L'origine delle specie
Charles Darwin ed il viaggio sul «Beagle»
Nello stesso
anno 1844 in cui era uscita la famosa opera di Chambers, un «
gentleman naturalist », ormai noto al mondo scientifico per alcune sue
opere di indubbio valore, stendeva per suo uso privato in poco più di
duecento pagine le linee generali di una teoria dell'evoluzione delle
specie destinata ad avere un'influenza profonda su tutta la cultura
occidentale.
Questo naturalista che viveva ritirato a Down poco lontano da Londra
era Charles Darwin (1809-82). Era nato a Shrewsbury da una famiglia di
idee liberali il cui più illustre rappresentante Erasmus Darwin era
stato a suo modo un seguace del naturalismo illuministico ed aveva
formulato una teoria dell'evoluzione, già da noi ricordata, la cui eco
doveva imprimersi nella mente del giovane Charles. Il padre di questi
anch'egli medico inviò il figlio ad Edimburgo per compiervi gli studi
di medicina, ma questi non suscitarono in lui alcun interesse e ben
scarsa applicazione. Più propensione il giovane mostrava per le
scienze narurali, coltivate spesso con l'osservazione diretta durante
escursioni in campagna o partite di caccia. A Edimburgo egli trovò chi
gli parlò con favore dell'opera di Lamarck ma i contatti più proficui
per i suoi orientamenti scientifici li ebbe successivamente a
Cambridge.
In questa città egli venne inviato dal padre nel 1827 con la speranza
che anziché alla medicina potesse dedicarsi alla carriera
ecclesiastica. Ma anche in questo caso più che agli studi sacri il
giovane Darwin preferiva dedicarsi alle scienze naturali, scegliendo
le conversazioni con il botanico John Stevens Henslow (1796-1861) o
seguendo le lezioni e le escursioni del reverendo Adam Sedgwick
(1785-1873) uno dei più illustri geologi del suo tempo, sostenitore
del catastrofismo e dell'intervento soprannaturale nelle
trasformazioni terrestri.
Lo stretto legame fra la ricerca empirico-scientifica e la tematica
biblica, la convinzione che l'ordine stesso morale della società e
dell'uomo si doveva basare su una conoscenza teologica della natura,
era una caratteristica generale della cultura accademica inglese non
solo nel campo della geologia ma anche in altri settori delle scienze
naturali. Caratteristica di questa tendenza è la diffusione in
Inghilterra durante i primi decenni del secolo, di un testo la cui
lettura era praticamente obbligatoria nelle università e che lo stesso
Darwin lesse con molto interesse e profitto. Si tratta della Natural
theology; or, evidences of the existence and attributes of the Deity
collected from the appearances of nature (Teologia naturale; o prove
dell'esistenga e degli attributi della divinità raccolte dalle
manifestazioni della natura) di William Paley (1743-1805) la cui prima
edizione risale al 1802.
La moralità si basa sulla ricompensa eterna e la sicurezza della
società civile e dell'ordine costituito si fonda sulle basi
provvidenziali di tale moralità. Ma il disegno della provvidenza può
essere mostrato in primo luogo studiando la finalità che è ovunque
presente nella natura ed è ancora più evidente negli organismi. La
lente nell'occhio dei pesci è più sferica di quella dei vertebrati
terrestri, il che mostra che ogni occhio è adattato all'indice di
rifrazione del mezzo, acqua o aria, in cui l'animale vive. Attingendo
soprattutto all'anatomia Paley illustra in questo modo con precisione
ed acutezza le varie disposizioni di adattamento degli organismi
all'ambiente. Questi adattamenti sono per lui perfetti ed indicano
l'esistenza di un disegno. « Le tracce di questo disegno sono troppo
forti per essere trascurate. Il disegno deve avere un disegnatore.
