|
Comportamentismo
Archivio
Il termine traduce l'americano behaviorism (adattato anche come
behaviorismo), con riferimento a tendenze filosofiche e
metodologiche, soprattutto nell'ambito degli studi psicologici,
degli inizi del Novecento.
La contrapposizione tradizionale è fra comportamentismo e
mentalismo.
Lo sviluppo della psicologia, tra fine Ottocento e primo
Novecento, come disciplina primo Novecento, come disciplina
scientifica, aveva portato all'adozione di metodi sperimentali,
controllabili in laboratorio, in maniera quanto piú possibile
analoga a quella delle scienze naturali.
C'è tutta una sfera di categorie mentali, di cui parliamo (di
solito in base all'introspezione, alla conoscenza intuitiva che
ne abbiamo) in termini di pensieri, percezioni, atteggiamenti,
intenzioni, desideri, aspirazioni, sentimenti, ecc. - categorie
che mal si prestano ad essere incasellate, classificate,
misurate sperimentalmente in laboratorio. I comportamentisti si
proponevano di evitare il ricorso a tali nozioni, a meno che non
fosse possibile tradurle in termini di "comportamenti", cioè di
fenomeni fisici, obiettivamente esaminabili da un osservatore
esterno, e la cui manifestazione potesse essere ripetuta, in
condizioni controllabili, in laboratorio, e misurata con degli
strumenti.
La pertinenza di queste discussioni per la linguistica si
collega a due aspetti: uno è l'ingresso del linguaggio, di pieno
diritto, sullo scorcio del secolo scorso, fra gli oggetti di
studio degli psicologi; l'altro è che uno dei linguisti piú
influenti negli Stati Uniti, Leonard Bloomfield, adottò negli
anni Venti e Trenta un punto di vista comportamentista (in parte
collegato agli sviluppi del neopositivismo, con posizioni
fisicaliste, verificazioniste, ecc.), che ispirò le teorie di
buona parte della linguistica statunitense fino agli anni
Cinquanta ( linguistica distribuzionale) [Esper 1968]. Il crollo
di queste dottrine, in ambito linguistico, fu segnato da una
famosa recensione di Chomsky [1959] a un libro dello psicologo
B. Skinner [1957].
La situazione è piú complicata di quanto questo schematico
riassunto possa far supporre. Da un lato le posizioni mentaliste
di Chomsky rappresentano non già un abbandono della metodologia
delle scienze, in campo linguistico, ma una sua riaffermazione,
piú impegnata, collegata al modello galileiano-newtoniano, per
cui spiegare un fenomeno vuol dire identificare le leggi di tipo
matematico che lo governano. Dall'altro, la linguistica di
Bloomfield proponeva analisi grammaticali e fonologiche di
grande raffinatezza e interesse, non inficiate dalla rozzezza
con cui erano formulati i rigidi principi comportamentisti a cui
teoricamente esse si richiamavano. La difficoltà principale era
costituita dalla semantica, alla quale Bloomfield richiedeva di
presentare il significato di una frase in termini di stimolo e
risposta, di rapporti sperimentalmente verificabili fra le
parole usate, le reazioni fisiologiche del parlante e i
mutamenti delle condizioni materiali circostanti. Pare chiaro
che su questa strada non ci si potevano aspettare molti
progressi, e che le proposte erano soltanto programmatiche e
tautologiche: le questioni non si chiariscono se si parla non di
pensieri, ma di reazioni sublaringali, o di mutamenti biochimici
nel parlante.
L'affermazione di posizioni mentalistiche oggi appare compiuta,
non solo nella linguistica, ma anche nella psicologia, con il
prevalere di assunti cognitivistici. Va aggiunto che, al di
fuori della semantica formale, lo studio del significato nel
nostro uso del linguaggio non ha fatto quei progressi che la
rinuncia al riduttivismo comportamentistico poteva fare sperare.
|