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La teoria dell'evoluzione

e l'opera di Charles Darwin

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L'origine delle specie
Accoglienza e reazione all'Origine delle specie

La prima edizione dell'opera di Darwin fu esaurita in un giorno ed altre due edizioni seguirono nel giro di un anno. Lo zoologo Thomas Huxlev (1825-96) il botanico Hooker ed il grande geologo Lyell amici di Darwin e non poche altre autorità in campo scientifico aderirono prontamente alla nuova teoria scientifica. L'opposizione fu tuttavia violenta da parte degli ambienti ecclesiastici e di quelli scientifici più conservatori, dei quali uno dei rappresentanti più influenti era l'anatomico Richard Owen (1804-92).
L'opposizione non poteva essere motivata dal fatto che Darwin avesse fatto professione di ateismo. Per quanto orientato verso una posizione di agnosticismo si dimostrò sempre cauto di fronte alla religione, accogliendo con soddisfazione ogni segno di consenso che venisse alla sua teoria da parte di scienziati di fede religiosa. Tale opposizione derivava soprattutto dal fatto che la sua opera inferiva un colpo decisivo alla teologia naturale ed alla concezione provvidenzialistica che su di essa si fondava. Non solo si riteneva che la scienza naturale fornisse una prova empirica, e quindi decisiva nella mentalità anglosassone, dell'esistenza di dio. Si pensava anche che essa costituisse la testimonianza di un controllo e di un continuo intervento provvidenziale di dio nella natura e quindi nella società.
Nella prima metà del secolo in Inghilterra si erano diffuse tra le masse popolari molte iniziative di divulgazione scientifica in cui non mancava l'intento di convincere la gente dell'immanenza e delle prescrizioni della divina provvidenza in questo mondo. L'opposizione dapprima all'opera di Chambers e poi a quella di Darwin era quindi basata anche sulla convinzione che se veniva cancellato il ruolo di dio come assiduo governatore delle cose naturali esso poteva venir cancellato anche dal suo ruolo di governo nelle faccende degli uomini. In atri termini, come osserva Gillispie: « La stabilità della società non solo dipendeva ma era giustificata dall'attenzione diretta ed immediata di una provvidenza le cui disposizioni potevano essere empiricamente dimostrate nell'universo fisico.» D'altronde come commenta lo stesso autore, « non è dopo tutto sorprendente, o necessariamente marxista, scoprire che in un ambiente pio e borghese le lezioni della scienza dovevano essere interpretare in un modo pio e borghese ».
Un tipico esempio di tale atteggiamento ci è dato dal già ricordato reverendo William E. Buckland, uno fra più illustri geologi inglesi in quel periodo, il quale in una lezione tenuta nel 1848 rilevava che « il Dio della natura ha determinato che le ineguaglianze morali e fisiche devono essere non solo inseparabili dalla nostra umanità ma coestensive a tutta la sua creazione ». Le varie forme di viventi dal più piccolo al più grande nella loro perfezione costituiscono infatti una serie di ineguaglianze. In tal modo egli continua: « Uguaglianza di mente o di corpo o della situazione nel mondo è incompatibile sia con l'ordine della natura che con le leggi morali di Dio... Ci può essere uguaglianza nella povertà: uguaglianza fra ricchi è impossibile... Un'eguaglianza di ricchezza e proprietà non è mai esistita e non può esistere, salvo che nell'immaginazione di irragionevoli teorici trascendentali, sino a che la natura umana continuerà ad essere quella cosa imperfetta che Dio ha posto in questo mondo... »
Nell'opera di Darwin si veniva in effetti a negare il provvidenzialismo ed il geologo Adam Sedgwick, che fu già suo insegnante a Cambridge, rilevava che sostenendo in tal modo l'autosufficienza della natura si veniva a spezzare un legame essenziale tra « fisico e morale ». Rompendosi tale legame, egli affermava, « l'umanità... soffrirebbe un tal danno che la renderebbe bruta e sprofonderebbe la razza umana ad un livello di degradazione più basso di qualsiasi altro in cui essa sia caduta da quando documenti scritti ci parlano della sua storia ».
