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Bilinguismo
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Il significato del termine
(la facoltà di un parlante di dominare contemporaneamente due o
piú lingue) è apparentemente chiaro, ma in realtà le sue
accezioni possono essere sfumate da un approccio
sociolinguistico, psicolinguistico o pedagogico. Innanzitutto il
bilinguismo è un fenomeno costante nelle zone di frontiera,
laddove i confini di stato non corrispondono ai confini d'uso
delle lingue nazionali. Si può poi configurare una scalarità
secondo la quale, partendo da comunità bi- o plurilingue in
senso orizzontale, dove tutte le lingue in uso hanno uguale
status sociale, si passa a comunità bi- o plurilingue ma
regionalmente monolingue (come la Svizzera), a situazioni di
bilinguismo verticale (diglossia) in cui una sola lingua è
considerata ufficiale (è il caso di tutte le comunità
dialettofone), fino a situazioni di bilinguismo isolato, che
oppone la comunità monolingue all'individuo – o gruppo di
individui – che per caratteristiche familiari o per immigrazione
possiede nel suo repertorio piú di un codice.
Se l'attenzione viene spostata al modo di acquisizione, si
distingue un bilinguismo primario (o naturale) in cui i codici
sono appresi in età precoce (1-3 anni) come lingue materne,
senza cioè necessità di istruzione formale, da un bilinguismo
secondario (che coincide sostanzialmente con l'apprendimento di
lingue seconde), in cui la conoscenza di una o piú lingue si
sommerebbe alla lingua materna in un secondo momento. I due tipi
di acquisizione comportano evidentemente notevoli differenze di
risultati, specialmente in settori come la fonologia, dove l'età
di acquisizione gioca un ruolo fondamentale. L'apprendimento di
una lingua seconda in età non precoce, e in casi in cui le
pressioni psico- e sociolinguistiche sono particolari, come le
situazioni di immigrazione, può determinare un bilinguismo
asimmetrico, in cui alla capacità di decodificare due codici sia
combinata un'abilità attiva in un codice solo.
Utilizzando un'ottica psicolinguistica, e considerando in
particolare la natura del lessico bilingue, si sono individuati
due tipi basilari di bilinguismo, l'uno coordinato, in cui
all'interno di ciascun codice ogni unità di espressione (ad es.
l'espressione cane e l'espressione dog) si combina con una
diversa unità di contenuto (concetto di 'cane' separato dal
concetto di `dog'), e l'altro composto, se una sola unità di
contenuto corrisponde alle due espressioni nelle due diverse
lingue: i due tipi di organizzazione mentale dipenderebbero
dalle modalità e dall'età di acquisizione delle lingue. La
distinzione, che risale a Weinreich [1953] è stata criticata
perché non esisterebbero corrispettivi neurologici dei due
diversi modi di processare le lingue; sarebbe invece provata una
diversa localizzazione del linguaggio negli emisferi cerebrali
con una maggiore partecipazione dell'emisfero destro nei
bilingui naturali, rispetto ai monolingui.
Da un punto di vista pedagogico, il rifiuto del bilinguismo
visto come fonte di interferenza è ormai superato, di fronte
agli evidenti vantaggi, tra cui sembra provato un uso precoce di
strategie e abilità metalinguistiche. Sembra però che in ogni
caso una sola lingua risulti dominante, scelta non conscia che
dipende dagli atteggiamenti del parlante verso il suo repertorio
e dalla situazione sociolinguistica in cui il parlante si trova:
ciò è comprovato dal fatto che in situazioni particolari (sogno,
lingua meccanica o momenti di pressione emotiva) la lingua
utilizzata sia sempre la stessa.
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