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L'origine delle specie
Geologia e tradizione religiosa in Inghilterra
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In Inghilterra
più che sul continente europeo erano tradizionalmente profondi i
legami fra il pensiero religioso e la nuova scienza. Ovunque il quadro
della natura svelato dalle nuove ricerche era volto ad esaltare la
saggezza e la provvidenza del creatore. Nel clima di reazione alla
rivoluzione francese questo atteggiamento venne ad accentuarsi e la
teoria catastrofista di Cuvier venne utilizzata ampiamente per
restaurare quella cultura ossequente alla tradizione biblica che anche
in questo paese era stata attaccata dai seguaci dell'illuminismo fra i
quali si può annoverare anche Erasmus Darwin nonno di Charles.
Caratteristico dì tale clima è l'atteggiamento del reverendo William
Buckland (1784-1856) che godendo grande fama di naturalista presso i
contemporanei si accinse a chiarire come la dottrina delle catastrofi
non solo allontanava dalla geologia ogni sospetto di essere scienza
pericolosa per la religione ma forniva anche motivi profondi per
confermare la verità delle Scritture. Ciò risulta da una prolusione da
lui tenuta ad Oxford nel 1820 dal titolo Vindiciae geologiae ; or the
connexion of geology with religion explained (Rivendicazioni della
geologia; ovvero la spiegazione del
legame della geologia con la religione).
La geologia presenta infatti secondo Buckland il grande vantaggio
rispetto a tutte le scienze, dì indicare chiaramente l'intervento
soprannaturale dì dio nelle vicende del mondo. Le altre scienze ed in
particolare l'astronomia, pur fornendo le prove più ammirevoli del
disegno e della provvidenza esercitate dal creatore hanno tuttavia il
difetto di suggerire che « il sistema dell'universo è guidato dalla
forza di leggi impresse originariamente alla materia senza la
necessità di una nuova interferenza o di una continua supervisione da
parte del creatore. La geologia respinge invece questa erronea
convinzione mostrando come la struttura della terra è il risultato di
numerose e violente convulsioni susseguenti alla sua originaria
formazione » e dovute all'intervento ripetuto di dio nel corso della
natura. Per quanto ampi possano essere í periodi trascorsi tra
ciascuna delle grandi catastrofi è scientificamente certo per Buckland
che il diluvio universale è l'ultima di esse e che l'uomo non può
avere che poche migliaia di anni.
Durante i primi decenni dell'Ottocento l'affermarsi della concezione
carastrofista era strettamente legata alla convinzione che nei
successivi strati geologici non solo vi fossero i resti di forme
viventi ormai scomparse ma si presentassero
man mano esseri sempre più
complessi nella loro organizzazione. Questa progressiva comparsa di
forme sempre più perfezionate di viventi era in un certo senso il
corrispettivo, nel campo della paleontologia, della scala naturale
cioè di quella serie ascendente che si tendeva nel Settecento a
stabilire fra le forme attualmente viventi. Tale progressiva comparsa
di viventi era interpretata come l'attuazione di un piano divino che
aveva sviluppato in epoche successive la vita per giungere all'uomo
come coronamento della creazione.
Nel Settecento anche Bonnet aveva sostenuto un'analoga concezione
ammettendo tuttavia, come si è accennato, che la comparsa di forme
sempre più perfezionate era dovuta allo sviluppo di germi tutti
preformati al momento della creazione e destinati a dispiegarsi
ordinatamente dopo ogni catastrofe per cause puramente naturali e
quindi senza richiedere alcun diretto intervento divino. I sostenitori
di questa concezione, detta progressionismo, fra i quali vi fu anche
il grande geologo svizzero-americano Jean Louis Agassiz (1807-73),
ritengono invece che sia necessario un intervento diretto di dio per
produrre dopo ogni catastrofe forme sempre più perfezionate sino alla
creazione in tempi più recenti dell'essere più eminente cioè l'uomo.
Il progressionismo vedeva così nei resti fossili non solo una
testimonianza del diluvio universale, un ammonimento ed un ricordo del
peccato dell'uomo e dell'ira divina, ma anche una sorta di « profezia
geologica » su quel disegno della natura che doveva culminare con
l'uomo.
