L'origine delle specie
On the origin of species by means of natural selection or the
preservation of favored races in the struggle for life.
Prima di dedicarsi
completamente ad un'opera generale sull'origine delle specie Darwin
ritenne di dover studiare e classificare un gruppo particolare di
animali, riuscendo così a valutare concretamente alcuni dei complessi
problemi della variazione. Per otto lunghi anni a partire dal 1846
egli si occupò così di un ordine di crostacei poco noto, i cirripedi.
I due volumi che pubblicò su di essi costituiscono un'opera ancora
classica sull'argomento.
Già da alcuni anni egli aveva ormai confidato ad amici sicuri, fra cui
Lyell ed il botanico Joseph Hooker (1817-1911), le sue riflessioni sul
problema della specie e questi in vario modo lo avevano consigliato di
non rimandare troppo lungo una pubblicazione sull'argomento. Nel 1856
egli si decise quindi a scrivere una grande opera che doveva essere
circa tre volte più ampia di quella che apparve nel 1859. La stesura
proseguiva regolarmente quando nel 1858 un fatto inatteso venne a
turbare gravemente il suo lavoro. Edgar Russel Wallace, uno dei suoi
corrispondenti, studioso di botanica che conduceva ricerche
nell'arcipelago rnalese, gli inviò con preghiera di pubblicarlo un
breve scritto in cui esponeva, quasi negli stessi termini, la teoria
sull'origine della specie per selezione naturale a cui Darwin stava
lavorando da circa un ventennio. La situazione di imbarazzo venne
risolta con reciproca soddisfazione mediante la pubblicazione, negli
atti della Società linneana, dello scritto di Wallace insieme ad un
breve riassunto delle idee di Darwin stesso.
Questa sorprendente coincidenza lo spinse ad accelerare la
pubblicazione della sua opera, riducendola tuttavia in limiti molto
più ristretti rispetto al progetto iniziale e privandola di quei
riferimenti alla ampia bibliografia consultata, che egli si
riprometteva di riportare in una successiva edizione in più volumi.
Questo estratto fu pronto in poco più di un anno ed apparve nel
novembre 1859 come uno dei più importanti libri del secolo con il
titolo On the origin of species by means of natural selection or the
preservation of favored races in the struggle for life (Sull'origine
delle specie per selezione naturale ovvero la conservazione delle
razze favorite nella lotta per l'esistenza).
L'opera si presenta come la cauta e laboriosa riflessione di uno
studioso dedito alla classificazione, alla geologia, ai problemi della
distribuzione geografica delle specie e dei loro rapporti ecologici
con l'ambiente. I grandi problemi della biologia ottocentesca
concernenti l'anatomia comparata, la teoria cellulare, l'embriologia e
la fisiologia appaiono in secondo piano o vengono solo accennati. Non
vi è alcun riferimento alla disputa teorico-filosofica fra
meccanicismo e vitalismo che aveva diviso molti studiosi sul
continente europeo; tutta l'attenzione è invece rivolta a quel
problema dell'origine che da tali autori veniva molto spesso
considerato privo di interesse perché insolubile in termini
scientifici o troppo di frequente oggetto di speculazioni
incontrollabili.
Nell'Origine delle specie non vi è però traccia di atteggiamenti
speculativi. Un'estesa e ricca discussione di fatti ed osservazioni
particolari è ciò che colpisce in modo più immediato il lettore e
l'idea centrale e rivoluzionaria appare quasi in secondo piano come
una trama solida e convincente che regge il tutto. Dopo una cauta e
misurata introduzione in cui egli espone le sue idee generali l'opera
si apre con il primo capitolo dedicato a un argomento solido e
rassicurante che non poteva certamente allarmare il lettore, cioè « La
variazione allo stato domestico ». Dall'esperienza di chi si è
dedicato all'allevamento, ad esempio a quello dei colombi, risulta la
formazione a partire da una specie originaria di varietà così
marcatamente differenziate da poter apparire, a chi non ne conoscesse
la geneaogia, come specie diverse. E a ciò si è giunti praticando per
lungo tempo in una sola direzione una selezione accumulativa di
differenze che in genere sfuggono del tutto ad occhi inesperti.
L'importanza dei risultati ottenuti dagli allevatori induce a
considerare con maggior interesse anche « La variazione allo stato di
natura » trattata nel secondo capitolo. Il disaccordo dei naturalisti
su ciò che costituisce la specie può essere affrontato alla luce di
alcuni fatti ai quali Darwin attribuisce particolare significato.
