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L'inferno |
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È' senz’altro paradossale che il nostro tempo, che forse come nessun altro
ha sperimentato abissi indicibili d’ingiustizia e malvagità come quelli
perpetrati nei lager nazisti, sia tentato di non meditare più sulla
possibilità reale dell’inferno. Certo, rappresentazioni ingenue e insistite
del passato non aiutano a collocare in una luce pertinente e convincente
questo concetto che fa parte del bagaglio irrinunciabile dell’esperienza
cristiana, ma anche e innanzitutto umana. Che il male vada infine sceverato
dal bene e che vi debba essere un giudizio finale che ripari i torti subiti
che la storia non riesce a far quadrare, rivelando le vere intenzioni dei
cuori e dicendo pane al pane e vino al vino, è un postulato difficilmente
contestabile della nostra esistenza. La fede cristiana non contraddice questa percezione e questa speranza. Ne dilata, piuttosto, e ne rischiara in modo inatteso l’orizzonte di esperienza e comprensione. Il messaggio di Gesù è “vangelo”: la “bella notizia”, cioè, secondo cui Dio è sino in fondo e unicamente desiderio di bene nei confronti dell’uomo. Tanto che egli è venuto, appunto, «non per condannare, ma per salvare» (cfr. Gv 12,47), offrendo l’aiuto indispensabile per edificare la propria esistenza e quella della comunità umana secondo una misura pienamente umana. Il che esige un’adeguata assunzione di responsabilità. In altre parole, il messaggio di amore che viene da Dio all’uomo in Gesù, e in cui l’uomo ritrova il meglio di se stesso, non avrebbe significato se l’uomo stesso, come Dio che l’ha creato e lo vuole compagno di vita per sempre, non fosse libertà. «Se la libertà non è reale— scriveva all’inizio del secolo scorso Pavel Florenskij — , nemmeno l’amore di Dio per la creatura è reale». Di qui, dall’amore di Dio che esige la libertà dell’uomo, lo spalancarsi di quell’abisso che è la possibilità reale di dire no al destino che realizza ogni persona. Se la possibilità di dire questo no non vi fosse o fosse una semplice illusione, l’uomo non sarebbe uomo e Dio non sarebbe Dio. Ciò non significa brandire in modo terroristico la possibilità di questo no, nella sua terribile definitività, per imporre alcunché. Significa al contrario richiamare alla serietà della nostra responsabilità e all’inesauribile efficacia della misericordia di Dio che col perdono sempre di nuovo rende disponibile la chance di ricominciare come fosse la prima volta. È Gesù stesso, a ben vedere, che offre non a parole ma col dono di sé senza condizioni sul legno della croce la misura ultima di questo dramma segnato dal marchio della speranza. «Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore, perché noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio» (2Cor 5,21): così l’apostolo Paolo. Al seguito di Gesù, Paolo stesso potrà spingersi a esprimere l’ardente desiderio di farsi egli stesso “anatema” per salvare i fratelli: attestando la sua volontà — conforme a quella di Dio stesso — di autoescludersi dal beneficio della salvezza se ciò fosse necessario per strappare qualcun altro alla pena eterna. Una volontà e una preghiera che, lungo i secoli, non di rado troveranno eco nell’esperienza e nelle parole dei discepoli di Gesù. A partire da ciò il teologo Hans Urs von Balthasar ha espresso e argomentato la speranza che nessuno si perda per sempre: l’inferno è una reale possibilità, ma non è detto che essa si verifichi. Non a caso — egli chiosa— «la Chiesa, che ha canonizzato tante persone, non si è mai pronunciata sulla dannazione di alcuno. Neppure su quella di Giuda». In fin dei conti, è proprio la definitività dell’amore di Dio per la sua creatura manifestato senza ambiguità nel Crocifisso a decretare, al negativo, la possibilità reale di potersi liberamente e definitivamente chiudere a questo amore. Non è un caso che prima di Gesù, pur conoscendo la tradizione ebraica finale di condanna dei reprobi, la realtà degli inferi permanga in una quasi strutturale situazione d’indecisione: come luogo delle ombre in cui convivono e i giusti in attesa di salvezza (e di risurrezione) e i malvagi in attesa di inappellabile giudizio. Solo la discesa di Gesù agli inferi — come recita il Simbolo della fede— dà definitività al luogo (che è uno stato) del rifiuto opposto a Dio. Definitività che deriva dal fatto che solo di fronte a lui, in cui Dio ha pronunciato il “sì” escatologico della misericordia per gli uomini d’ogni tempo e d’ogni luogo, la decisione finale — non di Dio, ma dell’uomo stesso — può esser presa come autogiudizio senz’appello nei confronti della grazia della salvezza. Ma, al tempo stesso, definitività escatologica che crea — se così si può dire — una nuova situazione d’essere: quella anticipata, nel chiaroscuro del presentimento, dall’esistenza umbratile degli spiriti che esistono, ma in uno stato che è solo l’impronta vuota d’una esistenza vera. Sì, per la fede cristiana è solo perché Cristo, col suo esporsi nell’amore sino alla fine, scende nel baratro del rifiuto di Dio, che tale rifiuto riceve il sigillo dell’irrevocabilità. Egli, ascendendo nell’evento della risurrezione al seno di Dio che è Padre, donde è uscito, accompagna con sé in libertà coloro che gratuitamente ha strappato dagli inferi del non amore. Ma il suo esser disceso in quel fondo, ha al tempo stesso eternizzato la possibilità del non amore che è non vita. «Padri e maestri — esclama lo starec Sosima ne I fratelli Karamazov di Fëdor Dostoevskij — , io mi domando: Che cosa è l’inferno? Io affermo che è il tormento di non essere capaci di amare». Non si tratta di speculazioni astratte o remote dalla vita. Forse mai come nel nostro tempo si sono sperimentate a livello personale e sociale le torture dell’angoscia esistenziale e della malvagità collettiva: veri anticipi dell’inferno. Sapere che Gesù Cristo vi s’è calato dentro, sino all’abisso, e ha redento l’irredimibile, è speranza che si può sempre ricominciare. E che l’amore di Dio ci prende terribilmente sul serio: perché il suo amore, che è libertà, giunge al punto da rendere definitivo — se lo vogliamo — l’antirealtà del non amore. Dunque, niente come la possibilità reale dell’inferno dice, in Gesù, l’amore di Dio e la libertà dell’uomo. |