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Metafora      Archivio



(gr. metaphorà, lat. mìetaphora). Consiste nella « sostituzione di un verbum proprium ("guerriero") con una parola il cui significato inteso proprie è in rapporto di somiglianza [...] con il significato proprie della parola sostituita ("leone") », da cui la metafora Achille è un leone. Questa definizione di Lausberg [1949] rimanda alla tradizionale classificazione dei tropi, dove la metafora figura tra i tropi di sostituzione (immutatio) su singole parole (in verbis singulis). La relazione tra la sfera semantica del verbum proprium e quella a cui appartiene il traslato attinge dal locus a simili, diversamente dall' ironia, fondata sul locus a contrario. L'efficacia della metafora consiste nello straniamento, e questo effetto è tanto maggiore quanto lo è la distanza o la relazione tra i due campi semantici ( campo lessicale) scelti da chi parla, e in questa forma appartiene all'audacior ornatus. Weinrich [1976] dà una definizione estensiva della figura: «La metafora è un testo in una situazione controdeterminante ». Sulla base di presupposti pragmatici, Weinrich pone al centro della sua teoria la nozione di metaforica del testo, intendendo con questo « il considerare il testo-nella situazione come luogo dell'avvenimento metaforico ». I riferimenti concettuali sono i campi metaforici, in analogia con i campi semantici. Weinrich sottolinea l'importanza dell'interpretazione contestuale del fatto metaforico, e il carattere sociale e culturale, oggettivo e sovraindivíduale, della tradizione metaforica di una comunità, al cui interno il singolo opera le sue scelte. Inoltre la metafora è una violazione dei presupposti referenziali. Nei versi « Primavera dintorno I brilla nell'aria, e per li campi esulta », la metafora nasce dalla controdeterminazione del verbo esulta rispetto a primavera, perché tra le sue componenti semantiche ha quella di `sentimento umano'.

La retorica classica ha rivolto il suo interesse principalmente all'elocutio. L'attenzione pressoché esclusiva alla letterarietà del fatto metaforico fissa il ruolo centrale della metafora, ornamento e bellezza del testo letterario in specie, forma stilisticamente marcata. Da allora si afferma il nesso tradizionalmente costante tra studio della metafora e critica e stilistica letteraria. E questa stessa ragione è alla base dell'assunzione per antonomasia della metafora a tropo in assoluto per sineddoche da specie a genere.

Nella poetica medioevale la metafora è assimilata all'allegoria, o confusa con il simbolo. E. Tesauro nel Cannocchiale aristotelico (1655) riconosce alla metafora lo statuto privilegiato di figura primaria in cui la tensione dinamica del meccanismo concentra densità e pluralità di significati in un solo significante, e G. B. Vico nei Principi della scienza nuova fa risalire l'uso del linguaggio metaforico allo stadio primitivo e poetico dell'umanità.

Nel Settecento si accentua l'analisi della metafora come fatto di stile, di ornamento, di "scarto" dunque dall'uso comune. È l'ottica in cui si pone Fontanier [1827-30], a cui si deve l'importante distinzione tra "metafore d'invenzione" e "catacresi", perché in essa risalta il valore sostitutivo della metafora a differenza delle metafore di denominazione che colmano una lacuna del lessico.

Le dispute secolari sulla metafora - e parallelamente le diverse definizioni che ne sono state date - possono riassumersi intorno a due scelte di principio. Si può studiare "che cosa sia" la metafora - il che rimanda ad una teoria generale del linguaggio, all'opposizione tra natura e legge, tra motivazione ed arbitrarietà -; oppure si può indagare "come" funzioni la metafora e da quale procedimento linguistico scaturisca.

