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La dialettica
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Mentre l'analisi e la sintesi
sono procedimenti di tipo «monologico», cioè praticabili da un
solo ricercatore, la dialettica si configura, secondo il suo
stesso nome (da dialòghesthai, discutere), come procedimento di
tipo «dialogico», cioè come la forma di razionalità propria
della discussione. Secondo Aristotele l'inventore di essa fu
Zenone di Elea (cfr. il fr. 1 Ross del dialogo perduto Sofista).
Questa testimonianza probabilmente si fonda sul Parmenide di
Platone, che al suo inizio presenta Zenone come autore dei
famosi logoi, argomenti che servivano per confutare i detrattori
del suo maestro Parmenide, ad esempio deducendo dall'ipotesi
dell'esistenza di molti enti conseguenze fra loro
contraddittorie (127 D - 128 E). Il procedimento di Zenone viene
poi indicato, nello stesso dialogo, da Parmenide, che è il
portavoce di Platone, come l'unico capace di difendere la
dottrina delle idee dalle obiezioni che ad essa possono essere
rivolte, cioè come il procedimento della dialettica, ovvero
della filosofia stessa (135 C - 136 E).
Evidentemente il metodo dialettico funziona solo se si ammette
la validità del principio di non contraddizione, in base al
quale una teoria che contiene in sè una contraddizione non può
essere vera, e la validità del principio del terzo escluso, in
base al quale la teoria contraddittoria a quella che si è
dimostrata falsa, è necessariamente vera, cioè si può
considerare dimostrata. I Sofisti (specialmente Protagora e
l'autore dei Dissoi logoi) si servirono della dialettica, ma,
non riconoscendo il valore del principio di non contraddizione e
di quello del terzo escluso, finirono per mostrare la relatività
di tutte le opinioni, cioè per sostenere che tutte le opinioni
sono ugualmente vere, il che equivale a sostenere che tutte sono
ugualmente false. Invece Socrate (o almeno il Socrate di
Platone) se ne servì per stabilire la differenza tra opinione e
scienza, in base al criterio della confutabilità. A Socrate
risale infatti la «confutazione» (èlenchos), intesa come
dimostrazione della falsità di un'opinione mediante la deduzione
da essa di conseguenze paradossali o contraddittorie tra loro.
Alla base di questo procedimento si deve supporre l'accettazione
del principio di non contraddizione.
Platone trasformò la dialettica socratica in vera e propria
dimostrazione della verità di una tesi attraverso la
confutazione di quella ad essa opposta come contraddittoria,
supponendo alla base di tale procedimento il principio del terzo
escluso. Nella Repubblica, infatti, egli afferma che si può
pervenire a definire l'idea del bene, cioè il principio
anipotetico, la fonte di ogni verità, solo «passando attraverso
tutte le confutazioni», come in una battaglia, cioè confutando
tutte le ipotesi ad esso alternative, e che questa è
precisamente l'opera della dialettica, cioè della filosofia, che
è la scienza (epistème) tout court (VII, 534 B-D). In tal modo,
per Platone, la dialettica si identifica totalmente con la
filosofia ed è l'unica vera scienza; le matematiche, infatti non
sono scienze, ma solo discorsi ipotetici (511 A-E).
Aristotele infine teorizzò, nei Topici, il complesso di regole
della dialettica e mostrò, negli Elenchi sofistici, il cattivo
uso di esse fatto dai Sofisti. Ma il contributo di Aristotele,
rispetto a Platone, fu anche un altro, cioè fu la distinzione
della dialettica dalla filosofia, e quindi l'ammissione sia di
una dialettica non scientifica, sia di scienze non dialettiche,
quali sono appunto le matematiche. Tale distinzione fu resa
possibile ad Aristotele dalla distinzione più generale, da lui
ugualmente introdotta, tra i diversi possibili usi della stessa
dialettica: 1) quello personale, cioè come esercizio
intellettuale, 2) quello pubblico, nelle assemblee politiche e
giudiziarie, e 3) quello scientifico, o filosofico (Top. I 2,
101 a 25-b 4).
