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La teoria dell'evoluzione

e l'opera di Charles Darwin

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L'origine delle specie
L'origine dell'uomo

Dopo il 1859 gli interessi di Darwin si rivolsero prevalentemente alla botanica. Con alcune opere estremamente accurate e precise sulla fecondazione, il dimorfismo ed il movimento delle piante illustrava i meccanismi e gli adattamenti di strutture che erano sempre apparsi una delle meravigliose prove della finalità della natura. Ciò non gli impedì di rivolgersi anche ad un argomento che già da tempo lo aveva attratto e divenne il soggetto di un'opera che poteva considerarsi il coronamento della sua teoria dell'evoluzione, cioè The descent of man, and selection in relation to sex (L'origine dell'uomo e la selezione sessuale, 1871).
L'affinità dell'uomo con gli animali superiori aveva già costituito, specialmente negli ultimi decenni del Settecento un tema di grande interesse in tutta Europa. Con l'affermarsi delle idee evoluzionistiche esso venne dibattuto ancora più esattamente. Fra i vari autori che se ne occuparono vi fu anche Herbert Spencer che, come si è detto, si era convertito alla teoria dell'evoluzione leggendo l'esposizione che di Lamarck aveva fatto Lyell nei suoi Principi di geologia.
Darwin nella sua opera del 1859 aveva cautamente evitato l'argomento, ma Huxley lo affrontò con molta spregiudicatezza nel 1863 con uno dei suoi scritti più famosi Man's place in nature (Il posto dell'uomo nella natura). Esso può considerarsi in un certo senso il frutto del famoso dibattito dell'autore con il vescovo Wilberforce e mira decisamente a dimostrare l'origine animale dell'uomo sulla base di precise considerazioni anatomiche ed embriologiche, mostrando ad esempio che dallo studio del cranio e dello scheletro l'uomo risulta più affine al gorilla di quanto il gorilla non sia simile al gibbone. Huxley concludendo per l'origine dell'uomo da animali simili alle scimmie antropoidi non cerca tuttavia di spiegare specificamente come si sia realizzato questo processo di discendenza.
Questa sfida di Huxley alla cultura ufficiale doveva naturalmente raccogliere il plauso di Darwin che provò tuttavia un non lieve disappunto per la comparsa nello stesso anno di un'altra opera dell'amico e maestro Lyell Geological evidences of the antiquity of man (Prove geologiche dell'antichità dell'uomo, 1863). Questo libro come osserva William Irvine si apre come un trattato di geologia e termina con un saggio di teologia liberale . L'autore ritiene infatti che l'uomo possa essere derivato da una forma animale più antica ma sostiene che nella evoluzione della vita organica la selezione naturale non può costituire un fattore di spiegazione adeguato. Vi è in tale evoluzione una legge di sviluppo di ordine così elevato da porsi quasi nello stesso rapporto in cui si trova la divinità stessa rispetto all'intelletto finito dell'uomo, una legge capace di aggiungere nuove e potenti cause, quali le facoltà morali ed intellettuali della razza umana, ad un sistema di natura che si è realizzato per milioni di anni senza l'intervento di alcuna causa analoga .
Lyell certamente non era il solo a rifiutare per l'uomo le conclusioni materialistiche che potevano trarsi dalla teoria dell'evoluzione e a supporre nella natura l'intervento di un principio soprannaturale. Per la stessa via doveva porsi anche un altro amico di Darwin, Edgar Wallace. Questi in uno scritto del 1864 aveva affermato che la selezione naturale doveva aver condotto l'uomo alla posizione eretta rendendo così le mani disponibili per una correlazione più stretta con il cervello. Ma con un maggior intervento del cervello nelle attività dell'uomo interviene un nuovo fattore nell'evoluzione, che in un certo senso blocca la tendenza degli altri organi a specializzarsi e permette così una relativa stabilità di tutta la struttura corporea anche quando gli animali attorno all'uomo continuano nel loro processo evolutivo.
Nel 1869 tuttavia Wallace giunge alla conclusione che il cervello nel suo attuale stato non può essere il prodotto della selezione naturale. Alcune delle popolazioni più primitive presentano un cervello di dimensioni e capacità superiori ai loro bisogni, mentre la selezione naturale avrebbe dovuto dotarli di un cervello di poco superiore a quello delle scimmie. Vi è perciò in esse una latenza ed una potenzialità intellettuale inaspettata, che Wallace riconosce esplicitamente sfidando il diffuso pregiudizio e l'interessata presunzione che considerava queste popolazioni come dei fossili viventi, cioè come degli stadi intermedi fra le scimmie antropoidi e l'uomo civilizzato. Queste acute osservazioni di Wallace avrebbero forse ottenuto maggiore considerazione anche da parte di Darwin, se l'autore non ne avesse concluso che qualche intelligenza superiore può aver diretto il processo attraverso cui si è sviluppata la razza umana .
Questa rinuncia all'uso di un criterio scientifico e l'implicita tendenza al misticismo delusero ovviamente Darwin, che fu spinto a prendere posizione impegnandosi nella preparazione della sua opera sull'origine dell'uomo, che fu pubblicata nel 1871.
Numerosi ed importanti opere di antropologia ispirate alla teoria dell'evoluzione erano apparse nell'ultimo decennio ed alcuni termini del problema risultavano già nelle loro linee fondamentali. La somiglianza anatomica ed embriologica dell'uomo con gli animali superiori era stata chiarita in modo tale che ormai l'unica plausibile spiegazione risultava quella di una comune discendenza. Darwin perciò non si sofferma a lungo su questo tema rimandando il lettore al libro già ricordato di Huxley. Ben più difficile appariva invece la questione dell'origine delle facoltà morali ed intellettuali dell'uomo, che una inveterata tradizione della cultura occidentale attribuiva all'azione di un principio spirituale ed immortale.
