la loro morte era dovuta ad improvvisi cataclismi.
Queste specie animali erano definitivamente scomparse dalla terra, come quelle dei grandi mastodonti le cui ossa erano state da pochi anni ritrovate in America e ciò deponeva per il carattere estremamente esteso delle grandi catastrofi. Cuvier non dichiara che dopo ciascuna di queste le nuove specie dell'epoca successiva siano state direttamente create da dio. Gli è sufficiente provare che le specie scomparse violentemente nella loro quasi totalità non possono aver prodotto per discendenza quelle dell'epoca successiva, come poteva sostenere Lamarck. La nuova paleontologia sviluppata nell'ambito del catastrofismo risultava quinti una nuova confutazione della teoria evoluzionistica.
Resti fossili di uomini non erano stati ancora trovati nei primi decenni dell'Ottocento e quindi appariva ovvio secondo Cuvier che la loro comparsa sulla terra doveva essere molto recente. Doveva cioè risalire al periodo precedente l'ultima grande catastrofe cioè il diluvio universale narrato dalla Bibbia.
Cuvier non cerca tuttavia dí conciliare direttamente la paleontologia con le Sacre Scritture. Con il suo stile distaccato ed oggettivo egli realizza un ideale di scientificità del tutto moderno ispirato alla cautela ed alieno da ogni speculazione. Ma proprio per questo risultò più efficace la sua confutazione dell'evoluzionismo ed il sostanziale appoggio alla tradizione religiosa che riacquistava sempre più la sua egemonia nel clima culturale e politico della restaurazione.  

 www.parodos.it