Dalle varie descrizioni della flora e della fauna risulta che si hanno
più specie nei generi più diffusi e comuni che in quelli che lo sono
meno. Analogamente le specie appartenenti a questi generi presentano
più varietà delle specie appartenenti a generi poco diffusi.
Se le specie sono oggetto di una particolare creazione questi fatti
non trovano alcuna spiegazione, ma se ammettiamo che le specie siano
esistite un tempo come varietà e che le attuali varietà siano delle
specie incipienti i fatti sopraccennati appaiono comprensibili. Ed
infatti, poiché le varietà « per diventare permanenti hanno dovuto
necessariamente lottare contro gli altri abitanti dello stesso luogo,
le specie che sono già dominanti devono avere maggiore probabilità di
lasciare una discendenza la quale, sebbene modificata, erediti ancora
quei vantaggi che hanno permesso alla specie madre di prendere il
sopravvento sulle altre specie indigene ».
Questo tipo di spiegazione ci conduce nel cuore della concezione
darwiniana che viene affrontato nei due successivi capitoli dedicati
alla « Lotta per l'esistena » e alla « Selezione naturale ».
La lotta per l'esistenza è la condizione generale di competizione fra
gli organismi che determina l'intera economia della natura. Darwin usa
questa espressione « in un senso lato e metaforico, che implica la
reciproca dipendenza degli esseri viventi, ed implica inoltre, cosa
ancora più importante, non solo la vita dell'individuo, ma il fatto
che esso riesca a lasciare discendenza ».
La capacità riproduttiva degli organismi che nascono da un genitore è
invero enorme e tutte le specie non possono aumentare indefinitamente
poichè il mondo non potrebbe contenerle. Vari ostacoli si oppongono di
fatto all'aumento numerico dei viventi e per quanto molti di questi ci
siano sconosciuti, quelli a noi noti ci permettono di capire i
rapporti estremamente complessi che collegano fra loro gli organismi.
Dalla difficoltà di procacciarsi il cibo, dall'essere preda o
predatore, dal cercare riparo, ecc. una rete nascosta di legami si
estende in tutta la natura, si riflette d'altronde nella struttura di
ogni essere organizzato che « è in stretta correlazione, spesso assai
difficile a scoprirsi, con quella di tutti gli altri esseri viventi
con i quali viene a trovarsi in concorrenza o per il cibo o per la
dimora, o con quella degli esseri da cui deve difendersi o di quelli
che sono sua preda. Questa legge è evidente nella conformazione dei
denti e degli artigli della tigre, e delle zampe e degli uncini del
parassita che si attacca ai peli del suo corpo » ed in innumerevoli
altre conformazioni anatomiche.
La selezione naturale è il risultato necessario delle infinite
interazioni fra gli organismi, per cui la comparsa di differenze
individuali può produrre negli organismi stessi situazioni di
svantaggio o di vantaggio che permettono loro di avere una minore od
una maggiore discendenza. Se l'uomo ha potuto sfruttare in breve tempo
le variazioni di alcuni esseri viventi per modificarli a proprio
vantaggio quanto non ha potuto fare la natura agendo in lunghi periodi
di tempo, agendo su ogni minima differenza individuale sia interna che
esterna agli organismi. « Si può dire metaforicamente, » afferma
Darwin, « che la selezione naturale sottoponga a scrutinio, giorno per
giorno e ora per ora, le più lievi variazioni in tutto il mondo,
scartando ciò che è cattivo, conservando e sommando tutto ciò che e
buono; silenziosa e impercettibile essa lavora quando e ovunque se ne
offra l'opportunità per perfezionare ogni essere vivente in relazione
alle sue condizioni organiche e inorganiche di vita. Questi lenti
cambiamenti noi non li avvertiamo quando sono in atto, ma soltanto
quando la mano del tempo ha segnato il lungo volgere delle età, ma
così imperfette sono le nostre cognizioni delle remote ere geologiche
che ci è soltanto dato di vedere che le forme viventi attuali sono
diverse da come erano una volta. »
Condizione fondamentale per l'agire della selezione è ovviamente
l'ereditarietà dei caratteri su cui essa agisce, ereditarietà che
Darwin assume come una grande forza della natura, ovunque operante nel
regno della vita.
