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Acquisizione linguistica
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Lingua materna e lingua seconda.
Termine con cui si indica il processo mediante il quale viene
appresa una lingua naturale, o come lingua materna o come lingua
seconda (rispettivamente, L1 e L 2); per evitare questa
ambiguità terminologica, negli ultimi anni si preferisce
tuttavia usare acquisizione in riferimento alla L1, e
apprendimento in raporto ad una L2.
1) Nella prima accezione, il processo di acquisizione ha
carattere implicitamente spontaneo e riguarda le modalità con
cui il bambino impara a parlare, vale a dire ad acquisire
competenza sia passiva che attiva della propria lingua materna.
Dal punto di vista teorico, tre sono essenzialmente gli
orientamenti attualmente prevalenti sull'acquisizione
linguistica:
a) comportamentismo [Skinner 1957]: il contesto e l'imitazione
innescano l'apprendimento, secondo lo schema stimomo / risposta;
b) maturazionalismo o universalismo [cfr. Chomsky 1965 e 1975]:
l'acquisizione risponde ai principi della grammatica universale
ed è biolopicamente determinata ( proiezione):
c) costruttivismo o evoluzionismo [Piaget 1926]: il processo di
acquisizione è dinamico e si costituisce passo dopo passo in una
continua interazione tra contesto e sviluppo fisico e cognitivo
del bambino. Le posizioni b) e c) sono entrambe innatiste
(innatismo), per quanto diverse, mentre per la posizione a) il
linguaggio è un comportamento acquisito.
Nel processo di acquisizione linguistica, pur nella sua
continuità, si possono individuare alcune fasi discrete e
cruciali per lo sviluppo della capacità linguistica del bambino.
Già dai primi mesi di vita, l'infante appare in grado non solo
di distinguere i suoni appartenenti al linguaggio da altri
rumori, ma anche dì discriminare tra suoni diversi, in rapporto
a tratti fonetici quali la sonorità; studi sperimentalmente
condotti hanno infatti dimostrato che al variare dei suoni uditi
il bambino aumenta la frequenza di suzione [cfr. Eimas,
Siqueland, Jusczyk e Vigorito 1971], indicando che il bambino è
capace di sintonizzarsi molto presto con le proprietà peculiari
del linguaggio umano, nonostante il processo di acquisizione si
compia in un tempo abbastanza lungo. Nel primo anno di vita il
bambino si trova nella fase del cosiddetto "sviluppo
prelinguistico", in quanto la produzione delle prime parole
avviene normalmente verso i dodici mesi; in questa fase, in
genere a partire dai sei mesi, è comunque presente una certa
produzione fonetica, la lallazione, che consiste nell'emissione
di suoni linguistici, per lo piú strutturati in sillabe, spesso
ripetute. I cambiamenti che si osservano nella vocalizzazione
del bambino nel corso del primo anno sono correlati con i
cambiamenti che gradualmente interessano l'apparato fonatorio
(allungamento della faringe, spostamento del velo palatino,
eruzione dentaria, e.c.c). "Alla lallazione fa seguito la fase
in cui il bambino riesce a produrre enunciati costituiti da
un'unica parola (fase "olofrastica"), che corrisponde ad una
delle categorie semantiche maggiori, quali agente, azione,
paziente, luogo, strumento [Ingram 1989]. Questa fase è
generalmente piuttosto breve e si colloca temporalmente tra i
sedici e i diciotto mesi; in questo periodo, il bambino è già in
grado di capire un numero elevato di parole a lui rivolte: la
sua capacità di decodificazione è cioè più sviluppata di quella
di codificazione, il che rappresenta una costante dell'intero
processo di acquisizione linguistica. Dalla fase olofrastica il
bambino passa abbastanza rapidamente allo stadio successivo, di
tipo "combinatorio", in cui produce mini-enunciati composti da
due parole; in questo periodo il vocabolario aumenta
notevolmente, giungendo verso il compimento dei due anni di età
a comprendere in media alcune centinaia di parole.