Questo disegnatore deve essere una persona. Questa persona è Dio. »
Darwin lesse con molto interesse l'opera di Paley non tanto perché
utile alla sua auspicata preparazione ecclesiastica ma per la
ricchezza di riflessioni naturalistiche contenute. Lo studio della
natura non gli si presentava ancora come il compimento di un'indagine
accurata ed instancabile ma come la soddisfazione di una profonda
curiosità, del desiderio di una grande esplorazione. E' comprensibile
quindi la forte impressione che fece su lui la lettura dell'opera di
Alexander von Humboldt che era non solo uno degli ultimi grandi
esploratori ma rappresentava per molti contemporanei lo stesso
«simbolo della scienza». Humboldt aveva insistito sul ripresentarsi
degli stessi fenomeni geologici a grandi distanze e aveva affermato
che «ovunque il concorso accidentale delle stesse cause deve aver
prodotto gli stessi effetti; e nella varietà della natura un'analogia
di struttura e forma è osservata nella disposizione della materia
bruta così come nella organizzazione interna degli animali e delle
piante».
La permanenza di Darwin a Cambridge, per quanto ricca di esperienze
culturali, non si era conclusa con un regolare curriculum di studi che
soddisfacesse le attese del padre, sempre più inquieto per la futura
carriera del figlio. Nell'estate del 1831 una proposta inaspettata
doveva però decidere del destino di scientifico del giovane Charles;
cioè l'imbarco come naturalista senza stipendio sulla nave Beagle,
inviata a percorrere il giro del mondo per effettuare rilevamenti di
interesse nautico specialmente lungo le coste dell'America latina.
Superate alcune difficoltà Darwin salpò in settembre per un viaggio
che sarebbe stato decisivo per la sua formazione scientifica e per la
sua teoria sull'origine delle specie. Ci si è chiesti se per giungere
a tale teoria era necessario un così lungo viaggio di esplorazione
attorno al mondo. Probabilmente non lo era. E' certo comunque che
anche Edgar Wallace (1823-1913), che giunse contemporaneamente a
Darwin agli stessi risultati, come lui fu profondamente colpito da ciò
che poté osservare direttamente sulla distribuzione geografica delle
varie specie ed ebbe ugualmente agio di riflettere meno costretto dai
condizionamenti di un ambiente culturale tradizionale.
È infatti molto probabile che in Darwin le letture e gli studi
condotti senza il preciso vincolo dei corsi accademici e la stessa
indipendenza economica costituissero degli elementi importanti per
sviluppare una ricerca così in contrasto con i dogmi culturali del suo
tempo, e quindi difficilmente attuabili in una istituzione
universitaria.
Fra i libri che Darwin portò con sé nel suo viaggio vi era il primo
volume dei Principi di geologia di Lyell. Il secondo volume gli giunse
per posta a Montevideo nel 1832. La lettura di quest'opera lo spinse
ad accettare la dottrina uniformista e ad analizzare quindi con
attenzione i fenomeni di continuità e di lenta trasformazione che gli
si presentavano. Durante i suoi sbarchi di esplorazione in Sudamerica
egli poté osservare come animali strettamente affini si sostituivano
l'uno all'altro man mano che si procedeva verso il sud e come i resti
fossili di grandi animali provvisti di una corazza cutanea
assomigliavano ai più piccoli armadilli attualmente viventi nella
stessa zona. Con il cambiamento del ambiente poteva inoltre rilevare
come la stessa struttura potesse assumere diverse funzioni, ad esempio
per gli uccelli l'ala poteva fungere da vela nel caso degli struzzi,
oppure funzionare da pinna nei pinguini.
Questa successione di forme affini sia che ci si spostasse nello
spazio o si risalisse nel tempo, non appariva facilmente spiegabile
dal punto di vista di una creazione indipendente delle specie. Ma un
altro fenomeno importante che colpì Darwin era la rassomiglianza fra
gli organismi delle isole oceaniche e quelli dei continenti ad esse
più prossimi. Tali isole pur avendo una struttura climatica e
geologica simile possiedono cioè popolazioni affini a quelle del
continente americano, se prossime a questo, oppure specie affini a
quelle del continente africano se si trovano nelle vicinanze di
quest'ultimo.