Sono possibili usi diversi della dialettica perchè questa,
secondo Aristotele, parte non da princìpi necessariamente veri,
ma semplicemente da premesse condivise, i famosi èndoxa, che
sono i pareri degli esperti, i quali non possono essere
rifiutati dal proprio interlocutore, pena il rischio per lui di
rendersi ridicolo al pubblico, e dunque consentono di confutarlo
col suo stesso consenso. In tal modo la dialettica può essere
applicata a qualsiasi tema, dunque può essere usata in qualsiasi
contesto, a condizione che ci sia un interlocutore disposto a
sostenere una propria tesi rispondendo a delle domande, cioè
«rendendone ragione». Tra questi usi è anche quello filosofico,
cioè quello che si applica a problemi di logica, di fisica e di
etica (Top. I 14, 105 b 19-25), perchè, dice Aristotele «se
saremo capaci di sviluppare un'aporia in entrambe le direzioni
possibili, scorgeremo più facilmente il vero ed il falso in
ciascuna di esse» (I 2, 101 a 34-35), e perchè «essendo i
princěpi le proposizioni prime fra tutte», cioè non essendo
dimostrabili, «è necessario discutere intorno ad essi sulla base
degli èndoxa concernenti ciascuna cosa», il che è proprio della
dialettica (101 a 39-b 2).
Gli Stoici identificheranno la dialettica con l'intera logica,
sviluppando una serie originale di argomentazioni proposizionali
(sillogismi ipotetici e disgiuntivi), che si riducono
sostanzialmente alle seguenti cinque (esposizione desunta da D.
Pesce - L. Pozzi, Primi elementi di logica formale antica e
moderna, Firenze, Le Monnier, 1971, pp. 57-58):
1) «Se è vera la prima proposizione, è vera la seconda; ma è
vera la prima; dunque è vera la seconda». Per esempio: «se è
giorno, c'è luce; ma è giorno; dunque c'è luce» (primo
sillogismo ipotetico, detto dagli Scolastici modus ponendo
ponens).
2) «Se è vera la prima, è vera la seconda; ma non è vera la
seconda; dunque non è vera la prima». Per esempio: «se è giorno,
c'è luce; ma non c'è luce; dunque non è giorno» (secondo
sillogismo ipotetico, detto dagli Scolastici modus tollendo
tollens).
3) «Se non è vera la prima, è vera la seconda; ma è vera la
prima; dunque non è vera la seconda». Per esempio: «se non è
giorno, è notte; ma è giorno, dunque non è notte» (terzo
sillogismo ipotetico, detto dagli Scolastici modus ponendo
tollens).
4) «O è vera la prima o è vera la seconda; ma è vera la prima;
dunque non è vera la seconda». Per esempio: «O è giorno o è
notte; ma è giorno, dunque non è notte» (primo sillogismo
disgiuntivo, detto anch'esso dagli Scolastici modus ponendo
tollens).
5) «O è vera la prima o è vera la seconda; ma non è vera la
prima; dunque è vera la seconda». Per esempio: «O è giorno o è
notte; ma non è giorno, dunque è notte» (secondo sillogismo
disgiuntivo, detto dagli Scolastici modus tollendo ponens).
I Neoplatonici, invece, identificarono la dialettica col
processo stesso della realtè, cioè con la derivazione di tutte
le cose dall'Uno, privandola in tal modo di qualsiasi valore
argomentativo. La dialettica antica è stata poi riscoperta, sia
pure in mezzo ad ambiguitè, da Kant e, con molte differenze, da
Hegel, ed è stata riproposta anche recentemente come logica
della filosofia (per esempio da K.O. Apel e dai fautori dei
«trascendental arguments»).
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