Le prime parole che il bambino produce spesso non corrispondono
alla loro forma canonica; per questo vengono talvolta denominate
protoparole, vale a dire le prime unità fonologiche dotate di
significato tipiche del linguaggio infantile. Le inaccuratezze
di tipo fonetico relate a questa produzione sono essenzialmente
dovute ad un insufficiente controllo del sistema motorio
periferico, e non ad errata decodificazione: i bambini sono
infatti in grado di discriminare tra parole e suoni diversi,
anche se li pronunciano nello stesso modo. Le protoparole sono
caratterizzate da tendenze fonetiche naturali, quali
desonorizzazione delle ostruenti finali, riduzione dei gruppi
consonantici, sostituzione di consonanti fricative con
occlusive, cancellazione di sillabe atone, ecc. Nella fase in
cui il bambino produce le prime combinazioni sintattiche, lo
studio del linguaggio infantile è assai complesso, in quanto da
un lato l'inaccuratezza fonetica può rendere difficile
interpretare ciò che il bambino dice, dall'altro l'eventuale
assenza di chiari segnali demarcativi, (pause, discesa
intonativa, ecc.) non consente di stabilire di quante parole sia
composta la sequenza. Tener presente il contesto, sia
linguistico (ad es., le modalità dell'interazione verbale
indotta dall'adulto) che extralinguistico (referenti,
situazione, ecc.) consente tuttavia di decodificare nella
maggior parte dei casi quello che il bambino intende dire e
quindi di evidenziare alcune caratteristiche delle prime
combinazioni di parole: gli studi condotti in quest'ambito hanno
per es. rilevato il prevalere della combinazione di un elemento
nominale con un modificatore (ad es. aggettivo, negazione,
avverbio) o con un nome d'azione; il verbo tende invece a
comparire più tardi, quando l'enunciato risulta composto da un
numero maggiore di parole e presenta pertanto una complessità
sintattica superiore.
Nella fase successiva, che inizia solitamente nel terzo anno, il
bambino impara progressivamente la grammatica della lingua,
migliorando nel contempo il grado di accuratezza fonetica della
propria produzione; gli enunciati sono ora più lunghi e
presentano vari tipi di categorie morfosintattiche; morfemi e
regole sintattiche tendono a seguire in genere un ordine
abbastanza costante, indipendentemente sia dai locutori che
dalla lingua specifica, sia pure in misura relativa; ad es. le
categorie di numero e di persona sono abbastanza precocemente
apprese; le frasi passive sono precedute da quelle attive;
nell'ambito della sintassi del periodo, compare prima la
coordinazione della subordinazione, ecc. Questo stadio dura
alcuni anni e può dirsi compiuto solo in età scolare, quando il
bambino risulta sufficientemente padrone del mezzo linguistico a
tutti i suoi livelli, lessicale, fonologico, morfologico e
sintattico. Dai numerosi studi condotti su diverse lingue
naturali emerge che la conoscenza delle relazioni semantiche di
base è comunque necessaria affinché si attivi l'acquisizione
della grammatica [cfr. Pinker 1984 e Slobin 1986].
Molti bambini, sia nella fase olofrastica che ín quelle
successive, di tipo combinatorio, manifestano un comportamento
linguistico improntato ai principi di iperestensione e
ipergeneralizzazione; ad es. se il bambino ha imparato che in
italiano cane designa un tipo di animale, non esiterà a
denominare con quella stessa parola ogni tipo di quadrupede, sia
a causa della limitata ricchezza lessicale di cui dispone, sia
in conformità a principi cognitivi generali che tendono a
strutturare tratti percettivi quali forma, grandezza, movimento,
in fasci associativi, i quali dànno origine ai prototipi
semantici intorno ai quali viene organizzandosi l'universo
semantico e cognitivo del bambino. Lo stesso principio di
iperestensione, che altro non è se non un aspetto delle generali
tendenze linguistiche verso l'analogia e l'economia, rende conto
dell'estensione "a tappeto" della flessione morfologica
regolare, anche nei casi non previsti dalla grammatica
dell'adulto; ad es. puliscio per pulisco, rompato/romputo per
rotto, ovi per uova, ecc. [cfr. Slobin 1973]. La frequenza dei
processi di iperestensione e ipergeneralizzazione nel linguaggio
infantile suggerisce che il bambino nel corso dell'acquisizione
non si limi ti ad imitare in misura sempre più adeguata il
comportamento verbale dell'adulto, ma che egli venga invece
costruendosi progressivamente una sua grammatica, diversa da
quella dell'adulto, strutturata secondo principi propri,
ancorati sia alla distribuzione degli elementi sintattici nella
frase che agli aspetti piú propriamente semantici delle unità
lessicali [cfr. Savoia 1979; Ingram 1989]. In questa
prospettiva, sarebbe pertanto tendenzialmente esclusa la
continuità tra l'attività linguistica del bambino e quella
dell'adulto, con interessanti conseguenze anche sul piano
teorico, specialmente nel campo della sintassi (cfr. i recenti
lavori generativi di Manzini e Wexler [1987] e Radford [1990]).
