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Significato
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Secondo una nota affermazione
dí Bloomfield [1933] « la descrizione del significato è il punto
debole nello studio del linguaggio », e per ovviare a questo
punto debole la linguistica strutturale di tradizione
bloomfieldiana, negli Stati Uniti, ha cercato di elaborare, fra
gli anni Trenta e gli anni Cinquanta del nostro secolo, delle
tecniche di analisi, a volte chiamate «formali », di carattere
non semantico, che evitassero di ricorrere al significato, o che
ad esso si richiamassero in maniera rigorosamente delimitata,
solo per controllare se due espressioni avevano o no lo stesso
significato.
Oggi è generalmente riconosciuto che questi tentativi si sono
rivelati fallimentari. Resta peraltro vero anche oggi che lo
studio del significato è, se non il punto debole della
linguistica, certo meno avanzato, elaborato e rigoroso di quello
di altre aree, come la fonologia, la morfologia e la sintassi.
Questo vale non solo per la considerazione sincronica, ma anche
per quella diacronica.
Nel corso dell'Ottocento si elaborarono tecniche che
consentivano di provare, attraverso precise corrispondenze
fonetiche, se due forme di lingue diverse, per quanto dissimili
potessero essere fonologicamente, erano storicamente collegate,
cioè riportabili a un antecedente comune. Ma per la distanza
semantica di tali forme ci si affidava di solito a intuizioni,
approssimative e soggettive, riguardo ai limiti entro cui la
divergenza di significato sembrava accettabile, senza disporre
di sistemazioni paragonabili, per attendibilità ed esattezza, a
quelle relative ai significanti.
Nei primi decenni del Novecento si sono di fatto elaborate,
nell'ambito della linguistica storica, le tecniche
dell'onomasiologia e della semasiologia, dedicate, la prima allo
studio di come vengano espresse certe nozioni (per es., quali
sono i nomi della donnola nel mondo romanzo), e la seconda allo
studio di come evolvano i significati dí certe parole (per es.,
che valore hanno i succedanei del latino domina nel mondo
romanzo). I risultati, spesso interessanti e rivelatori su
singole questioni di fatto, non si può dire che abbiano portato
a chiarimenti teorici nel campo della semantica.
Un aspetto problematico riguarda la riluttanza della linguistica
a considerare il significato come un legittimo oggetto di
studio, indipendente dal significante; tale riluttanza può
essere collegabile da un lato ad assunti idealistici secondo i
quali la forma è inseparabile dal contenuto, il linguaggio dal
pensiero, e dall'altra a un senso di concretezza per cui i
linguisti preferiscono occuparsi di espressioni linguistiche e
lasciare a psicologi e filosofi lo studio del pensiero e del
significato in quanto separabili dal linguaggio.
Secondo Saussure significante e significato sono come il recto e
il verso di un foglio, distinti ma inseparabili; e a delimitare
un elemento su uno dei due lati ci si trova inevitabilmente ad
averlo delimitato anche sull'altro. L'autonomia, e
l'approfondimento dello studio del significato vengono sostenuti
non tanto nel Cours di Saussure [1916] quanto nella glossematica
di Hjelmslev, dove si presenta un intero progetto di "semantica
strutturale", fondato sulla possibilità di identificare "figure
del contenuto", cioè unità inferiori a quelle segniche. La
differenza è che, mentre al livello del segno la commutazione di
una unità del significante (o del significato) per un'altra
provoca sempre lo stesso mutamento sull'altro versante, al
livello delle figure i mutamenti sono diversi: sostituendo / l /
a / r / in /'mari/ e /'pira/, ottengo / 'mali/ e /'pila/, ma il
rapporto di significato fra mari e mali è del tutto indipendente
da quello fra pira e pila; analogamente, sostituendo "giovane" a
"adulto" nel significato di gallo e toro, ottengo pulcino e
vitello, ma al livello del significante il rapporto fra /'gal:o/
e /pul'fino/ è del tutto indipendente da quello fra /'toro/ e
/vi'tel:o/.