Molte di queste osservazioni indicavano, sia pure in modo
approssimativo, una sorta di parallelismo fra il diversificarsi delle
specie rappresentative di ogni territorio ed il variare della
corrispondente situazione geografica. Nel settembre 1835 con l'arrivo
alle isole Galàpagos, poste nel Pacifico a circa seicento miglia dalle
coste dell'Ecuador, si offriva però a Darwin un nuovo materiale di
osservazione che gli avrebbe aperto un problema del tutto inatteso. Le
varie isole di questo arcipelago di origine vulcanica, poste a volte a
poca distanza l'una dall'altra, godevano di condizioni ambientali,
fisiche e geologiche quasi identiche eppure ciascuna isola presentava
delle marcate differenze nella flora e nella fauna rispettive. Se i
precedenti evoluzionisti, come Lamarck, avevano attribuito le
variazioni delle stesse specie a diverse condizioni ambientali non si
poteva ammettere che qualcosa di simile si fosse verificato in questo
caso.
Le grandi tartarughe ma specialmente i fringuelli variavano in queste
isole vicine in modo inatteso e sorprendente. Darwin si accorse
dell'importanza di questo fenomeno di variazione, in organismi
sottoposti praticamente alle stesse condizioni ambientali, solo quando
poté svolgere un'analisi più accurata sul materiale raccolto. Giunto
nel 1836 in Inghilterra, per quanto occupato in numerose pubblicazioni
sul suo viaggio, non cessò di riflettere al problema della specie,
suscitato da queste osservazioni. Cominciò a convincersi che le specie
sono prodotte attraverso una comune discendenza e divenne per lui
sempre più pressante il problema di capire come ciò potesse essere
accaduto. Nel marzo 1837 iniziò a raccogliere nel suo taccuino le
prime riflessioni e le numerose osservazioni sulla « trasmutazione
della specie ». In un anno arrivò a formulare l'ipotesi sulla quale
lavorerà quasi ininterrottamente nei decenni successivi.
Il primo fattore che assume rilievo nella sua ipotesi è quello della
lotta per l'esistenza. Che vi fosse una « guerra nella natura » era
ben noto a vari autori del Settecento che la interpretavano come uno
strumento più o meno provvideziale per conservare l'equilibrio o
l'armonia fra le varie specie esistenti. Lyell aveva però ripreso
l'argomento della lotta per l'ésistenza in modo nuovo al fine di
spiegare sia la scomparsa in epoche passate di specie estinte, sia il
propagarsi ed il diffondersi di alcune specie in sostituzione di altre.
Darwin vide con originalità che questa lotta per l'esistenza non ha
soltanto una funzione distruttiva ma anche una funzione creativa
allorché compaiano negli organismi delle variazioni favorevoli, cioè
dei nuovi caratteri capaci di renderli più adatti alle differenti
condizioni locali.
L'importanza della lotta per l'esistenza, quale fenomeno universale
nell'ambito della natura vivente, gli fu confermata dalla lettura
verso la fine del 1838 dell'opera di Malthus Saggio sulla popolazione.
Il primo saggio di Malthus sulla popolazione del 1798 risaliva allo
stesso clima di reazione alla rivoluzione francese in cui era sorta
anche l'opera già ricordata di Paley. Contro l'idea ottimistica di
progresso, sostenuta in particolare da Condorcet, Malthus argomenta
che ogni speranza di miglioramento della società è destinata a fallire
per una inesorabile tendenza naturale comune all'uomo e agli animali.
Cioè l'aumento della popolazione supera necessariamente l'aumento del
nutrimento disponibile, poiché la prima cresce in progressione
geometrica mentre il secondo aumenta soltanto in progressione
aritmetica.