Nell'ambito della grammatica generativa, per render conto
dell'acquisizione linguistica si postula un dispositivo di
acquisizione linguistica (LAD), vale a dire il meccanismo
specificamente proprio della mente umana che consente al bambino
di imparare una lingua naturale in un periodo di tempo
relativamente breve e nonostante la povertà e inadeguatezza
degli stimoli linguistici cui si trova ad essere esposto [cfr.
Chomsky 1965 e 1975].
2. Nella seconda accezione, vale a dire in riferimento ad
una seconda lingua, l'acquisizione o apprendimento riguarda i
processi evolutivi che consentono ad un parlante di acquisire
competenza di una lingua diversa da quella materna. Varie sono
le condizioni che possono indurre tale processo: bilinguismo dei
genitori, società multilingui, esperienze scolastiche, turismo,
emigrazione, ecc. Rispetto all'acquisizione della LI
l'apprendimento di una L2 presenta alcune sostanziali
differenze: innanzitutto, mentre l'acquisizione è processo che
interessa esclusivamente i bambini, l'apprendimento può
coinvolgere sia bambini che adulti; secondariamente, mentre ogni
bambino dotato di intelligenza normale è in grado di acquisire
una completa competenza della propria LI in un tempo
relativamente breve, non tutti coloro che intendono apprendere
una L2, specialmente se adulti, riescono a raggiungere un buon
grado di conoscenza delle strutture di L2, spesso
indipendentemente sia dal grado di intelligenza sia dal livello
culturale individuali. Questa discrepanza suggerisce che la
capacità linguistica non rimane costante, ma che diminuisce
progressivamente con il passare degli anni. In altri termini,
l'apprendimento delle lingue sarebbe favorito nel periodo della
prima infanzia, quando cioè la mente del fanciullo è
biologicamente sintonizzata con le strutture linguistiche. I
numerosi studi recentemente condotti in ambito glottodidattico
hanno dimostrato che nei primi stadi dell'apprendimento fattori
cognitivi generali, quali restrizioni sulla memoria o sulla
velocità di computazione mentale, condizionano pesantemente la
produzione linguistica. Altrettanto chiara emerge la tendenza
del discente ad usare le forme di flessione regolare anche al di
fuori del loro ambito, in maniera analoga a quanto si riscontra
nell'acquisizione di L1 da parte del bambino. Nell'ambito
dell'acquisizione di L2, particolare interesse rivestono le
analisi di grammatica contrastiva, che prendono in esame le
strutture di L2 in rapporto a quelle della lingua materna del
parlante. Quest'ultima può infatti interferire ( interferenza)
sul processo di apprendimento di L2; ad es. a livello
fonologico, un parlante italiano, avendo difficoltà a
pronunciare, correttamente la vocale anteriore arrotondata alta
del tedesco o del francese, assente nel proprio sistema
fonologico, potrà essere indotto a sostituire questo suono con
quei segmenti che gli sono foneticamente prossimi, cioè i oppure
u, o anche iu; a livello morfologico, un giapponese potrà
omettere di usare l'articolo parlando inglese, dal momento che
nella propria lingua materna questo elemento non compare. Non
sono tuttavia soltanto le differenze tra LI e L2 a creare
difficoltà al discente di L2; alcuni errori sono infatti
motivati dalla volontà del parlarne di tenere distinte le
grammatiche delle due lingue anche in aree in cui esse sono
simili, il che indica che il rapporto tra L1 e L2 è assai più
complesso di quanto si possa in prima istanza supporre. D'altro
lato, è opportuno tener presente anche la marcatezza ( marcato /
non marcato) tipologica, che può interferire, sia pure in misura
variabile, con i processi di apprendimento linguistico; ad es.
la posizione preverbale dell'elemento di negazione, che presenta
un basso tasso di marcatezza, risulta nel contempo utilizzata
frequentemente e precocemente dal discente di L2,
indipendentemente dal proprio sistema linguistico di partenza.
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