Il catastrofismo ed il progressionismo, sviluppatisi specialmente
nella tradizione scientifico-religiosa caratteristica della cultura
inglese ravvivatasi con la reazione all'illuminismo ed alla
rivoluzione francese, cominciarono a declinare a partire dagli anni
trenta dell'Ottocento. Ciò fu dovuto in particolare all'opera di
Charles Lyell (1797-1875), avvocato e giornalista che si dedicò con
profonda competenza alla geologia e la cui opera The principles of
geology (I principi della geologia, 1830-32) esercitò una forte
influenza non solo in questo settore di studi ma anche sulla
formazione del giovane Darwin. Lyell si contrappose in modo deciso al
catastrofismo sostenendo che tutte le trasformazioni passate della
terra
devono essere interpretate in base alle cause che attualmente si
esercitano sulla sua superficie, come l'erosione dei venti e delle
acque, l'azione dei vulcani, ecc.
Questa concezione definita uniformismo non poteva considerarsi nuova
nel pensiero scientifico inglese anche se nuovi erano molti degli
argomenti addotti a suo favore da Lyell. L'uniformismo era stato
infatti sostenuto con estremo impegno dallo scozzese James Hutton
(1726-97) il quale nell'anno stesso della morte di Buffon pubblicò
un'opera, Theory of the earth (Teoria della terra, 1788) che tendeva a
superare sia la controversia fra nettunisti e vulcanisti, sia lo
stretto legame fra geologia e Sacre Scritture.
A differenza di Buffon, che risente l'influenza di una tradizione
cartesiana, Hutton non si pone il problema cosmologico dell'origine
della terra. Come Newton aveva stabilito nel mondo astronomico un
sistema in grado di conservare l'equilibrio nel movimento dei pianeti
così egli ritiene che anche per i movimenti che concernono la
superficie del nostro globo sia possibile individuare un sisterre di
equilibrio fra le sue varie trasformazioni. Tali trasformazioni sono
costituite da tre processi fondamentali: la formazione di strati
regolari prodotta dalla graduale deposizione di sostanze sul fondo
degli oceani, la loro solidificazione ed il loro sollevamento dovuto
alla pressione ed al calore sotterranei ed infine l'erosione
superficiale dovuta al vento, all'acqua e all'azione degli organismi.
La crosta terrestre viene così a costituire un sistema fisico analogo
a quello astronomico. Nel sistema astronomico si ha un equilibrio fra
forze centripete gravitazionali e forze centrifughe inerziali, in
quello terrestre si ha una sorta di alterno equilibrio fra forze
distruttive (erosione) e forze costruttive (deposizione e sollevamento
per opera del calore sotterraneo). La terra attraverso il bilanciarsi
di processi contrapposti si comporta quasi come « il corpo di un
animale che è continuamente consumato e nello stesso tempo
ricostituito ».
L'alternanza delle forze erosive e costruttive viene a realizzare le
condizioni geologiche ideali perché la vita si possa conservare sulla
terra. In questo senso Hutton accetta la concezione finalistica della
grande macchina del mondo estendendola dalla astronomia alla geologia.
La struttura della terra rivela nelle sue vicende cicliche la saggezza
del creatore ed ingiustamente i contemporanei accusarono Hutton di
importare in Scozia il deprecato ateismo del barone d'Holbach. La sua
effettiva rottura con la tradizione religiosa consiste nell'aver
semplicemente ignorato il diluvio universale e nell'aver introdotto
una concezione non cristiana ma « pagana » del tempo. Nelle
trasformazioni terrestri, egli dice infatti, « non troviamo traccia di
un inizio, né prospettiva di una fine ».
L'introduzione da parte di Hutton di una dimensione illimitata del
tempo nasceva in fondo dall'esigenza di estendere il processo ciclico
e di equilibrio delle trasformazioni terrestri al di là di ogni limite
temporale che potesse in qualche modo rendere precarie la validità
delle leggi fisiche che governano i movimenti della crosta terrestre.
