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Linguaggi formali
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Sono cosí chiamati i linguaggi artificiali, rigorosamente
definiti in tutti i loro aspetti sintattici e semantici, di cui
fa uso la logica contemporanea. I piú comuni sono i cosiddetti
linguaggi del primo ordine (logica formale). In un linguaggio
del genere, la categoria sintattica fondamentale è quella delle
formule, cioè delle espressioni alle quali, in sede di
valutazione semantica, può essere attribuito un valore di verità
(le formule di un linguaggio del primo ordine corrispondono
dunque piú o meno a quelli che, in una lingua naturale, sono gli
enunciati dichiarativi; ma nella teoria dei linguaggi formali il
termine "enunciato" viene adoperato di solito per indicare
formule di tipo particolare: si veda oltre).
Per specificare l'insieme delle formule di un linguaggio si
procede in due fasi: anzitutto si definisce l'insieme delle
formule atomiche, che sono le formule più semplici, quelle che
non contengono altre formule come propri costituenti; poi si
fissano i modi in cui, a partire dalle formule atomiche, è
possibile costruire, con l'ausilio degli operatori logici,
formule complesse. Gli ingredienti delle formule atomiche sono i
termini e le costanti predicative. I termini sono espressioni la
cui funzione semantica è quella di denotare oggetti
dell'universo di discorso: sono termini le variabili, il cui
ruolo può essere assimilato, entro certi limiti, a quello dei
pronomi nelle lingue naturali, e le costanti individuali, che
corrispondono pressappoco agli usuali nomi propri. (Certi
linguaggi formali contengono inoltre termini complessi,
corrispondenti a espressioni come "la radice quadrata di 25" o
"30 meno IO").
Le costanti predicative sono espressioni la cui funzione
semantica è quella di denotare insiemi di oggetti (costanti
predicative monadiche) o relazioni tra oggetti (costanti
predicative diadiche, triadiche, ecc.): il loro ruolo è
assimilabile a quello dei sintagmi verbali delle lingue
naturali. Una formula atomica può essere formata semplicemente
facendo seguire a una costante predicativa un numero appropriato
di termini. Ad es., se P è una costante predicativa monadica e a
una costante individuale, Pa è una formula atomica, cosí come è
una formula atomica Rxb se R è una costante predicativa diadica,
x una variabile e b una costante individuale (e se poi, come
denotazioni di P, R, a e b si sceglieranno rispettivamente
l'insieme degli individui con i capelli biondi, la relazione che
vige tra due individui quando il primo odia il secondo,
l'individuo Giovanni e l'individuo Piero, Pa potrà essere letto
come "Giovanni è biondo" e Rxb come "x odia Piero" o magari come
"lui/lei odia Piero").
A partire dalle formule atomiche si possono quindi generare le
formule complesse mediante l'introduzione degli operatori
logici: connettivi verofunzionali e quantíficatori. Se a e
â
sono due formule qualsiasi, -a,
(a &
â), (a v
â),
(a
›
â)
sono ancora formule (leggibili rispettivamente come 'non a', 'a
e
â', 'a oppure
â', 'se a allora
â'),
cosí come, se a è una formula e x una variabile, sono ancora
formule Vxa (`ogni individuo x è tale che a') e
Эxa (`qualche
individuo x è tale che a').
E' importante sottolineare che, nella generazione delle formule
complesse, l'introduzione di operatori logici può essere iterata
un qualunque numero finito di volte, per cui l'insieme delle
formule di un linguaggio del primo ordine è infinito (come del
resto è infinito l'insieme delle frasi grammaticali di una
lingua naturale). Illustrando la nozione di formula, si è qui
già accennato al modo in cui le formule sono di solito
interpretate.
Ufficialmente, però, nella definizione di un linguaggio formale
sintassi e semantica devono essere tenute separate: prima si
specifica l'insieme delle formule prescindendo da ogni
considerazione relativa al significato, poi si procede
all'interpretazione.
Interpretare un linguaggio del primo ordine vuole dire anzitutto
fissare un universo di discorso e attribuire alle costanti
individuali e predicative una denotazione relativamente
all'universo di discorso prescelto. L'universo di discorso
(spesso chiamato dominio dell'interpretazione) è l'insieme delle
entità di cui si intende parlare per mezzo del linguaggio: ad
es., se si vuole usare un certo linguaggio per fare aritmetica,
si sceglierà come universo di discorso l'insieme dei numeri
naturali. Per quanto concerne poi la denotazione delle costanti,
già si è detto, anticipando, in che consista: la denotazione di
una costante individuale è una delle entità dell'universo di
discorso (la costante può essere pensata come un nome
dell'entità in questione), mentre la denotazione di una costante
predicativa monadica, diadica, triadica, ecc. sarà
rispettivamente un insieme di entità appartenenti all'universo
di discorso, una relazione fra coppie di entità appartenenti
all'universo di discorso, una relazione fra triple di entità
appartenenti all'universo di discorso, ecc.
