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La disputa iconoclastica

Nel 726, Leone III Isaurico aveva emanato un editto che proibiva il culto delle immagini, che nell'Impero Bizantino stava rasentando l'idolatria. La chiesa di Roma era più indulgente in proposito, e si era allineata sulle posizioni del concilio di Nicea del 787, dove si concludeva che "si può tributare alle immagini un affettuoso saluto ed una venerazione fatta di onori: non l'autentica venerazione della nostra fede, che è dovuta soltanto alla divina natura". Ma nel mondo cristiano occidentale la questione era rimasta aperta e veniva ripresa nei Libri Carolini, composti nell'ambiente di Carlo Magno. I teologi carolingi erano stati disturbati dal fatto che nella traduzione latina degli atti di Nicea si fosse usato un unico termine, 'adoratio', in luogo dei due che distinguevano il culto dovuto all'immagine dal culto dovuto a Dio. Essi invece distinguevano tra mondo spirituale e mondo materiale e dicevano che l'immagine (che può rendere solo aspetti esteriori materiali della cosa rappresentata) non poteva costituire un accesso al mondo spirituale. Anzi, più era somigliante al prototipo, maggiore era la sua falsità, in quanto si aumentava l'inganno nei confronti dello spettatore. L'immagine non era un idolo ma poteva divenirlo se utilizzata in modo scorretto. Quindi l'espressione vera dello spirituale andava ricercata solo nel linguaggio non figurativo delle Sacre Scritture.

I Libri Carolini non escludevano che si potessero usare le immagini come giusto stimolo alla riflessione spirituale. Semplicemente però, invitavano a non dare alle immagini maggior peso di quanto avessero. Diciamo che poi il Medioevo aveva piuttosto adottato una idea di Gregorio Magno per cui "si fa uso della pittura nelle chiese, affinché coloro che sono analfabeti 'leggano' sulle pareti, ciò che non sono in grado di leggere nella Scrittura". Ma in fondo, sia l'una che l'altra posizione sottintendevano che, se non si è analfabeti, sarebbe meglio trarre le proprie occasioni di meditazione dalle scritture e non dalle pitture.

La questione iconoclasta: Nicea

In un momento di consolidamento del potere del basileus, sotto il regno di Leone I I I (717-741) e poi di suo figlio Costantino V (741-777 ),proibisce la costruzione e il possesso di immagini di Dio e dei santi. L'atto formale con cui si avviò la campagna iconoclasta è la deposizione e distruzione dell'icona di Cristo affissa sopra la Chalké, la porta di bronzo che, serviva da ingresso principale del palazzo imperiale di Costantinopoli. Ovunque, ma soprattutto nella capita le, pitture e sculture sacre vengono distrutte e sostituìte da semplici croci. Non è il patriarca, ma l'imperato re a decidere questa politica iconoclasta, per motivi diversi e tuttora oggetto di discussione tra gli storici: per influenza dell'iconoclasmo ìslamico ed ebraico; per s0ttolineare la valenza religiosa del potere imperiale nel proporre come unico simbolo la croce, che è anche un segno della tradizione costantiniana e del ruolo dell'ivi peratore in ambito religioso; ovviamente per opporsi alla Chiesa di Roma, prendendo le distanze dalla tradizione didattica radicata in Occidente; ma soprattutto per arginare il potere dei produttori e propagatori di immagini sacre, i monaci, tanti, tanto amati dal popolo, ed esenti da ogni tassazione.
Alle posizioni iconoclaste di Leone III si oppone subito il patriarca Germano di Costantinopoli, che viene deposto. Tra i difensori delle immagini,
Giovanni di Damasco o Damasceno (ca 690-749), di cui abbiamo le tre orazioni Contro i calunniatori delle immagini. Giovanni era stato iniziato alla dottrina teologica dal monaco Cosma, riscattato dalle mani dei pirati saraceni dal padre, logoteta, ossia governatore civile della popolazione greca sotto gli Arabi (carica che sarà anche di Giovanni). Intorno al 725 si era ritirato nel monastero di San Saba a Gerusalemme, dove aveva ricevuto l'ordinazione sacerdotale. Durante gli anni della lotta iconoclasta difese strenuamente la liceità delle immagini sacre e subì poi la curiosa sorte di essere scomunicato dopo morto, nel 754 (a Hieria), e riabilitato più tardi, al concilio di Nicea. Viene considerato l'ultimo grande Padre della Chiesa greca, colui che compì la sintesi della patristica orientale nell'opera intitolata Fonte della conoscenza, dove dopo aver trattato della Trinità, della creazione e dell'incarnazione, nel quarto libro Giovanni difende il culto delle immagini, sottolineandone il valore pedagogico e morale, e distinguendolo dall'idolatria. Le immagini furono proibite nell'Antico Testamento, ma dopo la venuta di Cristo hanno il ruolo di tramandare ai posteri lo straordinario evento del Dio che assume una natura di uomo. Nel Contra imaginum calunmniatores si precisa la funzione catechetica dell'immagine: «ciò che è il libro per quanti sono esperti nelle lettere dell'alfabeto, è l'immagine per gli analfabeti; e ciò che è la parola per l'udito, è l'immagine per la vista» (1, 17). Nella stessa opera le immagini vengono definite «libri aperti» e poi «araldi silenziosi», in contrasto con la lettura ad alta voce che, come si è detto, era praticata da coloro che sapevano leggere.

