Lingua e grammatica



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Glossematica      Archivio



Il termine (da glossema, che indica le unità invarianti ultime, gr. glóssa 'lingua' + suffisso -ema usato in linguistica per entità basilari astratte, ricavato da "fonema") si riferisce alle teorie di L. Hjelmslev, e piú specificamente la loro fase matura [1968].

A volte glossematica viene usato per designare, attraverso la sua tendenza piú tipica, la scuola danese di linguistica strutturale, o, come anche si dice, la Scuola di Copenaghen (strutturalismo).

Si tratta di una tendenza che ha sviluppato in maniera particolarmente sistematica e rigorosa molte idee di Saussure, innestandole nella tradizione logica danese, e articolandole entro una complessa e coerente organizzazione concettuale e terminologica.

Questo sistema ha esercitato notevole influenza anche sulla semiologia e sulla teoria critica. Pur avendo ancora i suoi cultori in campo linguistico, non si può dire che sia oggi una delle correnti centrali nel lavoro teorico o descrittivo.

Saussure distingue fra "significante" e "significato", e ci dice che la langue è una "forma".
Hjelmslev incrocia le due dicotomie espressione (o significante) / contenuto (o significato), e forma (astratta) / sostanza (sua manifestazione nella materia), ottenendo una quadripartizione:
a) sostanza dell'espressione, a cui appartengono i suoni, studiati dalla fonetica, o le lettere o altre manifestazioni materiali del significante;
b) sostanza del contenuto, cioè i denotati, le cose designate, o il risvolto esterno (psicologico, pragmatico, o materiale) del significato;
c) forma dell'espressione, a cui appartengono i fonemi, cioè l'utilizzazione propriamente linguistica dei suoni: per es., in una stessa area articolatoria (sostanza dell'espressione) troviamo che per la forma dell'espressione il castigliano distingue cinque vocali (/i e a o u/) e il toscano sette (li e å a ? o u/);
d) forma del contenuto, cioè il modo in cui i significati si organizzano nel linguaggio: per es. i termini per i colori sembrano ritagliare strutture cromatiche diverse, da lingua a lingua, sul continuo materiale dello spettro: l'italiano verde può corrispondere in gallese a gwyrrd o a glas, e quest'ultimo può corrispondere non solo a verde ma anche a blu; l'italiano orologio copre un'area di sostanza del contenuto che in inglese è bipartita fra watch e clock, e l'inglese hair corrisponde in italiano a due elementi di forma del contenuto, cioè pelo e capello.

Ciò che l'analisi scientifica consente di cogliere è un rapporto, o dipendenza, o "funzione", che intercorre fra due "funtivi". Di importanza centrale è la distinzione fra funzione ET e funzione AUT, che corrisponde alla dicotomia saussuriana fra rapporti sintagmatici e associativi (l'opposizione terminologica fra sintagmatica e paradigmatica risale di fatto a Hjelmslev).

Questo è ciò che sta alla base della distinzione fra "processo" (testo) e "sistema" (lingua). I rapporti fra i funtivi sono "relazioni" nel primo caso, e "correlazioni" nel secondo. Le funzioni possono essere di vario tipo: interdipendenze, se i due funtivi si presuppongono reciprocamente, determinazioni, se un funtivo presuppone l'altro e non viceversa, costellazioni, se ciascuno dei funtivi non presuppone l'altro. Queste tre funzioni hanno designazioni specifiche, a seconda che siano relazioni o correlazioni. Nel primo caso: solidarietà (per es. fra il morfema di genere e numero in un nome italiano: non si può avere l'uno senza l'altro); selezione (per es. purché presuppone íl congiuntivo, ma non viceversa); combinazione (fra un verbo e un avverbio: ciascuno può presentarsi senza l'altro, in una frase). Nel secondo caso: complementarità (per es. fra vocali e consonanti: le due categorie si presuppongono reciprocamente nel sistema fonologico); specificazione (per es. i plurali in -a, come in dita, ossa, presuppongono un singolare in -o, ma non viceversa); autonomia (per es. fra consonanti labiali e velari in un sistema fonologico: la presenza delle une non dipende da quella delle altre).