Altre condizioni favorevoli alla produzione di nuove forme mediante la
selezione sono l'isolamento che può impedire il dissolversi dei nuovi
caratteri attraverso gli incroci, ma soprattutto l'ampiezza di una
regione dove maggiore è la possibilità di diffusione e dove più dura
può essere la lotta per l'esistenza.
Un principio importante secondo cui agisce la selezione è quello della
divergenza dei caratteri. Come l'allevatore sceglie i caratteri più
accentuati accumulando progressivamente le differenze fra le razze,
così in natura quanto più differenziati per abitudine e struttura
divengono i discendenti di un animale tanti più posti essi potranno
occupare aumentando le proprie possibilità di sopravvivenza.
Tale divergenza permette di aumentare la quantità di vita che può
occupare uno stesso territorio e nel contempo rende possibile un
aumento dell'adattamento di ogni gruppo alle varie condizioni
ambientali.
Tale aumento dell'adattamento sembra comportare per Darwin anche un
progresso dell'organizzazione nel più gran numero di viventi, ma non
gli sfuggono le difficoltà di precisare il significato di questo
progresso. Da un lato egli riferisce il livello di organizzazione alla
differenziazione degli organi nel senso già indicato nell'embriologia
da von Baer, dall'altro trova un criterio fisiologico importante per
stabilire tale livello nel concetto di specializzazione o divisione
del lavoro formulato dal belga Henri Milne-Edwards (1800-85).
La selezione naturale non conduce tuttavia ad un necessario progresso
nell'organizzazione dei viventi; in alcuni casi essa può comportare
adattamenti a situazioni in cui alcuni organi sono superflui,
producendo così una regressione o semplificazione di struttura. Alla
concezione darwiniana è quindi estranea l'idea di Lamarck di una
tendenza necessaria al perfezionamento degli organismi, tendenza che
d'altronde appare inconciliabile con la stabilità di molte forme
viventi specialmente di livello inferiore.
L'azione complessa della eredità e della selezione naturale, che
comporta estinzione e divergenza dei caratteri, permette infine di
dare una plausibile spiegazione genealogica del grande quadro delle
forme viventi, suddivise con i vari gradi della classificazione in
specie, generi, ordini e classi. « Le affinità di tutti gli esseri
della stessa classe, » afferma Darwin, « sono state spesso
rappresentate con un grande albero. Credo che questa similitudine
corrisponda bene alla realtà. I verdi e germoglianti rami possono
rappresentare le specie esistenti; e quelli prodotti negli anni
precedenti possono rappresentare la lunga successione di specie
estinte. Ad ogni periodo di crescita, tutti i rametti in sviluppo
tentano di ramificarsi in tutte le direzioni e di sorpassare e
uccidere i ramoscelli e i rami circostanti, allo stesso modo in cui le
specie ed i gruppi di specie hanno in tutti i tempi sopraffatto altre
specie nella grande battaglia per la vita... Dei molti rami che
fiorirono quando l'albero era un arbusto, soltanto due o tre, ora
sviluppatisi in grandi tronchi, oggi sopravvivono e sostengono gli
altri rami; così delle specie che vissero in remoti periodi geologici,
pochissime hanno lasciato discendenti viventi e modificati. Dal primo
sviluppo dell'albero, molti tronchi e rami sono morti e caduti; e
questi rami caduti di varie dimensioni possono rappresentare quegli
interi ordini, famiglie e generi che attualmente non hanno
rappresentanti viventi e che conosciamo solamente allo stato fossile.
»
Se dunque la specie non può considerarsi un'entità fissa ma soltanto
l'insieme dei caratteri di un gruppo di organismi soggetti a
modificazione, diviene importante cercare il significato e la portata
di tali modificazioni. Nel capitolo V « le leggi della variazione »
Darwin affronta questo problema che fu per tutta la sua vita uno dei
più complessi e cruciali e di fronte al quale egli giungerà sia pure
attraverso esitazioni a modificare il suo atteggiamento iniziale.
Darwin riconosce che l'ignoranza sulle cause e le leggi delle
variazioni è profonda. Attraverso lunghe riflessioni egli tenderà
tuttavia a convincersi sempre più che malgrado il carattere fortuito
delle variazioni, o meglio delle differenze individuali ereditarie su
cui agisce la selezione, queste non sono del tutto sporadiche ed
isolate ma compaiono in un certo numero entro un gruppo di organismi,
per effetto di quelli che sono stati chiamati « fattori lamarckiani »,
cioè l'azione diretta dell'ambiente, l'abitudine, l'uso e non uso
degli organi. Egli ritiene che gli animali domestici presentino un
grado maggiore di variabilità rispetto a quelli allo stato naturale,
perché soggetti alle più varie condizioni ambientali.
