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Codice
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Il termine,
che anticamente significava 'libro', acquista, fin da età
tardoantica, il valore di 'corpo di leggi'. Dall'inizio
dell'Ottocento designa anche la raccolta di quelle
corrispondenze che consentono di interpretare certi segnali, per
es. le comunicazioni navali con bandiere; piú tardi si ha l'uso
di "codice telegrafico" (per es. nel codice Morse), e infine,
intorno alla metà del Novecento, il termine viene usato nella
teoria dell'informazione, dalla quale penetra nella linguistica.
In quest'ultima area la nozione di codice si è rivelata utile
particolarmente agli studiosi interessati a una concezione
"semiotica" del linguaggio [De Mauro 1971; Eco 1975]: la lingua
come codice costituisce un sistema di segni che possono essere
interpretati, messi cioè in rapporto con degli oggetti denotati,
o con altri sistemi di segni. Un messaggio viene interpretato
secondo un dato codice. Le due nozioni di codice e messaggio
[Lepschy 1966], sono state usate anche per elaborare quelle di
tradizione saussuriana e strutturalistica di langue (codice) e
parole (messaggio), e di paradigmatica (codice) e sintagmatica
(messaggio). Si può dire che l'alfabeto è un codice, da cui
ricaviamo le lettere con cui costruiamo le parole (messaggi). Le
parole, a loro volta, in quanto unità lessicali costituiscono un
repertorio, un lessico (organizzato alfabetimente o
concettualmente), che è un codice, dal quale ricaviamo le
singole forme con cui costruiamo le frasi (i messaggi). La
sintassi è il codice che regola e consente di interpretare quei
' messaggi ' che sono le frasi.
La nozione di codice, nonostante le sue implicazioni logiche e
semiotiche, si è rivelata duttile e suggestiva, in quanto ha
consentito di cogliere certi tratti generali che accomunano
codici semplici (come quello binario, in cui si hanno solo due
valori, la presenza o assenza di un segnale, per es., nelle
trasmissioni elettriche; o quello decimale, nella numerazione
araba; o quello alfabetico, che consiste di due dozzine di
lettere), e altri piú complicati (come quelli costituiti dal
lessico o dalla grammatica delle lingue naturali). Cosí si può
dire che l'alfabeto e il sistema fonologico sono due
interpretazioni diverse di un unico codice; o parlare di codici
dei termini di parentela, o dei termini cromatici, che si
possono mettere sistematicamente in rapporto con quelli di
lingue diverse. D'altro canto il ricorso alla nozione di codice
in certi casi può provocare l'illusione di introdurre
misurabilità ed esattezza in campi, come quello
dell'organizzazione del lessico o del significato, che resistono
a una precisa codificazione.
All'idea di codice si ricorre anche in aree di confine fra
critica, semiotica e linguistica: si parla, per es., di
"sottocodici", costituiti dai linguaggi settoriali (soprattutto
in ambito lessicale) all'interno del codice generale costituito
dalla lingua italiana; oppure si collega la nozione a quella di
codificazione, e quindi alla formazione degli standard delle
lingue letterarie; oppure ci si riferisce, per es., al codice
della lingua poetica italiana, o al codice degli stilnovisti, o
dei petrarchisti.
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