Carestie, epidemie e guerre possono controllare nelle società umane
l'aumento della popolazione, mentre i tentativi di migliorare il
benessere generale portando ad un aumento della fertilità non possono
condurre che ad una più aspra competizione per il possesso delle
risorse disponibili.
Il pessimismo che emerge dall'opera di Malthus sui tentativi di
migliorare la società appariva in contrasto con il quadro ottimistico
di un perfetto disegno della natura esaltato dall'opera di Paley.
Questi tuttavia fu tra gli ammiratori di Malthus e cercò nella propria
opera di giustificare il male e la violenza che si producono
inevitabilmente nell'economia della natura, ammettendo che in
moltissimi casi « dobbiamo presumere che vi possano essere conseguenze
di .questa economia che ci sono nascoste ». In alcuni casi tuttavia
come in quello della morte ci risulta però chiaro, seguendo il
principio di Malthus, che essa ha almeno il beneficio di limitare la
sovrappopolazione. Nel complesso si può individuare una sorta di
contraddizione fra la lotta per l'esistenza vista pessimisticamente da
Malthus come una condizione generale del regno vivente ed il
provvidenzialismo esaltato da Paley come evidente in ogni più minuto
adattamento degli organismi. In questa prospettiva l'opera di Darwin
sull'evoluzione ci può apparire come un valido superamento di tale
contraddizione, per cui da un lato si rinnegava ogni possibilità di
progresso e dall'altro si esaltava l'ordine attuale della natura.
Che la lotta per l'esistenza potesse considerarsi un fenomeno
universale nel mondo dei viventi non costituiva dunque una novità per
Darwin, nuova invece dovette apparirgli l'idea che tale lotta oltre
condurre all'eliminazione di alcune specie potesse portare anche alla
comparsa di nuove, qualora sorgessero e si potessero accumulare
caratteri o variazioni favorevoli.
Primo diagramma
di Darwin di un albero evolutivo. (La specie originale più antica
è indicata con il numero 1; dei rami susseguenti, quelli che si
sono estinti terminano con il tratto lineare, mentre quelli che
hanno dato origine alle specie che sopravvivono, terminano con un
segno trasversale. Questi ultimi rientrano in quattro gruppi: A,
B, C, D, ciascuno dei quali costituisce un genere. L'ampiezza
dell'estinzione che si è compiuta corrisponde al più ampio
intervallo fra A e B, mentre B si trova più vicino a C e meno
vicino a D:
da
The first notebook of transmutation of species, 1837.
Gli si poneva dunque per sviluppare questa sua ipotesi la necessità di
analizzare il problema della variazione. Questo problema era stato
considerato marginale o addirittura disturbante dalla maggioranza dei
biologi specialmente dagli studiosi di classificazione. Per costoro la
variazione non costituiva un processo da studiare in quanto tale ma
semplicemente la comparsa di un carattere che doveva essere giudicato
accidentale o essenziale per definire una data specie. Spesso le
minime variazioni proprio perché considerate accidentali non erano
neppure ritenute oggetto di considerazione scientifica.
Chi invece si era soffermato con il massimo interesse sulle variazioni
anche nelle loro minime sfumature erano stati gli allevatori i quali,
proprio con un'attenta ed oculata selezione dei nuovi caratteri, erano
riusciti a creare pregiate razze, di animali domestici. Ciò si
otteneva incrociando fra loro ripetutamente solo quei discendenti di
determinati genitori che erano provvisti del carattere desiderato, ad
esempio un pelo più lungo od un colore più attraente.