Sembrerebbe di ritrovare un concetto gregoriano, ma la difesa di Giovanni va ben oltre la pedagogia, poiché la dottrina dello Pseudo-Dionigi sulla manifestazione del Dio invisibile nella realtà visibile viene applicata alla pittura: è sufficiente che l'immagine abbia somiglianza con il suo prototipo, pur mantenendosi dissimile nella sostanza, per meritare venerazione. Sempre nelle orazioni di cui sopra, leggiamo anche che «le cose materiali per se stesse non meritano venerazione, ma se rappresentano chi è pieno di grazia, sostenere che esse partecipino di quella grazia è conforme alla fede». Le immagini sono intese come tramite con il divino, partecipi della stessa grazia divina che è presente nella bellezza del creato, ma più vicine al trascendente di un fiore o un albero, perché direttamente ispirate nella mente del pittore da uno stato di grazia di provenienza soprannaturale. Ma Giovanni non fu ascoltato da Leone e Costantino, che perseverarono nell'iconoclastia.

La reazione occidentale alle pratiche iconoclaste fu immediata: papa Gregorio II già nel 727 invia due lettere a Leone III per convincerlo a non proseguire sulla strada dell'iconoclastia, e il suo successore Gregorio III nel 731 convoca un concilio a Roma, con la partecipazione di novantatré vescovi, durante il quale si prevede la scomunica per coloro che negano la possibilità di trarre conforto per la fede dalle reliquie e dalle immagini sacre. Nell'aprile del 769 un ulteriore concilio, tenuto nella basilica del Laterano, ribadisce l'opportunità di venerare «con l'onore più grande» le reliquie dei santi e dei loro indumenti, le basiliche a loro consacrate e anche «le immagini e i loro volti in qualunque luogo siano stati dipinti» (Mansi XII, 720).

Due anni prima, a Gentilly, Pipino il Breve aveva convocato un concilio di cui non possediamo gli atti, che secondo gli «Annali», redatti dalla corte di Carlovent 'anni dopo, si era occupato della Trinità e delle immagini dei santi. Un recente studio, tuttavia, ha mostrato, come «l'oggetto dell'incontro di Gentilly era duplice: un dibattito sulla dottrina delle immagini e l'approvazione di una proposta di matrimonio proveniente da Costantinopoli» (McCormick 1994: 130) tra Costantino V e la figlia di Pipino, già promessi sposi e in verità mai sposatisi. Il problema delle immagini fu trattato con ogni probabilità solo marginalmente, nel tentativo di conciliare Roma e Bisanzio (rappresentata da alcuni legati in vista del matrimonio) sotto la protezione del re dei Franchi, che doveva scontrarsi anche con l'idolatria sassone, oggetto poi della violenta repressione di Carlo.

