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Politica linguistica
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Si possono indicare sotto la
designazione di politica linguistica le scelte compiute da
governi e da classi egemoni atte a favorire, nel quadro di una
più generale politica culturale, la diffusione di un determinato
modello di lingua o di un determinato assetto linguistico
nazionale. Vi è un nesso, infatti, tra potere politico, egemonia
culturale e diffusione di una lingua, come dimostra l'espansione
del latino nell'impero romano, dello spagnolo e del portoghese
oltreoceano, e in genere della lingua dei colonizzatori tra i
colonizzati.
Molto spesso la politica linguistica si è tradotta nel tentativo
di imporre dall'esterno un modello in tutto o in parte estraneo,
a danno delle lingue di minoranza e dei dialetti. Esemplare il
caso del cosiddetto giacobinismo linguistico della rivoluzione
francese, ispirato alle idee dell'abbé Grégoire, che avevano
come fine l'imposizione della lingua nazionale e la soppressione
delle parlate locali. Nell'Ottocento fu sviluppato anche a
livello teorico il legame lingua-nazione (in Italia da G.
Vegezzi-Ruscalla), con la tendenza a considerare illegittime le
minoranze alloglotte.
Gli strumenti usuali della politica linguistica sono la scuola,
l'azione della pubblica amministrazione, della stampa, talora
anche della chiesa (la predicazione); possono venir impiegate
allo scopo le attività di promozione culturale (il teatro, la
divulgazione, di recente la radio, la televisione). In alcuni
casi la politica linguistica si apparenta con forme di
nazionalismo (nazionalismo linguistico), come nel caso della
campagna xenofoba del fascismo contro i forestierismi e contro
le minoranze franco-provenzali, tedesche e slovene (si arrivò a
ritoccare la toponomastica, e anche ad italianizzare i cognomi).
Forme meno rozze assume la politica linguistica quando valorizza
le risorse e la tradizione del territorio (si pensi alla
politica culturale di Lorenzo il Magnifico o di Cosimo de'
Medici, quest'ultimo protettore dell'Accademia fiorentina). Si
pensi, ancora, al caso di un territorio di confine, esposto a
tendenze diverse, posto di fronte alla scelta di una determinata
nazionalità linguistica: il destino del Piemonte, ad es.,
regione a cavallo tra Francia e Italia, fu deciso dalla politica
linguisticaI di Emanuele Filiberto, che adottò l'italiano al
posto del latino nell'uso giudiziario e amministrativo. Durante
l'occupazione napoleonica fu tentata (con la consueta politica
linguistica francese di tipo centralistico) la
de-italianizzazione del Piemonte, allora annesso alla Francia.
Anche la politica linguistica può assumere l'aspetto di una
promozione della cultura nello stato. Uno scrittore come Manzoni
pose una questione di grande portata sociale: la necessità di
diffondere l'italiano a livello popolare nell'Italia appena
unificata.
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