Ad alcuni autori non era sfuggita l'importanza biologica di queste
tecniche e lo stesso Lyell nella sua opera aveva scritto: « Gli esempi
più autentici dell'estensione in cui si può far variare le specie
possono essere ricercati nella storia degli animali domestici e delle
piante coltivate. » Darwin vide subito la stretta analogia fra
l'ottenimento di nuove razze domestiche, mediante la « selezione
artificiale », ed il sorgere di nuove specie nella lotta per
l'esistenza, mediante quel processo che egli stesso chiamò per
analogia « selezione naturale ». Convintosi quindi che nel sorgere
delle razze domestiche stesse nascosto almeno in parte il segreto
dell'origine delle specie si dedicò negli anni successivi con grande
interesse a studiare l'attività degli allevatori informandosi
accuratamente dei loro problemi e dei loro risultati.
Pur essendosi ormai persuaso nel 1838 della validità di quella che
egli chiamava la « mia teoria », per alcuni anni ritenne cautamente di
non doverne far cenno ad alcuno e nel 1839 si limitò a pubblicare la
narrazione del suo viaggio che venne riedita più tardi con il titolo A
naturalist's voyage round the world (Viaggio di un naturalista attorno
al mondo, 1860). A questa fecero seguito l'opera Geological
observations on South America (Osservaioni geologiche sul Sudamerica)
la cui pubblicazione terminò nel 1846 e gli procurò la generale stima
nel mondo scientifico, anche perché in essa era esposta una geniale
spiegazione sulla formazione degli atolli.
Nel frattempo, dopo il suo matrimonio nel 1839 ed il soggiorno a
Londra sino al 1842, si era trasferito a Down nel Kent ove risiedette
per tutta la vita, trovandovi condizioni migliori per la sua malferma
salute e soprattutto l'opportunità per svolgere con più raccoglimento
la sua attività di studi e di ricerca.
Nello stesso anno in cui lasciava Londra stese in trentacinque pagine
il primo riassunto della sua teoria che nel 1844 amplierà, come si è
ricordato, in un manoscritto di oltre duecento pagine. In quest'opera
pubblicata postuma viene sviluppata con molta chiarezza l'analogia fra
la selezione artificiale degli allevatori e la selezione naturale.
Egli chiede all'immaginario lettore di supporre l'esistenza di « un
essere con una penetrazione sufficiente a percepire le differenze, del
tutto sfuggenti all'uomo, nell'organizzazione esterna ed interna e con
una preveggenza estendentesi sui secoli futuri, così da poter
osservare con perfetta cura e selezionare in tutti i casi la
discendenza di un organismo prodotta nelle circostanze precedenti; io
non vedo alcun ragionevole motivo perché esso non possa formare una
nuova razza... adatta a nuovi fini. Dal momento che noi consideriamo
la sua acutezza e la sua preveggenza e perseveranza nello scopo
incomparabilmente maggiori di queste qualità nell'uomo, possiamo
allora supporre che la bellezza
le complessità degli adattamenti delle nuove razze e la loro
differenza dalla stirpe originaria siano maggiori che nelle razze
domestiche prodotte dall'attività dell'uomo... Con una sufficiente
estensione di tempo un tale Essere può in modo razionale (senza che
qualche legge sconosciuta gli si opponga) prefiggersi quasi ogni
risultato... »
Questo « grande allevatore » cui accenna Darwin nel 1844 è analogo
nella sua quasi infinita capacità tecnica alla mente suprema di
Laplace che domina sul piano della conoscenza tutti i processi
naturali. Si tratta di una figurazione deistica dello sviluppo
razionale della natura organica che indica chiaramente il suo distacco
dalla concezione provvidenzialistica che postulava il continuo
intervento di dio per spiegare l'origine delle forme viventi. Si
tratta soprattutto della profonda fiducia che tale origine sia il
prodotto di leggi naturali, di cause « seconde », che se pur stabilite
da un creatore è compito dell'uomo indagare e conoscere.
Questo grande allevatore indicava anche la concreta linea di indagine
scientifica che Darwin doveva seguire e lungo la quale i problemi
dell'allevamento si ampliavano e si collegavano a tutti i complessi
rapporti di distribuzione e di interazione delle forme viventi nelle
loro varie condizioni ambientali.