Una volta stabilita un'interpretazione del linguaggio mediante
la scelta di un universo di discorso e l'attribuzione di una
denotazione alle costanti, resta da spiegare come, rispetto a
tale interpretazione, debbano essere valutate le formule: quali
formule, cioè, debbano essere considerate vere e quali no. Un
metodo rigoroso per definire la verità delle formule di un
linguaggio formale fu elaborato negli anni Trenta dal logico
polacco A. Tarski [1936].
L'idea di Tarski è che la definizione della verità debba essere
per cosí dire parallela alla definizione dell insieme delle
formule: si comincia con l'enunciare le condizioni che devono
essere soddisfatte affinché sia vera una formula atomica, e poi
si specificano le condizioni della verità di una formula
complessa assumendo come già note le condizioni della verità
delle formule più semplici in essa contenute. C'è pero una
difficoltà, che ha a che fare con la possibile presenza nelle
formule di variabili. Questo punto può essere illustrato
sfruttando l'analogia tra variabili e pronomi. Si considerino
due frasi come 1) "Lui è biondo" e 2) "Qualcuno è tale che Piero
lo odia". A chi ci si riferisca con il pronome lui che compare
in 1) può essere stabilito solo in base al contesto: perciò la
frase non ha un valore di verità stabile, ma sarà vera nei
contesti in cui con il pronome ci si riferisce ad un individuo
biondo e falsa negli altri contesti. Viceversa 2), pur
contenendo anch'essa un pronome, è vera o falsa in assoluto: il
motivo è che qui il pronome non serve per riferirsi ad alcun
individuo, né specificato dal contesto né fissato una volta per
tutte, ma è parte della costruzione introdotta da "qualcuno è
tale che" (1) equivale a "Piero odia qualcuno"). Nei linguaggi
formali, alla differenza tra i due usi del pronome esemplificati
da 1) e da 2) corrisponde la differenza tra variabili libere,
come la x di Px, e variabili vincolate, come la x di ЭxRax. Una
variabile vincolata è, grosso modo, una variabile che compare
nel campo di azione di un quantificatore. Le formule contenenti
variabili liberè si dicono formule aperte, mentre quelle le cui
variabili sono tutte vincolate vengono chiamate chiuse o
enunciati.
Ora, la difficoltà che si incontra quando ci si accinge a
definire la nozione di verità è la seguente. La verità senza
ulteriori qualificazioni può essere attribuita solo ad una
formula chiusa, non ad una formula aperta (cosí come, nel
linguaggio naturale, può essere attribuita solo a 2) ma non a
1)). Ma una formula chiusa può ovviamente contenere al suo
interno formule aperte (ad es., la formula chiusa ЭxRax contiene
la formula aperta Rax), e sembra perciò che l'idea di definire
le condizioni della verità di una formula complessa a partire da
quelle delle formule piú semplici in essa contenute non sia
praticabile.
La soluzione escogitata da Tarski consiste nell'introdurre
anzitutto la nozione di soddisfacimento di una formula da parte
di (cioè, di verità di una formula relativa a) un'assegnazione
di valori alle variabili. La nozione di soddisfacimento si
applica indiscriminatamente a tutte le formule, aperte o chiuse
che siano. La definizione può essere perciò del tipo sopra
descritto: si comincia con lo specificare le condizioni che
devono valere affinché siano soddisfatte le formule atomiche, e
poi si dànno le condizioni del soddisfacimento delle formule
complesse assumendo come già note le condizioni del
soddisfacimento delle formule piú semplici in esse contenute.
Siccome le formule chiuse non contengono variabili libere, una
formula chiusa che sia soddisfatta da una certa assegnazione di
valori alle variabili risulta soddisfatta anche da tutte le
altre assegnazioni: la nozione di verità può allora essere
definita dicendo che una formula chiusa è vera se e soltanto se
è soddisfatta da tutte le assegnazioni di valori alle variabili.
I linguaggi formali del primo ordine devono la loro importanza
al fatto che le loro risorse espressive sono sufficienti per
formalizzare tutta la matematica. Bisogna ricordare però, che in
logica si adoperano e si studiano anche linguaggi diversi: ad
es., i linguaggi del secondo ordine, che consentono di
quantificare non solo su individui.ma anche su proprietà, i
linguaggi modali, con operatori esprimenti necessità e
possibilità, ecc. |