L'aspetto più pericoloso dell'opera di Darwin, oltre alla negazione di un fondamentale argomento per la dimostrazione dell'esistenza di dio, oltre alla negazione del provvidenzialismo era tuttavia l'implicita estensione della sua teoria all'origine dell'uomo. Questo pericolo fu ben avvertito e diede luogo fra l'altro ad un famoso scontro fra il vescovo di Oxford Samuel Wilberforce (1805-73), sostenuto da Owen, e Thomas Huxley alla riunione della « Associazione britannica per l'avanzamento della scienza » che si tenne nel giugno 1860 ad Oxford. Huxley ne uscì vittorioso e ciò indicava ormai il graduale successo delle idee di Darwin, ma non disarmò certo gli avversari che dovevano battersi contro di lui con armi indubbiamente più potenti di chi pronosticava la bancarotta morale e sociale dell'umanità, qualora le idee di Darwin si fossero diffuse nel vasto pubblico.
Fra le obiezioni più significative che vennero sollevate contro l'opera di Darwin ve ne erano alcune di carattere metodologico che coinvolgevano direttamente la concezione filosofica della scienza. Si affermava in particolare l'Origine non era un'opera induttiva poiché si fondava più su delle ipotesi che su dei fatti. Darwin aveva cioè tradito lo spirito scientifico inglese inaugurato da Bacone e portato al suo vertice da Newton.
In questi rilievi vi era indubbiamente qualcosa di vero. Nella sua opera Darwin non forniva alcuna prova diretta della trasmutazione di una specie in un'altra. Come osserva Alvar Allegàrd: «Ciò che Darwin aveva fatto era mostrare che un gran numero di fatti ben conosciuti circa la somiglianza degli animali e la loro distribuzione nello spazio e nel tempo potevano essere spiegati in base all'assunzione che essi erano collegati l'un l'altro, in modo più o meno remoto, attraverso un rapporto di discendenza. Egli mostrava inoltre che la loro divergenza poteva essere spiegata in base all'assunzione che i discendenti degli stessi genitori non sono esattamente uguali, ma variano... che fra queste variazioni ve ne sono in srenerale alcune che danno ai loro possessori una migliore opportunità di sopravvivenza nella lotta per la vita. »
Molti critici non si soffermavano a valutare la plausibilità specifica di queste assunzioni ma respingevano di principio la possibilità di farne uso, poiché ciò veniva da essi ritenuto incompatibile con corretto procedimento scientifico.
L'uso di ipotesi da parte di Darwin non contrastava tuttavia con la sua fondamentale adesione ad un atteggiamento empiristico. Secondo l'indirizzo empiristico si riteneva in genere che la spiegazione di un fenomeno naturale poteva realizzarsi in modo soddisfacente mostrando come esso costituisse il caso particolare di una legge più generale. A questa concezione empiristica, che era stata teorizzata da John Stuart Mill, si contrapponeva in Inghilterra una concezione idealistica rappresentata da William Whewell (1794-1866) per cui un'iporesi scientifica per condurre ad un'effettiva spiegazione deve concernere una causa e per causa questo autore intendeva qualcosa di non percepibile coi sensi bensì « una qualità astratta, potere o capacità (efficacy) da cui viene prodotto il mutamento; una qualità non identica agli eventi, ma che si rivela attraverso di essi ».
Questa concezione della causa, come principio non riconducibile all'esperienza sensibile, si prestava direttamente all'introduzione nell'ordine naturale di una causa prima o superiore e poteva facilmente accordarsi con il piatto senso comune di quegli scienziati i quali, dichiarando di volersi appellare esclusivamente ai fatti, finivano poi con l'affermare dogmaticamente l'esistenza di un ordine divino nei fenomeni naturali.
Contro una simile concezione idealistica e contro una concezione piattamente empiristica della conoscenza scientifica, che contrapponeva ipotesi ed induzione, si mosse con molto impegno Thomas Huxley, che al contrario di Darwin aveva un vivo interesse ed una preparazione nel campo della filosofia. Se si ammette, afferma Huxley, che un evento è prodotto da una causa soprannaturale: « Quanto giù saggi noi siamo; che cosa spiega la spiegazione? Non è ciò niente di più che un modo magniloquente per dire che non conosciamo veramente nulla della cosa? Un fenomeno è spiegato quando esso è un caso di una qualche legge generale di natura; ma l'interposizione soprannaturale del Creatore non può, in un caso ,specifico, esemplificare alcuna legge. »
L'accusa di avere abbandonato il metodo induttivo a favore delle ipotesi tendeva a screditare Darwin presso un pubblico in cui il detto newtoniano hypotheses non fingo aveva la più piatta interpretazione. Tale accusa era così popolare da apparire in versi sulle stesse pagine del « Punch »: « Hypotheses non fingo / ha sir Isaac Newton affermato / e ciò era vero, per Jingo / come la prova ha confermato / Ma di Darwin la speculazione / è di un'altra sorta / una che alcuna dimostrazione / in alcun modo sopporta. » Ma anche in questo caso, il fedele bulldog di Darwin, come venne chiamato Huxley, prese le difese dell'amico citando la Logica dell'autorevole Stuart Mill. Questi nel capitolo « Sul metodo deduttivo » aveva chiarito la necessità delle ipotesi nella ricerca scientifica mostrando come il ragionamento ipotetico più che alle leggi della induzione si rifà a quelle della deduzione.
