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Atto linguistico
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(ingl. speech act). È l'unità di base della descrizione
linguistico-pragmatica che studia l'uso della lingua in
situazione. Atti linguistici sono ad es. una constatazione, una
richiesta, un consiglio, una promessa, un ringraziamento.
Prendendo la parola non solo si pronunciano frasi soggette a
giudizi di grammaticalità, di buona formazione morfosintattica e
semantica; si compiono anche atti, soggetti a giudizi di
riuscita e di appropriatezza, ci si impegna cioè in una forma di
comportamento governato da regole che non sono solo
linguistiche, ma anche socioculturali, proprie di una data
comunità in una data fase della sua storia.
Fra strutture
sintattiche (indicative, interrogative, imperative) e funzioni
pragmatiche (affermazione, domanda, ordine) non v'è
corrispondenza biunivoca. V'è infatti più di un modo per
compiere una data azione. Ad es., per compiere una richiesta
posso usare, oltre a un modo imperativo ("Chiudi la finestra"),
una struttura sintattica all'indicativo ("Qui dentro si gela"),
o interrogativa ("Ti dispiacerebbe chiudere la finestra?").
Correlativamente, una stessa affermazione, ad es. una frase al
modo sintattico indicativo, "Fa un tempo da cani", può servire a
compiere atti linguistici diversi: una constatazione, ma anche
un divieto, un avvertimento, una scusa. Per cogliere l'atto
linguistico inteso dal parlante entrano in gioco diversi tipi di
indicatori: lessicali (ad es. verbi come promettere,
consigliare, ecc.), sintattici (ad es. il modo e il tempo del
verbo), prosodici (è dall'intonazione che posso capire se
"Vieni" è una supplica o un ordine).
Entrano inoltre in gioco
fattori contestuali e cotestuali (contesto; cotesto), vale a
dire sia le conoscenze condivise (o presunte tali) da parlante e
ascoltatore sulla situazione comunicativa in cui si trovano, sia
le conoscenze sui possibili e probabili percorsi
dell'interazione, che si costruisce attraverso sequenze di atti
linguistici. L'individuazione del tipo di atto linguistico,
l'attribuzione ad un'enunciazione di una forza illocutoria è
comunque un processo dinamico, spesso negoziale, fra gli
interlocutori.
A scoprire la categoria di atto linguistico e a darle rilievo
sistematico fu il filosofo del linguaggio inglese
J. L. Austin
[1962], che risolse la dicotomia fra enunciati performativi
/constativi in una teoria generale degli atti linguistici,
privilegiando nella loro descrizione il livello illocutorio,
cioè il livello convenzionale di trasformazione del contesto.
Nella piú nota revisione teorica operata dal filosofo americano
J. Searle [1969], l'atto illocutorio e l'atto linguistico
finiscono per coincidere, in sintonia con l'accentuazione degli
aspetti linguistici a scapito di quelli convenzionali e sociali
fecondamente presenti in Austin.
La ricerca attuale sugli atti linguistici si occupa del problema
della loro universalità (ci sono atti linguistici universali?)
orientandosi verso soluzioni relativistiche che tengano conto
delle forti variabili etnologiche e culturali; del problema
della relazione che la categoria atto linguistico intrattiene
con le altre categorie pragmatiche rilevate dall'analisi
etnometodologica e conversazionale; del problema della
classificazione degli atti e di quello, logicamente precedente,
delle regole costitutive di un atto, di ciò che deve
necessariamente darsi perché un dato atto abbia luogo. L'atto
linguistico è categoria che fa scattare dimensioni di analisi
eterogenee: logiche (in qual modo una teoria linguistica può
essere connessa a una teoria dell'azione); etiche (quali diverse
responsabilità comporta la presa di parola); socioetnologiche
(in quali atti linguistici una data comunità si riconosce);
tipologico-testuali (quali atti linguistici sono costitutivi di
quali tipi di testo).
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