Per la storia della terra o meglio per il suo trasformarsi ciclico il
ricordo degli storici non poteva avere alcun peso, ma occorreva
introdurre un nuovo principio di misura del tempo che si fondasse sui
fenomeni stessi della geologia.
Nel clima di conservatorismo scientifico filosofico della cultura
inglese la concezione di Hutton ebbe scarsa eco. Solo con la citata
opera di Lyell del 1830 si ebbe la ripresa ed un decisivo sviluppo
dell'uniformismo.
Come Hutton anche Lyell ritiene che la scienza non deve occuparsi
delle origini dell'universo, una « questione metafisica, degna di un
teologo ». Lo studio della geologia deve limitarsi a trattare del
passato in base all'analogia con le forze naturali che agiscono nel
presente e che permettono di interpretare l'ormai ampio materiale
osservativo raccolto dai geologi. D'altronde il numero delle
catastrofi che veniva richiesto per spiegare tali dati appariva a
molti troppo elevato e portava quinti ad ammettere un eccessivo numero
di interventi del creatore nel corso della natura. Per alcuni poi lo
stesso racconto biblico non sembrava confermare l'esistenza di un
diluvio veramente universale, se si pensa che la colomba, la quale
reca un ramoscello d'ulivo all'arca di Noè, doveva provenire da
qualche zona rimasta scoperta dalle acque.
Per Lyell tuttavia questi argomenti di natura teologica hanno un peso
minimo. Egli rileva innanzitutto che l'apparente discontinuità fra le
forme fossili degli strati successivi è spesso un fatto locale che non
trova riscontro in altre zone geografiche. Oltre a ciò in strati molto
antichi possono essere rinvenuti fossili solitamente considerati di
periodo più recente. Non si può infine trascurare l'eventualità che
molti fossili siano andati distrutti per le stesse forze erosive che
agiscono sugli strati.
E' solo per una limitata prospettiva, sia nell'assunzione degli
intervalli di tempo, sia nel reperto di fenomeni che avvengono al di
fuori della comune portata osservativa, che è stato necessario
ricorrere alla speculazione catastrofista. Gli agenti di
trasformazione attualmente conosciuti quali la sedimentazione,
l'attività vulcanica, l'erosione, ecc. sono sufficienti a spiegare le
passate vicende della terra, solo se si ha il coraggio di introdurre
una scala del tempo infinitamente ampia paragonabile a quella che per
lo spazio fu assunta nell'astronomia del XVII secolo. « Sino a quando
Descartes, » afferma Lyell, « non ammise l'estensione indefinita degli
spazi celesti, rimovendo i supposti limiti dell'universo, fu
impossibile cominciare ad avere una giusta opinione sulle distanze
relative fra i corpi celesti; e sinché noi non ci abitueremo a
considerare la possibilità che indefiniti periodi di tempo sono
trascorsi tra ciascuno dei periodi più moderni della storia della
terra, noi correremo il pericolo di formarci le concezioni più erronee
e parziali in geologia... »
L'esplicita confutazione del catastrofismo operata da Lyell veniva
anche a coinvolgere il problema degli organismi viventi, i cui reperti
fossili succedentisi in modo discontinuo e la cui scomparsa definitiva
avevano costituito uno dei punti di appoggio della teoria
catastrofista. Lyell affronta perciò nel secondo volume dei suoi
Principles of geology il problema degli organismi viventi nel
tentativo di dimostrare che i fossili non sono organismi scomparsi per
cataclismi improvvisi ma per diverse condizioni di lenta interazione
con l'ambiente. Il pensiero biologico di Lyell, pur trascurato dagli
storici, assume in tale prospettiva un'importanza decisiva per l'opera
successiva di Darwin.
Proponendosi anche di respingere il progressionismo, condiviso dalla
grande maggioranza dei sostenitori della teoria catastrofista, egli
doveva inoltre contestare l'idea che alle specie estinte se ne fossero
sostituite altre più organizzate. Occorreva a questo proposito
confutare la tesi che le specie estinte fossero gli antenati di quelle
attuali, tesi questa che era stata sostenuta nel modo più ampio ed
elaborato da Lamarck. All'opera di quest'autore egli dedica così nel
secondo volume dei suoi Principi un'analisi estremamente accurata, che
fu forse la più ampia dedicata nell'Ottocento allo spesso vilipeso e
trascurato evoluzionista francese.
