L'origine delle specie
Significato filosofico dell'Origine delle specie
Il significato
rivoluzionario dell'Origine delle specie non consisteva soltanto nel
modificare radicalmente gli schemi concettuali di tutte le scienze
naturali che studiavano gli esseri viventi, nell'introdurre in esse
una dimensione storica, nel « contemplare in ogni complessa struttura
e istinto... la somma di numerosi congegni ciascuno utile al suo
possessore, allo stesso modo in cui ogni grande invenzione meccanica è
la somma del lavoro, dell'esperienza, della ragione e anche degli
errori di numerosi lavoratori ».
L'Origine delle specie modificava profondamente con le idee
scientifiche anche una concezione filosofica che aveva accompagnato
gran parte dello sviluppo della cultura occidentale, cioè la visione
teleologica della natura, l'idea che un piano divino, un disegno
prestabilito governi armonicamente tutta l'economia degli esseri
viventi.
La forza di convinzione delle argomentazioni di Darwin, che
conducevano a questo risultato, consisteva anche nell'aver preso le
mosse e nell'aver rovesciato le considerazioni che nella Teologia
naturale di Paley costituivano la prova decisiva di un piano divino,
cioè la perfezione dell'adattamento degli esseri viventi alle loro
condizioni di esistenza. Vi era nulla di più chiaro del fatto che le
ali servissero per volare ed i denti per mordere? Eppure tali
strutture potevano apparire come organi rudimentali del tutto privi di
ogni uso e di contro appariva inaspet:ata la possibilità che
modificazioni casuali divenissero il punto di partenza di meravigliosi
adattamenti. La selezione naturale poteva lentamente operare questo
effetto solo con il volgere del tempo senza che apparisse alcun
intervento provvidenziale di un creatore o senza seguire la necessaria
traccia di un disegno prestabiIito nella natura. Come rileva Darwin
stesso nell'autobiografia « non sembra esservi più disegno nella
variabilità degli esseri organici e nella azione della selezione
naturale che nella direzione in cui soffia il vento. Ogni cosa è in
natura il risultato di leggi fisse ».
La forma degli organismi in altri termini era il prodotto del tempo e
delle circostanze, cioè del caso. Ma per caso non si intende l'assenza
di un determinismo causale o di leggi precise che regolino tutti i
processi naturali ma l'ottenimento di una struttura organizzata senza
che vi abbia parte un piano generale della creazione. Darwin stesso
non era disposto ad ammettere che la selezione naturale fosse
conciliabile con un disegno teleologico come affermava un suo
sostenitore ed amico, il botanico americano Asa Gray (1810-88). Questi
era convinto che un piano divino si manifestava nel controllare e
dirigere le variazioni. Al che Darwin rispondeva che in tal caso il
numero e le penne di un piccione dovevano variare soltanto per il
gusto di qualche amatore. Inoltre come giustamente osserva John C.
Green: « Presumibilmente le leggi della natura implicavano un
legislatore, ma qual genere di legislatore realizzerebbe l'adattamento
di una struttura ad una funzione proliferando a caso milioni di
variazioni, lasciando all'ambiente d'eliminare quelle che non
risultano adatte? Qual genere di legislatore permetterebbe l'enorme
quantità di sofferenza evidente nella natura? La legge governava le
operazioni della macchina del mondo ma i dettagli " buoni o cattivi "
sembravano lasciati al caso. »
La visione della natura che poteva risultare dall'Origine delle specie
era quella di un mondo in cui si ha un autonomo passaggio dal
disordine all'ordine, era una visione materialistica della realtà
naturale destinata a confermare e a confluire con il materialismo
scientifico che negli anni cinquanta era sorto in Germania fra alcuni
studiosi di fisiologia e di medicina. A costoro era effettivamente
mancata la possibilità di comprendere in un modo che non fosse
vagamente speculativo ciò che risultava dall'opera di Darwin, cioè il
sorgere dell'ordine dal disordine, la creatività del caso. Il prodursi
di gradi più complessi di organizzazione per effetto della selezione
poteva infatti dirsi casuale, non perché effetto di una spontaneità
non causata di processi naturali, ma semplicemente perché effetto di
interazioni complesse e non sempre conosciute di processi naturali.
Era proprio il significato delle interazioni fra fenomeni che veniva a
costituire uno dei principi e dei problemi filosofici e scientifici
della cultura ottocentesca. Da un lato come espressione di una
produttività dialettica della natura, dall'altro come specificazione
di questa produttività negli innumerevoli settori della ricerca
scientifica sulla realtà.
L'Origine delle specie conferiva inoltre una definitiva conferma
scientifica alla concezione storica della realtà naturale che già
formulata dagli illuministi si era affermata specialmente nella
cultura tedesca del periodo romantico. Ma l'idea di sviluppo storico
della realtà naturale era legata all'idea di progresso che costituiva
anche nell'Ottocento un'eco importante del razionalismo illuministico.
Per quanto Darwin e molti seguaci della sua teoria fossero intimamente
convinti, come lo erano stati i progressionisti, che nella natura si
realizzasse un graduale perfezionamento delle forme della vita, l'idea
di progresso non trovava nella teoria della selezione naturale una
definizione soddisfacente.
Da un lato lo stesso Darwin considerava quale perfezionamento operato
dalla selezione l'accresciuta capacità di sopravvivenza rispetto
all'ambiente di un gruppo di organismi. Ma in tal modo risultava
difficile stabilire il grado di perfezione cioè di superiorità
competitiva per quelle forme che erano meno premute dalla lotta per
l'esistenza. D'altro lato il termine più adatto, se usato per indicare
il grado di perfezione, non presentava minori difficoltà poiché un
essere ad organizzazione manifestamente più complessa poteva risultare
meno adatto a certe condizioni ambientali di un animale molto più
semplice nella sua struttura.