Come si vedrà oltre, la trasformazione del pensiero di Darwin a
proposito di questo problema è il riflesso di alcune osservazioni
critiche che gli vennero mosse dopo la comparsa di questa sua opera
nel 1859.
Convinto della serietà dei dissensi che avrebbe suscitato e di fatto
suscitò la sua teoria, egli dedica i due capitoli seguenti ad
analizzare le difficoltà e le obiezioni più importanti, anticipando e
a volte risolvendo acutamente non pochi dei rilievi critici che
vennero mossi da vari autori, dopo la pubblicazione dell'Origine.
L'estrema franchezza con cui riconosce la gravità di alcune obiezioni,
la serietà e la cautela con cui risponde ad esse, oltre a chiarire
sempre meglio il suo pensiero finirono con lo stroncare molta della
diffidenza con cui venne accolta inizialmente la sua opera.
Una prima difficoltà viene da lui così espressa: « Perché, se le
specie derivano da altre specie attraverso impercettibili gradazioni,
non vediamo ovunque innumerevoli forme di transizione? » Egli risponde
a questa obiezione mostrando come la selezione naturale agendo a
favore delle forme più comuni e quindi più ricche di variabilità tende
a sterminare le forme progenitrici od intermedie che si trovano
rappresentate da un numero più esiguo di individui. L'esistenza di
queste ultime forme deve essere comunque provata dalle indagini sui
resti fossili.
Tali indagini nel loro complesso non paiono offrire un notevole
appoggio alla teoria di Darwin, ma sembrano anzi pesare a suo
svantaggio. Egli affronta però questa difficoltà con grande impegno e
maestria insistendo in alcuni capitoli successivi (X e XI) sulla
inadeguatezza dei resti fossili sino ad allora raccolti e dimostrando
in modo convincente quante possano essere state le condizioni
sfavorevoli alla deposizione di tali fossili nelle passate epoche
della terra.
Dal fatto che le sedimentazioni contenenti i resti organici siano
avvenute in zone relativamente limitate ed in condizioni fisiche non
frequenti, dal fatto che il processo di formazione di una nuova specie
sia relativamente rapido rispetto al periodo in cui essa permane
stabile, dalle immigrazioni che spiegano la comparsa apparentemente
improvvisa di nuove forme, da tutto questo risulta la possibilità di
superare le obiezioni che provenivano dalla geologia chiarendo in modo
sempre più preciso i vari aspetti della sua teoria.
Fra questi vi è anche il problema dell'istinto e dell'ibridismo a cui
egli dedica i capitoli VIII e IX ma soprattutto vi sono le complesse
questioni della distribuzione geografica a cui Darwin aveva prestato
da tempo molta attenzione. I due capitoli su questo argomento (XII e
XIII) costituiscono una brillante illustrazione della sua acutezza e
dei suoi appassionati interessi di naturalista. Se tutti gli individui
di uno stesso gruppo discendono da un comune progenitore essi devono
essersi diffusi da un'unica area geografica in quelle dove attualmente
risiedo. Per spiegare questa diffusione Darwin non postula fantasiosi
ponti di terra che abbiano un tempo congiunto i vari continenti. Cerca
la spiegazione in fatti semplici e concreti individuando varie forme
di trasporto casuale a cui ben pochi avevano prestato attenzione. Ad
esempio un seme viene ingerito in un continente da un pesce di acqua
dolce, che giunto alla costa è preda a sua volta di un uccello, il
quale depone infine questo seme come escremento in un altro continente.
Altrettanto significativa è la possibilità di galleggiamento di altri
semi che vengono trasportati dalle grandi correnti oceaniche sulle
coste di territori molto lontani.
Le ricerche sulla documentazione geologica e la distribuzione
geografica costituivano un settore scientifico relativamente nuovo,
che alla luce della teoria dell'evoluzione poteva così trovare una
prima sistemazione unitaria. Ma vi era un altro campo d'indagine che
occupava ormai dal Settecento una posizione centrale nelle scienze
naturali. Era lo studio della classificazione o più in generale delle
« Affinità reciproche fra gli esseri viventi ». A tale ultimo
argomento viene deiicato il capitolo XIV ed in esso Darwin può
effettivamente realizzare il sicuro coronamento della sua opera.