Aristotele per primo, nella Poetica, dopo aver affermato che la metafora « consiste nel trasferire a un oggetto il nome che è proprio di un altro », ha indagato la natura della metafora e indicato quattro tipi di sostituzione. Il primo caso è il passaggio dal genere alla specie: « Quivi s'è ferma la mia nave », infatti "fermarsi" è più generale, è un sovraordinato rispetto allo specifico "ancorarsi". Si tratta quindi di una sineddoche generalizzante. Il secondo caso il passaggio inverso, dalla specie al genere - ed è una sineddoche particolarizzante: « Ché mille e mille gloriose imprese ha Odisseo compiute», infatti "mille e mille" è una specificazione del generico "molte". Il terzo caso è il passaggio da specie a specie: in « poi che con [l'arma I di] bronzo attinsegli la vita », e « poi che con [la coppa di] duro bronzo [l'acqua] ebbe recisa », "attingere" e "recidere" sono due casi del piú generale "togliere", i significati dei due verbi hanno in comune alcune proprietà o tratti, mentre altri sono esclusi o si oppongono, e la metafora è il risultato dell'intersezione dei due insiemi. Il quarto tipo è rappresentato dalla proporzione a quattro termini e mostra uno degli schemi fondamentali della metafora. «Si ha poi la metafora per analogia quando, di quattro termini, il secondo, B, sta al primo, A, nello stesso rapporto che il quarto, D, sta al terzo, C; perché allora, invece del secondo termine, B, si potrà usare il quarto, D, oppure invece del quarto, D, si potrà usare il secondo, B [...] Esempio: il termine 'coppa' (B) è col termine `Dioniso' (A) nello stesso rapporto che il termine `scudo' (D) è col termine 'Ares' (C). Il poeta dunque potrà dire che la 'coppa' (B) è lo `scudo di Dioniso' (D + A), e che lo 'scudo' (D) è la 'coppa di Ares' (B + C) ». Lo schema proporzionale è molto produttivo e spiega la formazione delle catacresi. Cacciari [1991] rileva la sedimentazione nelle lingue e nelle culture di stereotipi metaforici, di una sorta di sovraordinati di categoria, di "veicoli" più tipici di altri per designare situazioni e comportamenti convenzionali (ad es. volpe per 'persona astuta', serpente per 'strada curvilinea' o 'intasata dal traffico', zultí per 'uomo negro', e non, poniamo, `faina', 'boa', o Ioscimano').

La discussione sulla metafora coinvolge il rapporto con altri meccanismi tropici, e con altre figure. In primo luogo con il paragone. La retorica latina ha interpretato in senso restrittivo la metafora riconducendola ad una similitudo brevior (Quintiliano e anche Cicerone), ad un "paragone abbreviato" (quella fanciulla è un fiore, quell'uomo è un orso), ma già per Aristotele il paragone è "una specie" della metafora. Infatti la riduzione delle metafore a paragone abbreviato attraverso la cancellazione superficiale del connettivo come - o di suoi equivalenti: tale, sembra, simile a, ecc. - può spiegare solo alcune delle metafore, come quelle citate sopra, metafore di vitalità ridotta. Inoltre un diverso statuto regola le due figure. Il paragone si fonda su una percezione statica delle affinità e delle differenze tra due entità, per marcare la distinzione delle rispettive proprietà; la metafora invece « si basa su un meccanismo di natura eminentemente dinamica, che produce una qualche forma di fusione, o per meglio dire compresenza, tra i due enti raffrontati» [Bertinetto 1979]. Inoltre molte specie di paragoni non possono essere condensate in metafore [Henry 1971]. La teoria della comparazione infine non può spiegare il paradosso del perché « due cose dissimili comparate nella metafora siano parafrasabili attraverso un'espressione di identità (si può dire infatti tanto "Il mio lavoro è come una prigione" quanto "Il mio lavoro è una prigione"), mentre due cose simili non lo possono essere ("le api sono come calabroni" non può infatti essere parafrasata come "le api sono calabroni") ». In altre parole, da un punto di vista logico e concettuale, attraverso la metafora, in nome di una identità parziale, affermiamo un'identità assoluta [Morier 1981], mentre « la comparazione letterale perde il suo statuto di verità se trasformata in una affermazione di identità ». Lo schema proporzionale aristotelico è alla base della teoria di Henry [1971] che spiega il meccanismo di creazione della metafora come prodotto di un'operazione "sublinguistica". La metafora infatti «è la sintesi di una doppia metonimia in corto circuito, è una identificazione metonimica che crea nel discorso una sinonimia soggettiva ». È una duplice metonimia (Dioniso-scudo; Ares-coppa) che rende possibili le sostituzioni: la coppa di Dioniso, lo scudo di Ares. Henry distingue metafore a quattro, tre e due termini; non esistono metafore ad un solo termine, perché il contesto consente sempre di reintegrare almeno un altro termine dell'equazione analogica. Anche la Retorica generale del Gruppo ì [1970] considera la metafora (e la metonimia) una figura complessa, non primaria, prodotto di due sineddochi. La metafora la giovinetta dei boschi (la 'betulla') è la realizzazione sul piano dell'espressione verbale di un incrocio di semi (unità di significato) o di parti comuni sia al termine di partenza (D) sia al termine di arrivo (A) in (I) (termine intermedio che non compare nella metafora, qui il genere `entità flessibile'), Il doppio percorso produce in (I) una sineddoche generalizzante di (D) (`betulla'), e a sua volta (A) (`giovinetta') risulta essere una sineddoche particolarizzante di (1) (cfr. le obiezioni di Eco [1984] e di Ruwet [1975]).