Lo stesso Darwin che non si considerava una « testa metafisica » esprimeva così in una lettera il suo disappunto di fronte alle accuse di speculazione : « Sono veramente stanco di dire alla gente che io non pretendo di addurre l'evidenza diretta che una specie si cambi in un'altra, ma che io credo che questa concezione sia sostanzialmente corretta, poiché parecchi fenomeni possono essere raggruppati e spiegati... di solito tiro loro fuori la teoria, universalmente accettata, dell'ondulazione della luce... ammessa perché... spiega così tanto. »
Più che le obiezioni di carattere etico-religioso e di quelle metodologiche ebbero peso sull'ulteriore sviluppo del pensiero di Darwin alcune importanti osservazioni critiche di carattere più strettamente scientifico. Una delle più rilevanti fra tali obiezioni sosteneva che era impossibile ammettere per il passato della terra un'estensione di tempo come quella che Darwin riteneva più o mena esplicitamente necessaria per la sua teoria.
Il nostro autore infatti, rifacendosi all'uniformismo geologico che tendeva a non porre né un inizio né una fine ai regolari movimenti della crosta terrestre, era arrivato ad ammettere che dalla deposizione di fossili del periodo terziario fossero decorse alcune centinaia di milioni di anni. Una scala del tempo di questo ordine di grandezza sembrava infatti necessaria a Darwin perché si potesse realizzare il graduale e lento sommarsi delle piccole variazioni che venivano a costituire le nuove specie.
Già a partire dal 1862, tuttavia, uno dei più autorevoli ed influenti fisici inglesi, William Thomson (Lord Kelvin), ben consapevole di colpire direttamentr la teoria di Darwin, sostenne in una serie di scritti che non era possibile ammettere una simile estensione di tempo per il passato della terra. Fra i primi teorici della termodinamica Thomson poteva affrontare il problema con indiscussa competenza e lo fece riprendendo la teoria del graduale raffreddamento della terra formulata da Buffon e Fourier. Calcolando che il sole non poteva esistere da più di cinquecento milioni di anni concludeva che il periodo in cui la temperatura terrestre poteva aver consentito lo sviluppo della vita poteva al massimo ammontare ad una ventina di milioni di anni.
L'autorità di Thomson nella cultura inglese, il prestigio dei rigorosi calcoli matematici su cui fondava le sue argomentazioni, costrinsero i geologi ad una imbarazzante ritirata, ad una revisione dei loro criteri di datazione che perdurò sino all'inizio del Novecento, quando si individuò come sorgente di calore la radioattività e si poté così centuplicare la scala del tempo imposta dal grande fisico inglese.
Darwin fu colpito e turbato dall'« odioso spettro » di Thomson e per quanto esprimesse alcuni dubbi sulla sicurezza delle sue conclusioni finì col modificare alcune formulazioni della sua teoria accentuando l'importanza di quei fattori che potessero « accelerare » la velocità delle trasformazioni biologiche. La tendenza a registrare tali trasformazioni sul nuovo orologio geologico coinvolse non solo Darwin ma la maggioranza degli evoluzionisti sino all'inizio del nostro secolo ed ebbe una parte non secondaria nello sviluppo del cosiddetto « neolamarckismo ».
Le modificazioni introdotte da Darwin consistettero principalmente nell'accentuare l'importanza di quei fattori « lamarckiani » che già si trovavano accennati nella prima edizione dell'Origine delle specie, cioè l'incidenza causale delle condizioni ambientali sulle variazioni, l'influenza dell'abitudine, dell'uso e non uso degli organi; fattori che nel loro complesso comportavano necessariamente la ereditarietà dei caratteri acquisiti.