Dell'ordine che si cerca di stabilire fra le forme viventi con la
classificazione nessuna spiegazione è stata ancora tentata e Darwin
può facilmente mostrare come a comunanza di discendenza con
modificazioni da lui proposta costituisce l'unica ipotesi scientifica
in grado di spiegare le regole, le difficoltà ed i metodi precedenti
di classificazione. La stessa unità di tipo che si pone alla base
delle ricerche di morfologia risulta comprensibile in base all'ipotesi
della discendenza di un ruppo di viventi da un comune antenato. «
Nulla può esservi di più vano, » asserisce il nostro autore, « del
tentativo di spiegare questa somiglianza di tipo in mernbri della
stessa classe con l'utilità o con la teoria delle cause finali...
Secondo l'opinione corrente della creazione indipendente di ogni
essere, possiamo dire soltanto che così stanno le cose; dire che
piacque al Creatore costruire tutti gli animali
e tutte le piante di ogni grande classe secondo un modello uniforme;
ma questa non è una spiegazione scientifica. »
Anche molti fatti dell'embriologia possono venire spiegati dalla nuova
teoria, ma questa appare ancora più convincente come spiegazione degli
organi rudimentali. Che cosa può esservi di più curioso della presenza
di denti nei feti di balena, la quale, da adulta, non ha un solo dente
in bocca? A proposito di innumerevoli casi analoghi a questo « nelle
opere di storia naturale si legge generalmente che gli organi
rudimentali sono stati creati "per amor di simmetria!" o "per
completare lo schema della natura ". Ma questa non è una spiegazione,
è una semplice conferma del fatto... Che cosa si penserebbe di un
astronomo il quale sostenesse che i satelliti descrivono intorno al
loro pianeta orbite ellittiche, " per amore di simmetria. ", giacché i
pianeti ruotano in tal modo attorni. sole? »
Secondo la teoria della discendenza con modificazione gli organi
rudimentali sono residui di parti il cui uso è venuto meno nelle
mutate condizioni di vita degli organismi e la loro esistenza in base
a tale teoria si sarebbe persino potuta prevedere.
Nel capitolo conclusivo egli riconosce e ripropone in tutta la loro
forza le numerose obiezioni alla sua teoria riassumendo le risposte
che egli ritiene di poter dare ad esse. « Ho avvertito per molti anni
tutto il peso di queste difficoltà. Ma merita speciale attenzione il
fatto che le più serie obiezioni si riferiscono a questioni sulle
quali abbiamo confessato la nostra ignoranza; né sappiamo quanto essa
sia profonda. » Ma ciò che si ignora non può far trascurare tutto ciò
che depone a favore della teoria dell'evoluzione per selezione
naturale e soprattutto quanti fenomeni essa riesce a spiegare e a
rendere comprensibili. Egli riassume i più significativi di questi
fenomeni ed osserva che « è difficile immaginare che una falsa teoria
possa spiegare come fa la teoria della selezione naturale le varie
ampie classi di fatti sopra specificati ».
Tale teoria assume un alto grado di probabilità anche nel confronto
con l'opposta teoria creazionista. I sostenitori del creazionismo —
chiede Darwin —« credono essi realmente che nei periodi innumerevoli
della storia della terra, certi atomi elementari abbiano ricevuto
l'ordine di trasformarsi repentinamente in tessuti viventi? Credono
essi che ogni preteso atto creativo abbia prodotto uno o più individui?...
Diversi autori hanno sostenuto che è ugualmente facile credere alla
creazione di cento milioni di esseri come a quella di uno solo; ma
l'assioma filosofico di Maupertuis "della minima azione" induce ad
ammettere il numero minore; e certamente non possiamo credere che
innumerevoli esseri nell'ambito di ciascuna grande classe siano creati
con evidenti, ma ingannevoli segni di discendenza da un unico
progenitore ».
Il criterio di semplicità avrebbe dovuto ovviamente decidere a favore
della teoria sostenuta dal nostro autore. Ma perché tale criterio, che
egli applicava con notevole penetrazione scientifica, potesse valere
in modo decisivo occorreva vincere il secolare pregiudizio a favore
del creazionismo. Occorreva svolgere un lavoro estremamente accurato
di analisi su un enorme materiale di osservazione scientifica,
occorreva una grande cautela e misura critica nel vagliare le
conclusioni che potevano risultare da circa vent'anni di riflessioni,
nel misurare quanto i fatti potessero chiarire e confermare un'idea
nuova e rivoluzionaria.