Intanto a Costantinopoli, ripresa e accentuata dal figlio, di Leone, Costantino V (soprannominato dai suoi nemici Copronimo, ovvero «dal nome di sterco», al potere ( dal 741 al 7î5), la politica iconoclasta, basata su una divulgazione teologica esemplificata nelle Interrogazioni (Peuseis), opera dello stesso imperatore, aveva trovato la propria giustificazione ed espressione finale nel decreto (horos) e negli anatemi del concilio di Hieria in Bítinia, convocato da Costantino nel 754. A Hieria si dichiarano idolatre le immagini di Cristo e dei santi: le prime, perché pretenderebbero di rappresentare la divinità irrappresentabile, separando la carne dalla divinità e quindi spezzando l'unità delle due nature; le seconde, ossia le immagini della Vergine e dei santi, perchè in quanto materiali degradano la condizione gloriosa dei loro modelli (come aveva sostenuto Epifanio di Salamina quattro secoli prima), e sono quindi diabolicamente ispirate.
Naturalmente, non viene negata la potenza di intercessione né dei santi né della Vergine, e viene ribadito il valore dell'immagine della nuda croce, l'unica immagine accettata. Si dice a proposito delle immagini di Cristo che «il nome Cristo significa Dio e uomo: dunque anche l'immagine è immagine di Dio e di uomo», ma il pittore «seguendo una sua vana opinione ha circoscritto la divinità, che però non può essere circoscritta entro íl limite di una carne creata» (Mansi XIII, 672). Un testo che riprende alla lettera quello che per noi è il frammento n. 5 dell'opera di Costantino V:
«Poiché egli possiede, unito alla carne, un'altra natura immateriale, poi ché egli è uno con queste due nature e la sua persona o sua ipostasi è inseparabile dalle due nature, noi non accettiamo che sia possibile circoscriverlo, perché ciò che viene rappresentato è una sola persona. E chiaro che colui che circoscrive questa persona circoscrive anche la natura divina, che non può essere circoscritta» (in Zani 2001: 64). Gli atti del concilio di Hieria ci sono pervenuti solo attraverso le confutazioni di Nicea, come spesso capita agli scritti dei perdenti, tuttavia i frammenti che abbiamo sono sufficienti a comprendere la determinazione dell'imperatore, che combatterà con mano militare l'opposizione, sorta soprattutto in ambienti monastici: si esige da tutti il giuramento di non venerare mai più le immagini, gli oppositori sono messi a morte o mutilati, le immagini vengono scrostate o bruciate, sostituite con decorazioni vegetali o animali, oppure con la nuda croce.
Reazioni forse politiche, ma con un forte impatto nella storia dell'arte: Costantino V sostituì nelle chiese di Costantinopoli le scene della vita di Cristo con rappresentazioni di alberi, uccelli, animali, felini e grifoni. La storia (ossia i testi rimasti di coloro che vinsero) gli
rimproverò di aver trasformato le chiese in «depositi di frutta» e «gabbie per uccelli» ma è impossibile non domandarsi quale influenza reciproca abbiano avuto in questo VIII secolo le prescrizioni islamiche e le nuove abilità raggiunte dai pittori e dai mosaicisti: non più storia sacra, ma decorazioni animali e vegetali. Non più ritratti idealizzati di santi e imperatori, ma realistiche scene di caccia e giardini, leopardi e pavoni, come nelle stanze accanto alla Cappella Palatina, a Palermo, realizzate da maestranze bizantine nel XII secolo.

Dopo la morte di Costantino, la dottrina di Híeria rimane norma ufficiale, ma sia Leone IV, sia Irene, reggente dal 780 per il figlio Costantino VI (che poi deporrà e farà accecare), ammorbidiscono la loro posizione fino alla convocazione di un nuovo concilio sul tema delle immagini. Irene, temendo le conseguenze di un'ostinata opposizione a Roma e bramando, come la storia dimostrerà, un'unificazione dell'Impero occidentale e orientale sotto il suo dominio, nel 786, dopo aver appoggiato l’elezione di un nuovo patriarca, Tarasio (un laico già al suo servizio),
convoca il concilio di Nicea, che occupa otto sessioni tra il 4 settembre e il 28 ottobre 787.

II papa di Roma è rappresentato da un prete e un monaco, mentre solo due monaci rappresentano i patriarchi di Alessandria, Antiochia e Gerusalemme, come si legge negli atti: «Convenuti il devotissimo Pietro, arci presbitero della santissima chiesa di san Pietro Apostolo che è in Roma, e Pietro, devotissimo presbitero, monaco ed egumeno del venerabile monastero di san Saba che si trova a Roma, nelle veci dell'apostolica sede del reverendissimo e santissimo Adriano, arcivescovo dell'antica Roma; e Tarasio, reverendissimo e santissimo arcivescovo della gloriosa Costantinopoli nuova Roma, e Giovanni e Tommaso, devotissimi presbiteri, monaci e legati dei troni apostolici della provincia orientale» (Mansi XIII, 1 A; cfr. Russo 1997: 29), ossia appunto di Alessandria, Antiochia e Gerusalemme. I vescovi bizantini sono in numero variabile, mai meno di duecento. Sono presenti anche archimandriti, egumeni (capi di una comunità monacale, da hégeomai, «conduco»), monaci, tutti privi del diritto di voto, ma con un importante ruolo nelle discussioni. Le conclusioni, a favore della costruzione, del possesso e della «venerazione» delle immagini sacre, costituiscono una vittoria del mondo religioso in generale contro la politica degli imperatori predecessori di Irene e Costantino: i bizantini presenti sono infatti tutti a favore dell'iconodulia, e i legati del papa non hanno alcuna difficoltà a far predominare il suo pensiero.
Dagli atti, che comprendono anche due lettere di papa Adriano I agli imperatori e a Tarasio, risulta chiara la consapevolezza dei presenti di assistere a un concilio «ecumenico», con partecipazione delle chiese d'Oriente e d'Occidente, a differenza di Hieria che veniva considerato un concilio della sola chiesa orientale (ma anche a differenza di quello di Roma del 731 e del Laterano del 769, cui partecipò solo l'Occidente). Ci sono pervenuti solamente ventidue canoni degli atti, tra i quali solo cinque sono del tutto nuovi; gli altri riprendono infatti canoni di concili precedenti, e non sappiamo neppure in quale sessione furono promulgati, anche se è possibile ricostruire i temi delle sessioni.
Nella quarta si affronta il tema delle immagini nella Scrittura e nei testi dei Padri: si afferma che le Scritture proibiscono le immagini (per esempio in Esodo 20,3-4 e in Deuteronomio 5, 7-10) solo in circostanze particolari, giustificabili storicamente, mentre i Padri hanno lodato le immagini. Gli esempi sono quasi tutti tratti dai libri del cosiddetto Antico Testamento, considerati testi da intendere comunque in maniera figurata, secondo la lettura di Origene (ca 185-ca 253) e dei Padri greci, ripresa da Ambrogio e da Agostino.