Lyell usa contro Lamarck alcuni degli argomenti già sviluppati da
Cuvier ed in particolare quello della scarsa variabilità che può
essere riscontrabile nelle forme attualmente viventi. Inoltre la
diversità dei piani strutturali riscontrabili nei vari gruppi animali,
anche in quelli fossili, depone a favore di una stabilità delle forme
attualmente viventi. Osserva poi che tale diversità dei piani
strutturali riscontrabile, anche negli animali fossili, depone a
favore di una stabilità delle forme viventi attraverso le varie epoche
passate della terra. Quanto alla successiva comparsa di nuove specie
nei diversi strati geologici egli ritiene che essa non possa
considerarsi così drastica come sostengono i progressionisti, sia per
l'inadeguatezza dei reperti fossili (che non garantirebbe l'effettiva
scomparsa delle specie ritenute più antiche), sia per la possibilità,
già sostenuta da Cuvier, che molte differenze fra un'epoca ed un'altra
non siano il prodotto di nuove creazioni o generazioni, bensì il
risultato di immigrazioni da altre aree.
Alla diffusione di forme animali da altre zone geografiche Lyell
dedica un particolare attenzione. Queste diffusioni possono essere il
risultato di cambiamenti ambientali e climatici in base ai quali è
possibile comprendere sia la scomparsa di alcune specie che la
migrazione ed il prevalere di altre.
Tali cambiamenti pongono in luce le particolari interazioni esistenti
fra gli organismi e specialmente la « lotta per l'esistenza » che si
svolge fra di essi. Già il botanico svizzero Alphonse de Candolle
(1778-1841) aveva posto in rilievo questa condizione generale di
competitività e Lyell vede in essa un fattore capace di spiegare senza
catastrofi la scomparsa di alcune specie in determinate aree.
Così per poter negare che la estinzione delle specie sia dovuta a
cause violente ed improvvise, Lyell giunge in un certo senso ad
individuare l'aspetto negativo cioè distruttivo della selezione
naturale (che si esercita sulle specie meno adatte). Darwin saprà
rilevare di tale processo anche l'aspetto positivo o creativo. Ma se
la distruzione delle specie risultava dal processo regolare di
interazione con l'ambiente non si poteva ammettere che per le stesse
cause potessero sorgere nuove specie? Lyell si era posto questa
domanda analizzando la soluzione evoluzionistica di Lamarck e aveva
dato una risposta negativa sostenendo che l'origine delle specie è una
questione di fronte alla quale non si può formulare alcuna plausibile
congettura.
L'ammissione che ignota è la causa del primo sorgere degli organismi
appare coerente con la sua posizione di uniformista secondo cui tutto
il sistema della natura è un processo equilibrato di trasformazione
realizzantesi solo mediante cause attualmente agenti ed esclude quindi
ogni intervento soprannaturale. A tale intervento si rifacevano
infatti i progressionisti contro i quali egli aveva sviluppato la sua
critica. « La scuola uniformista, » rileva infatti Loren Eiseley, « è
essenzialmente una rivolta contro la concezione cristiana del tempo
come limitato e contenente una direzione storica e a cui è
costantemente immanente l'intervento soprannaturale. » Per la
concezione uniformista, quale veniva sviluppata coerentemente da Lyell,
ammettere una progressiva trasformazione delle forme biologiche
significava inoltre abbandonare quei principi con cui si estendeva
alle trarormazioni della crosta terrestre l'idea newtoniana di una
macchina che conserva in modo costante i propri movimenti.
Il progressionismo, spogliato dei suoi elementi soprannaturali, era
tuttavia destinato a convergere nell'uniformismo e a ritrovare in esso
alcuni criteri decisivi per lo sviluppo della teoria scientifica
dell'evoluzione biologica formulata in particolare da Darwin.
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