Un problema che ha preoccupato i linguisti negli ultimi decenni
è quello che si riflette nella distinzione fra semantica e
pragmatica. (Non adottiamo qui la terminologia proposta da
Benveniste [1974], che oppone semiotica a semantica, la prima
relativa al rapporto fra significante e significato, la seconda
relativa al rapporto fra segno e denotato). La semantica studia
il significato, quale esso è codificato nel sistema linguistico;
la pragmatica studia l'uso dei segni, nelle circostanze reali in
cui essi vengono concretamente impiegati. Questo pone qualche
problema per la definizione del significato.
Per es., un bambino al momento di andare a letto dichiara: "Ho
fame" [Bloomfield 1933]; la madre capisce che questa frase
significa non già 'ho fame', bensí 'non voglio andare a letto,
voglio restare alzato con gli adulti a partecipare alla serata
in corso', e reagisce opportunamente. Naturalmente una
linguistica che cercasse di attribuire alla frase "ho fame"
anche il significato 'non voglio andare a letto, ecc.' si
troverebbe di fronte a difficoltà insormontabili. D'altro canto
la psicoanalisi ci insegna che dire una cosa volendone dire
un'altra è una condizione normale, e non eccezionale, nel nostro
comportamento linguistico. Per questo è sembrato preferibile
distinguere la semantica, come disciplina che studia
l'organizzazione del significato in maniera sistematica e
formale, dalla pragmatica che si occupa dell'uso del linguaggio
e che, almeno per ora, non può sperare di raggiungere i livelli
di generalizzazione e formalizzazione attingibili in altre aree
della linguistica.
Una teoria che aveva provocato molto interesse tra filosofi e
linguisti intorno alla metà del secolo era quella secondo cui il
significato è riducibile all'"uso": per definire il significato
di una parola conviene osservare come essa viene usata; e
nell'ambito degli assunti distribuzionalisti allora prevalenti,
questa ipotesi veniva interpretata come se il significato fosse
definibile in base alla totalità dei contesti in cui una parola
può comparire. A parte le difficoltà pratiche che rendono poco
realistica questa proposta, anche le sue credenziali teoriche si
sono rivelate dubbie.
Molte teorie interessanti relative al significato si sono
sviluppate al confine fra filosofia e linguistica. Ricorderemo,
sullo scorcio del secolo scorso, la distinzione formulata da G.
Frege [1892] fra senso (Sinn) e significato (Bedeutung), di
carattere "intensionale" il primo, dipendente da tratti che
consentono di attribuire un valore concettuale a un'espressione,
e di carattere " estensionale" il secondo, collegato al
riferimento alle cose denotate da un'espressione linguistica
(estensione/ intensione).
I filosofi e i logici sono particolarmente interessati alla
definizione del significato perchè essa è collegata a quella di
verità (valori di verità). Al logico polacco A. Tarski [1936]
viene fatta risalire la concezione semantica della verità, che
piú di recente è stata interpretata in termini di decitazione.
In una frase come « "La neve è bianca" è vera se e solo se la
neve è bianca », la proposizione viene citata nella parte
sinistra della frase, ed usata nella parte destra. Considerare
vera la proposizione consiste semplicemente nel togliere le
virgolette, nel de-citarla. Ma in tal caso la nozione di verità
viene quasi a scomparire: dichiarare che una frase è vera non
vuol dire attribuirle una determinata proprietà logica o
semantica, ma semplicemente "affermare', che tale frase è vera,
o anche soltanto "affermare" tale frase. È un modo di rendere
omaggio a una frase, come facciamo di fronte ad affermazioni
che, per complessi motivi, di ordine culturale e sociale, ancora
piú che logico, ci troviamo a condividere.
Da una concezione logicistica, si arriva a una concezione
storica e pragmatica della verità e del significato, come
conferma del resto l'evoluzione delle teorie di filosofi quali
D. Davidson, H. Putnam e P. Grice. |