Attraverso la lettura allegorica, nei primi secoli si era risolto il grave problema dell'apparente incompatibilità tra nuovo e Antico Testamento, che aveva portato gruppi di cristiani (come i Marcioniti, ma anche i Manichei) a rifiutarne l'autenticità o l'ispirazione divina. Un argomento a favore delle immagini è dunque «scientifico»: aiuta a interpretare correttamente le Scritture, a ridimensionare e contestualizzare le proibizioni rivolte al popolo ebraico. A questo si aggiunge un'argomentazione più popolare: i racconti di miracoli ottenuti per mezzo delle immagini di Cristo, della Vergine, dei santi divengono oggetto di racconti - raccolti negli atti - dal tono spesso acritico e leggendario.

Sempre nella quarta sessione, in cui ci si interroga sulla natura delle immagini, si precisa la fondamentale differenza tra l'atto di adorazione (latreuein) e quello di venerazione (proskynein), il primo dovuto solo a Dio, il secondo riservato ai santi, alla Vergine, agli angeli e alle immagini: a tutte le immagini, quelle di Cristo come quelle dei santi. La confusione tra latreia e proskynesis sarà il fraintendimento all'origine della reazione di Carlo Magno al concilio di Nicea.

Tale distinzione è ripresa anche nell'horos del concilio che, dopo aver esortato a innalzare «le venerande e sante immagini, sia dipinte che in mosaico o in qualsiasi altro materiale adatto» nelle chiese, nelle strade e nel le case, ricorda «che si può tributare loro, baciandole, rispetto e venerazione (proskynesis). Non si tratta certo di una vera adorazione (latreia) riservata dalla nostra fede solo alla natura divina, ma di un culto simile a quello che si rende alla immagine della croce preziosa e vivificante, ai santi Vangeli e agli altri oggetti sacri» (Mansi XIII, 380; cfr. Conciliorum 2002: 136).