Il segno linguistico è un rapporto fra due forme, la forma del contenuto e la forma dell'espressione, e la forma viene proiettata sulla materia (del contenuto o dell'espressione) facendone una sostanza. Al livello del segno, lo scambio di una data unità di espressione (o di contenuto) per un'altra provocherà sempre la stessa differenza sull'altro versante. Per es., sostituendo il significante lana a lino ottengo lo stesso cambiamento di significato nei sintagmi vestito di lino e filo di lino. A un livello inferiore a quello del segno si arriva a unità minime chiamate figure (cenematemi, o unità "vuote", per l'espressione: cenema, e plerematemi, o unità "piene", per il contenuto: plerema). Ma nel caso delle figure, lo scambio di una data unità per un'altra provoca differenze diverse sull'altro versante. Per es., sostituendo la figura dell'espressione o a e nelle due parole mesto e detto, ottengo due cambiamenti di significato (da mesto a mosto, e da detto a dotto) completamente irrelati fra loro.

Le figure sono molto meno numerose dei segni. Per es., una serie di significati italiani come a, amar, amara, amare, arma, armare, arme, erma, ma, mare, marea, maree, me, mera, re, rea, reame, rema, remare, ecc. è riducibile a combinazioni di solo quattro elementi (a, e, m, r). In ambito cenematico quest'analisi è tradizionale. Ma Hjelmslev considerava innovatrice la sua applicazione alla plerematica, che consente lo sviluppo di una semantica strutturale, fondata sull'identificazione di figure del contenuto. Per es., i significati uomo, donna, ragazzo; toro, vacca, vitello; montone, pecora, agnello; becco, capra, capretto; porco, scrofa, porcellino; cavallo, cavalla, puledro; gallo, gallina, pulcino, ecc. risultano dalla combinazione di figure del contenuto, come maschio, femmina, adulto, giovane e umano, bovino, ovino, caprino, suino, equino, pollo, ecc. Il fatto che le figure del contenuto siano designate a loro volta da parole appartenenti all'italiano non dovrebbe essere pertinente: può darsi che si identifichino figure per cui manca un termine corrente, e bisogna allora ricorrere a una perifrasi, o introdurre un tecnicismo.

Va peraltro notato che questi tentativi di analisi si rivelano più soddisfacenti in ambiti ristretti, e già in partenza chiaramente strutturati (come quelli della terminologia cromatica, dei sistemi di parentela, di certe tassonomie scientifiche), che non in sfere concettuali piú complesse e intricate, come quelle che di fatto si presentano nell'uso comune del linguaggio.

In ambito semiologico ricordiamo che per Hjelmslev una lingua ha un piano dell'espressione e un piano del contenuto: è una semiotica denotativa, in quanto serve a parlare delle cose. Ma è anche possibile che uno dei due piani sia a sua volta una semiotica (una lingua).
Se una lingua costituisce il piano del contenuto di un'altra, quest'ultima è una "metasemiotica" (nell'uso tradizionale dei logici si direbbe che quest'ultima è una "metalingua", che verte su una "lingua oggetto"); la linguistica è appunto una metasemiotica.
Se una lingua costituisce il piano dell'espressione di un'altra, quest'ultima è una semiotica connotativa: quando usiamo il termine destriero abbiamo un segno a) che costituisce l'espressione di un segno b) il cui contenuto è il valore stilistico particolare (le connotazioni) che il termine ha rispetto al normale cavallo. Diremo che il segno a) appartiene a una semiotica denotativa, e il segno b) a una semiotica connotativa.
La semiologia è una metasemiotica che ha come piano del contenuto una semiotica connotativa. Il discorso che stiamo facendo qui verte sulla semiologia, e appartiene perciò a una metasemiologia, cioè a una semiotica che ha la semiologia come piano del contenuto. Se questa semiologia verte su una semiotica denotativa, la metasemiologia tratterà gli oggetti della fonetica e della semantica; se la semiologia verte su una semiotica connotativa, la metasemiologia tratterà buona parte della linguistica esterna saussuriana, della pragmatica, della sociolinguistica.

Dall'originaria restrizione a un'analisi interna e funzionale, basata su una sorta di astratta algebra della lingua, si arriva a una visione totalizzante per cui la linguistica tiene conto di tutta la realtà, storica e naturale. Questa concezione pansemiotica, che pure può provocare qualche riserva per le sue eccessive ambizioni, sembra anticipare prospettive piú recenti, in cui la semiotica si presenta come sovraordinata a qualsiasi altra disciplina.


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