La metafora è stata studiata dal punto di vista linguistico nei suoi aspetti sintattici, semantici, logici e pragmatici (cfr. la rassegna in Bertinetto [1977a] e Mortara Garavelli [1989]). Antesignana dell'analisi grammaticale dei tropi è la Poetria nova di Geoffroi de Vinsauf (XII sec.), e ad essa si riallaccia il lavoro della Brooke-Rose [1958], in cui è messa in risalto la differenza tra le metafore nominali e quelle verbali. Quest'ultime infatti (per es., e intanto vola I il caro tempo giovanil, Leopardi; Trema un ricordo nel ricolmo secchio, Montale), non "sostituiscono", ma "modificano" il significato dei nomi, il tempo e il ricordo sono trattati come esseri animati. Un analogo valore rivestono aggettivi e avverbi (per es., la nostra vendemmiante età, Saba. E cfr. l'analisi morfologica di Morier). Nel campo della linguistica generativa Cinque [1972] offre una spiegazione della metafora in termini di «violazione delle presupposizioni », come anomalia semantica, e in questo mostra affinità e punti di contatto con la teoria di Weinrich. Infatti la metafora nasce dalla violazione - o dalla cancellazione - delle presupposizioni connesse al significato abituale delle parole (per es., nella metafora il piatto piange è stato violato il tratto [+ oggetto fisico] di piatto, incompatibile con `piangere'). Tra gli studiosi di semantica Ullmann [1962], illustrando la natura del cambiamento di significato, distingue i cambiamenti semantici basati sull'associazione per somiglianza da quelli per contiguità e riporta la metafora, divisa in quattro sottotipi, al cambiamento per somiglianza di sensi.

Un'analisi puramente linguistica del fatto metaforico può descrivere e formalizzare la metafora, ma non spiegare come essa funzioni. Infatti la metafora è uno strumento «di conoscenza additiva e non sostitutiva» [Eco 1984 e Bertinetto 1977a] , che ci mostra sotto forma di peccatone sincretica di due (o piú) entità concettuali qualcosa che ancora non sapevamo, ín caso contrario sarebbe inutilmente ridondante e tautologica. Già Aristotele nella Retorica aveva affermato: « Noi apprendiamo soprattutto dalle metafore », perché esse realizzano « un apprendimento e una conoscenza attraverso il genere ». Il principio aristotelico è al centro dello studio di Eco che fissa alcuni punti fermi: 1) il meccanismo di fusione o di condensazione messo in atto nella metafora (assimilabile in parte alle modalità del Witz di Freud, 1905); 2) il valore conoscitivo della metafora 3) la dipendenza tra il quadro culturale di un periodo e la relativa metaforica che modifica e condiziona l'interpretazione dei soggetti interpretanti, dal momento che varia il codice culturale, o l'enciclopedia.

In quanto fatto concettuale sul meccanismo metaforico si è rivolto l'interesse di filosofi, del linguaggio in specie, di logici, di psicologi, di antropologi. Richards [1936] intende la metafora un'"interazione di idee" tra il tenore (tenor o meaning: ad es., nella m un oceano di latte frappato, per 'nebbia', la nozione di "estensione senza visibilità, inquietante") e il veicolo (vehicle, il significato cioè che il dizionario assegna ai vocaboli portatori della metafora, qui "oceano" e "latte frappato "), e dimostra che spesso valgono più le differenze che le affinità, perché l'accostamento di cose dissimili ci porta ad una comprensione piú elaborata del significato. Black [1962] si pone su questa scia, ma afferma che in realtà la metafora non coglie delle somiglianze, che erano già sotto gli occhi di tutti, ma le crea: la metafora organizza e modifica la nostra visione dell'uomo, è un'operazione intellettuale necessaria alla comprensione e all'invenzione. Perelman e Olbrechts-Tyteca [1958] trattano della metafora all'interno dell'analogia intesa come « similitudine di struttura », il cui meccanismo logico è dato dalla proporzione A : B = C : D. La metafora è prodotto di una fusione di un elemento del foro (C + D che servono per appoggiare il ragionamento), con un elemento del tema (A + B, sui quali verte la conclusione). Le metafore dunque non sono mai "immagini", perché ad es. in fiore di piume o in squamoso vascello (per `uccello'), la fusione metaforica non ci restituisce un oggetto dai contorni definiti ma un di più. Di qui il riconoscimento della funzione argomentativa della metafora e della sua rilevanza nella creazione filosofica o poetica. Posizioni ispirate alla fenomenologia dí Merleau-Ponty guidano l'ipotesi di Briosi [1985]. Ricceur [19751, infine, qualifica la metafora all'interno del discorso filosofico. Il linguaggio filosofico ricorre alla metafora "viva" per ricavare e per far emergere significati e aspetti nuovi della realtà grazie all'impertinenza e all'innovazione semantica. La metafora è viva per il fatto che inscrive lo slancio dell'immaginazione in "un pensare di più" concettuale.



La metafora nell'Intelligenza Artificiale