Il problema dell'immagine di Cristo

Tra i molti passi interessanti degli atti di Nicea (per esempio la confutazione di Hieria, che ha occupato ben due sessioni), ne scegliamo alcuni sul tema dell'immagine. Il primo riguarda il problema dell'immagine di Cristo, che secondo gli iconoclasti verrebbe ridotto alla sola natura umana da qualunque raffigurazione materiale. Una pittura, infatti, o una statua, qualunque forma di immagine potrebbe solo mostrare il corpo, nasconder done l'anima e, soprattutto, la natura divina. In proposito Nicea sostiene che l'immagine rimanda sempre al «prototipo»: «tanto più quelli che le contemplano sono portati al ricordo e al desiderio dei modelli originali (prótotypoi)», si legge sempre nell'horos, dove si spiega che, «secondo il pio costume degli antichi, l'onore tributato all'immagine passa al suo modello». L'immagine non ha dunque la pretesa di significare tutto il suo modello, ma semplicemente di rimandare ad esso, che viene ricordato, desiderato, onorato. Così l'immagine di Cristo rappresenta il suo corpo, ma non per questo cancella la sua divinità: si tratta infatti di un corpo che Cristo stesso ha scelto di possedere e che è l'unico aspetto del Figlio che si possa raffigurare. Quindi, da una parte «il Verbo di Dio ha circoscritto se stesso venendo tra noi nella carne», e di conseguenza chi lo «circoscrive» dipingendone il corpo lo fa in modo «assolutamente giusto e buono», perché si adegua a ciò che Cristo ha fatto di sé; d'altra parte «nessuno ha mai pensato di dipingere la sua divinità, giacché, come dice la Scrittura, Dio non l'ha mai visto nessuno': per questo egli non può essere dipinto, né visto, né compreso - tranne che nella sua umanità» (Mansi XIII, 668). L'immagine è simile al suo modello «non nella sostanza ma soltanto nel nome e nella disposizione delle membra che vengono dipinte». Anche quando si dipinge un uomo non si ha certo la pretesa di ritrarne l'anima, eppure, conclude il passo degli atti, «nessuno che sia dotato di senso, al vedere l'immagine di un uomo ha pensato che, attraverso l'arte del pittore, l'uomo venga separato dalla sua anima». L'immagine dunque rimanda al modello, come le opere d'arte di Plotino, e rimane di sostanza differente da questo, simile solo nel nome, come nel rapporto che lo Pseudo-Dionigi individuava tra dipinto e pittore, ma anche tra persona santa e Dio. Tuttavia l'immagine ricorda il modello, e nel mostrare ciò che si può raffigurare,il corpo, richiama ciò che non si può raffigurare, ossia l'anima per l'uomo, la natura divina per Cristo, lo stato glorioso per i santi e la Vergine.

Nei Libri Carolini si riconoscerà all'immagine invece solo il ruolo di portare alla memoria la materialità di ciò che è rappresentato, ossia le si negherà la capacità di rimandare al soprasensibile: un affresco di Cristo in croce ricorderà l'evento storico della morte di Cristo, senza aggiungere nulla riguardo alla sua persona e alle due nature. L'immagine sarà detta essere della stessa sostanza di ciò che rappresenta, condannata quindi a trascinare nella materia ogni soggetto rappresentato.

Il valore delle Scritture rapportato a quello delle immagini

Un altro punto degli atti del concilio di Nicea che è opportuno qui ricordare riguarda il valore delle Scritture rapportato a quello delle immagini: a Nicea si sostiene che leggendo i vangeli e guardando delle immagini sacre si acquisti il medesimo genere di conoscenza. Infatti, «così come le cose lette, una volta ricevute dalle nostre orecchie, vengono trasmesse al nostro animo, allo stesso modo anche le cose che vediamo con i nostri occhi nelle immagini vengono abbracciate dalla nostra mente» (Mansi XIII, 659). Porre sullo stesso piano le Sacre Scritture e le pitture sarà ritenuto inaccettabile dai carolingi: infatti le Scritture sono prodotte da Dio stesso, mentre le pitture sono fatte da mano umana. Una distinzione che non tiene conto, da parte degli autori della scuola palatina, di un dato già acquisito dai Padri, ovvero il ruolo fondamentale svolto dall'uomo nella stesura del testo rivelato della Bibbia. Lo stesso Agostino nelle Confessioni, nel De doctrina christiana (per esempio in 2, 11, 16 sgg. e 3, 25, 35 sgg.) e in molti altri passi segnala tra le difficoltà dell'esegesi proprio quella di intendere la lingua dello scrittore sacro, che è ispirato da Dio, ma poi decide come e cosa scrivere secondo la sua comprensione, la sua capacità, la sua consuetudine e naturalmente la sua epoca.
Questa distinzione era invece probabilmente più presente a Nicea, che prende le distanze anche dalla concezione islamica del libro sacro come opera dettata parola per parola da Allàh al suo Profeta, fino a essere ritenuto una sorta di personificazione dello stesso Dio. Gli iconoclasti, vengono addirittura accusati da parte dei Padri conciliari di ispirarsi alla religione musulmana: in una sessione del concilio, probabilmente la sesta, si evoca in proposito la vicenda del califfo Yazid II, che intor no al 723 aveva fatto distruggere le immagini sacre in Egitto (come già accennato non siamo però in grado ancora oggi di sapere se abbia fatto eliminare solo i simboli della civiltà faraonica o anche quelli delle religioni cristiana e greco-romana, perché i resoconti che abbiamo sono di parte).

In conclusione, il secondo concilio di Nicea fu una vittoria della riconciliazione tra Oriente e Occidente in nome della religione cattolica, sostenuta da Roma e dall'ambiente monastico orientale, accettata e appoggiata Irene, reggente per l'imperatore Costantino VI: un modo anche per prendere le distanze dall'Islàm e unirsi contro il suo potere militare.


 

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