Darwin prende una posizione molto netta affermando che per le qualità psichiche che si presentano nel mondo animale deve valere lo stesso principio di continuità e di gradazione che si riconosce per le qualità corporee. Si deve inoltre ammettere che vi è una differenza molto più grande fra il potere mentale di un pesce inferiore, ad esempio la lampreda o l'anfiosso, e quello di una delle scimmie superiori, che tra una scimmia e l'uomo; e tra questi due estremi vi sono delle infinite gradazioni .
Per dimostrare che non vi è una differenza fondamentale fra le facoltà mentali dell'uomo e quelle dei mammiferi superiori Darwin illustra la ricchezza e complessità di atteggiamenti che si ha nel comportamento di questi animali. Lo fa raccontando episodi che mostrano in essi i diversi stati di piacere, dolore, terrore, gelosia, ecc. Accanto a queste situazioni emotive, in cui si intravvede vividamente la somiglianza con l'uomo, vi sono anche atteggiamenti conoscitivi che si rilevano come curiosità, meraviglia, capacità di apprendere e di usare strumenti. Tutte queste qualità degli animali, osserva Darwin, acquistano il loro pieno significato se paragonate non alle più alte manifestazioni dell'uomo civilizzato ma a quelle dei selvaggi più primitivi.
Egli non misconosce certo le differenze fra gli animali e l'uomo. La più grande fra esse è il senso morale o coscienza; ma anche per questa è possibile trovare una spiegazione scientifica, individuando la sua origine nell'istinto di socievolezza e di solidarietà che manifestano gli animali. Il vantaggio di questo istinto nella lotta per l'esistenza, l'approvazione o disapprovazione che ne consegue da parte del gruppo sono fattori decisivi nello sviluppo delle stesse società umane. Ogni progresso nella solidarietà e nella moralità di un gruppo lo pone in condizioni di vantaggio rispetto agli altri gruppi ed è in tal modo che si realizza il regresso di alcune popolazioni ed il progresso di altre.
Se la moralità risulta tuttavia come un prodotto della lotta per l'esistenza, appare il pericolo che la moralità stessa, cioè la solidarietà verso i meno dotati, i deboli e gli ammalati possa costituire una limitazione alla selezione naturale e quindi una limitazione del progresso evolutivo.
Questa fondamentale contraddizione, legata alla tendenza a fondare la morale su basi biologiche, non venne chiaramente avvertita da Darwin. La sua fede nel progresso dell'umanità era in effetti profonda, ma non riuscendo a trovare un riferimento nella recente storia civile dei popoli, si rifaceva soltanto ad una concezione etico-psicologica caratteristica dell'utilitarismo o ad una morale della simpatia prevalenti nella cultura inglese. Man mano che l'uomo avanza nella civilizzazione, egli afferma infatti, e le piccole tribù si uniscono in più grandi comunità, la ragione più elementare dovrebbe dire ad ogni individuo che egli deve estendere i suoi istinti sociali e le sue simpatie a tutti i membri della stessa nazione, per quanto gli siano personalmente sconosciuti. Una volta giunti a questo punto vi è soltanto una barriera artificiale ad impedirgli di estendere le sue simpatie agli uomini di tutte le nazioni e le razze.
Accanto al problema dell'origine dell'uomo, che viene fondamentalmente affrontato mediante la trattazione delle qualità psichiche degli animali, ampia parte di quest'opera di Darwin è dedicata alla selezione sessuale in base alla quale egli cerca fra l'altro di spiegare le differenze fra le attuali razze umane. Non era però quest'ultima parte quella che doveva suscitare il maggiore interesse del pubblico. La reazione fu nel complesso inferiore a quella prodotta dalla sua opera del'59, dalla quale risultava già chiaramente che l'evoluzione doveva coinvolgere anche l'uomo.
Oltre a ciò non mancavano in questo libro confusioni ed incertezze derivanti dalla difficoltà dei problemi, ma anche da una minore competenza dello stesso autore. Darwin ne fu certamente consapevole ma ritenne importante indicare il giusto atteggiamento scientifico che occorreva assumere di fronte a certe distorsioni spiritualistiche che stava assumendo la teoria dell'evoluzione. Era questo ad esempio il caso di Lyell e di Wallace ma anche del cattolico George Mivart (1827-1900), che riconosceva la discendenza del corpo umano da una forma animale più antica, ma riteneva necessaria una sorta di intervento catastrofistico di dio per dotare questo corpo di un'anima immortale.
L'Origine dell'uomo doveva inoltre costituire uno stimolo fecondo per il sorgere degli studi di psicologia animale, insieme ad un'altra opera che Darwin pubblicò l'anno seguente The expression of the emotions in man and animals (L'espressione delle emozioni negli animali e nell'uomo, 1872). Nel decennio successivo, ormai circondato dall'interesse e dalla stima generali, egli continuò la sua attività di ricerca occupandosi soprattutto degli studi di botanica che sempre lo avevano appassionato. Morì nel 1882 nella sua casa di Down, dove aveva trascorso con la famiglia buona parte della sua vita, ed ebbe l'onore di una sepoltura nell'abbazia di Westminster, dove fra i grandi della nazione inglese giacciono anche le spoglie di Newton.
 

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