Un altro ordine di difficoltà, già avvertite dallo stesso Darwin, costituì sin dalle prime recensioni dell'Origine delle specie motivo molto serio di obiezioni alla teoria e spinse il nostro autore, come già era accaduto per il problema dei tempi geologici, verso l'assunzione di fattori lamarckiani. Tali difficoltà riguardavano uno dei punti centrali della teoria cioè la conservazione delle variazioni favorevoli attraverso la trasmissione ereditaria. La concezione dell'ereditarietà allora ammessa da quasi tutti i biologi era quella della « eredità per mescolamento » (Blending inheritance), secondo cui nei discendenti i caratteri presentano uno stato intermedio rispetto a quello dei genitori ed in tale stato intermedio o di mescolamento vengono trasmessi alla successiva generazione.
Un'obiezione decisiva che venne avanzata da molti in base a questa concezione, e che fu formulata anche in termini matematici da Fleeming Jenkin (1833-85) nel 1 8 6 7, era che un carattere favorevole che compariva in un individuo aveva una probabilità praticamente nulla di prevalere in un gruppo poiché, attraverso l'incrocio con gli individui di questo gruppo privi di tale carattere, esso subiva ad ogni generazione una diluizione progressiva. Jenkin come esempio indicava il caso ipotetico di un uomo bianco particolarmente ben dotato che giungesse naufrago in un'isola abitata da negri. Benché egli possa ottenere un grande potere presso di essi non per questo la tribù diventerebbe bianca.
Darwin che pur aveva già preso in considerazione questo effetto di diluizione attraverso l'eredità per mescolamento, fu indubbiamente colpito dalle numerose critiche in questo senso ed in particolare da quella di Jenkin. Egli cercò di affrontare la difficoltà in vario modo, ma in particolare ammettendo che la comparsa di un nuovo carattere non doveva tanto riguardare un singolo individuo ma più individui di uno stesso gruppo, allorché determinati fattori ambientali dovessero agire in modo persistente su tale gruppo.
L'ammissione che numerosi animali o piante possano modificarsi simultaneamente in una certa direzione significava indubbiamente ridurre l'importanza delle variazioni « fortuite » e quindi della selezione naturale e suggerire la possibilità che i fattori ambientali possano agire più o meno direttamente sul plasma germinale degli organismi.
Numerose altre obiezioni di notevole serietà vennero sollevate contro l'Origine delle specie e a non poche di esse Darwin aveva già risposto efficacemente nella prima edizione o cercò di farlo nelle successive edizioni della sua opera. Tali obiezioni dovevano costituire comunque il terreno su cui nei successivi decenni si svilupparono i vari indirizzi e le varie interpretazioni della teoria dell'evoluzione.
Le obiezioni di carattere scientifico non tendevano a negare in assoluto la possibilità di una trasmutazione delle specie ma concernevano più o meno direttamente la causa di questo processo. L'idea di evoluzione biologica nel giro di un decennio si era infatti affermata sempre più negli ambienti scientifici ma questo consenso doveva riguardare sempre meno l'interpretazione del suo meccanismo causale. Doveva cioè attenuarsi sempre più negli anni successivi il consenso sulla preminenza da attribuirsi alla selezione agente su variazioni casuali rispetto all'azione di ipotetici fattori interni od esterni capaci di dirigere più o meno finalisticamente il processo evolutivo.
L'atteggiamento dello stesso Darwin di graduale rivalutazione dei già ricordati fattori lamarckiani, quali l'influenza diretta dell'ambiente, dell'abitudine, dell'uso e non uso degli organi, non poteva costituire certo un punto di riferimento per dirimere la divergenza fra i seguaci del darwinismo.
A ciò si deve aggiungere il tentativo di Darwin di formulare una teoria della ereditarietà dei caratteri acquisiti che apparve nel 1868 come appendice alla sua opera Variations of animals and plants under domestication (Le variazioni degli animali e delle piante allo stato domestico). Questa teoria detta pangenesi suppone che da ogni parte del corpo vengano convogliati agli organi riproduttori delle minuscole particelle, le gemmule, che vengono a costituire il plasma germinativo. In tal modo le parti del corpo che si modificano durante la vita dell'individuo possono trasmettere alla discendenza i caratteri modificati.
 

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