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Segno
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È uno dei termini piú spesso
usati a proposito del linguaggio, ma in maniera tutt'altro che
univoca. Il segno è stato concepito in modo unitario, o secondo
un modello bi-, tri-, o quadripartito. Il segno può essere visto
come un elemento (un simbolo, in senso matematico) usato in un
messaggio, di cui si può calcolare, per es., la probabilità,
come nella teoria dell'informazione. In questo senso non occorre
interpretarlo, o attribuirgli un significato.
Nell'uso piú comune il segno viene riportato a un rapporto
binario: è qualcosa che sta per qualcos'altro. La parola cane è
un segno che denota un certo animale (mammifero domestico della
famiglia dei canidi, ecc.). C'è anche un modello tripartito (ben
noto nella versione di Ogden e Richards) per cui il segno entra
in rapporto non solo con la cosa designata, ma anche col
concetto corrispondente. La parola e il concetto, e il concetto
e la cosa, hanno fra loro un rapporto necessario, o naturale,
mentre la parola e la cosa hanno un rapporto più mediato, o
arbitrario.
Il modello saussuriano è pure giocato su tre livelli: da una
parte si ha la distinzione fra significante e significato, che
insieme costituiscono il segno (o meglio: il cui rapporto
costituisce il segno), e dall'altra si ha la distinzione fra il
segno e la cosa. Benveniste [1974] propone di chiamare "
semiotico" il rapporto fra significante e significato
(semiologia-semiotica), e "semantico" il rapporto fra il segno e
la cosa.
Si è discusso a lungo se l' arbitrarietà di cui parla Saussure
riguardi l'aspetto semiotico o quello semantico. Nella
glossematica il modello è quadripartito, attraverso l'incrocio
di due dicotomie, quella espressione/ contenuto e quella
forma/sostanza. Il segno consiste del rapporto fra espressione e
contenuto, o meglio fra "forma dell'espressione" e "forma del
contenuto". Ma tanto per l'espressione quanto per il contenuto
si ha anche un rapporto fra forma e sostanza, che ci porta, al
di là del segno, nel mondo extralinguistico: per l'espressione
si tratta delle manifestazioni foniche, o grafiche, dei suoni
che usiamo quando pronunciamo, per es., la parola ['Ka:ne], o
delle lettere con cui scriviamo « cane »; e per il contenuto si
tratta degli animali denotati dalla parola, e dei comportamenti
o delle associazioni psicologiche che ad essi colleghiamo.
Una concezione scientistica del linguaggio, come quella, per
es., del comportamentismo, cerca di richiamarsi alla nozione di
segno come oggetto materiale (sostanza dell'espressione: suoni
della parola ['ka:ne]), che sta per un altro oggetto materiale
(sostanza del contenuto, con riferimento a quel dato animale),
saltando, per cosí dire, l'aspetto propriamente linguistico; ma
pare chiaro che su questa strada è vano aspettarsi miglioramenti
delle nostre conoscenze.
Del resto, fin dall'antichità, con gli stoici (e la loro nozione
di semainon e semainómenon), e dal medioevo (con la nozione di
signans e signatum), i logici avevano elaborato discriminazioni
sottili che corrispondono in parte a quelle della teoria moderna
fra significante e significato, distinti sia dalla cosa (tò
lektón per gli stoici), sia dall'evento a cui ci si riferisce
(tò tynchànon).
Dal punto di vista terminologico ricorderemo la distinzione fra
segno e simbolo. Quest'ultima nozione è stata usata sia nel
senso di qualcosa che rappresenta l'oggetto denotato in maniera
appropriata, o, appunto, simbolica (per es., la bilancia della
giustizia), sia nel senso, in qualche modo opposto, in cui si
parla di simboli matematici o algebrici, o di logica simbolica,
cioè dell'uso di lettere, o segni arbitrari, la cui
interpretazione deve essere via via specificata.
Ricorderemo infine che la nozione di segno è centrale per la
semiologia o semiotica. Il termine stesso "semiotica", che
risale nell'uso filosofico a Locke, è un adattamento del greco
semeiotiké, cioè studio dei serneta (segni). Nella tradizione
dotta la forma semeiotica appartiene alla terminologia medica: è
lo studio dei sintomi. Piú di recente si è avuto un grande
sviluppo dalla semiotica, come studio dei sistemi, scambi,
circolazione di segni, anche al di là del linguaggio [Eco 1975].
L'impulso piú importante a questa indagine è venuto dal logico
americano Ch. S. Peirce [I980] che ha diffuso una utile
tripartizione dei segni in -› icone, simboli e indici.
Pare chiaro che lo studio dei segni è cruciale per qualsiasi
disciplina, dalla storia alla psicoanalisi; esso è centrale
addirittura per l'attività del capire. Viviamo in un universo di
segni, che cerchiamo di decifrare e interpretare.
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